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martedì 21 novembre 2023

The Killer (David Fincher 2023)

Scambi domestici.


– Non improvvisare. Anticipa. Prima di guardare The Killer di Fincher chiediti che cazzo te ne frega.
– Solo a pensarci mi è sceso il polso a 45.
– Poi però sono andato a Santo Domingo, mi son tirato su con un caffè e mi son fatto 50 flessioni di fila. Diciamo 37 flessioni. Una flessione, via. Tanto chi le ha contate. A chi frega delle mie flessioni. Siam 7,8 miliardi. Frega niente a nessuno, delle mie flessioni.
– E ho cambiato targhe ascoltando la mia musica preferita. Senza empatia.
– Ma non come Alain Delon che svita svita svita la targa riavvita riavvita riavvita la targa. Prendo una delle mie 7,8 miliardi di targhe, la avvicino all’altra e taaaac!
Capito?
Ca-la-mi-ta!
Delon ci mette cinque minuti. Io cinque secondi. Poi però tocca andare avanti per due ore.
– Delon ---> diteggia una cinquantina di chiavi per mettere in moto la DS.
Io ---> sblocco lo scooter con l'app che non va non va non va poi va!
– Poi sbloccato lo scooter vado avanti a tutta birra con la mia due ore di vita noiosissima da killer osservato da 7,8 miliardi di abbonati Netflix, o forse solo da sette, otto abbonati, non si sa, Netflix non lo dice perché non ha empatia e soprattutto non gliene frega un cazzo!
Perché Dio è morto eccetera, capito?! Quindi che mi frega? Un cazzo! È come in quel vecchio film, li ho visti tutti senza capirci un cazzo, quello con l’albergo, 7,8 miliardi, vanno, vengono, tutto senza senso! Il mondo è un assurdo albergo del cazzo, un albergo TUTTO VERDE!
– Avrai notato che questa conversazione piace molto alle signorine di Twitter.
– Frega un cazzo delle signorine di twitter, io posso avere 7,8 miliardi di signorine di twitter solo per me, le porto tutte a bordo piscina della casa mia a Santo Domingo, ci beviamo un caffè del cazzo e guardiamo un tramonto del cazzo tutto verde, chissà perché, chi se ne frega.
– E poi cinque bicchierini di whisky degustazione. Ci sono i dessert? Sì? No, lasci perdere.
– Ho smesso di bere quando hanno sfigurato Conchita, la mia cazzo di colf dominicana, con il marito Pancho che non si dava pace, poi ho scoperto che era la mia fotomodella del cazzo e non una colf e Pancho non lo so, forse suo fratello, non lo so, ma tanto non mi frega un cazzo.
– Sono messa tanto male? dice quella. E lui la guarda un po' così, come guarderebbe una targa attaccata male o uno scooter che non parte. Domande che non devi fargli.
Vabbe', dice lei, immagino che lo vedrò da sola. Ecco brava.
– La vita è così, oggi fotomodella, domani colf sfigurata, dopodomani chissà, hai 7,8 miliardi di possibilità, le metti sulla bilancia, fai la tara, ti ritrovi con un 98,8% di non me ne frega un cazzo, il resto lo metti in una busta di plastica sigillata e lo butti nella Senna.

martedì 31 marzo 2015

Rampini nel vuoto

Nella notte del 30 marzo 2015, durante la trasmissione "Piazza Pulita" condotta da Corrado Formigli si poteva ascoltare l'intervento di tale Severgnini, non ricordiamo su quale tema comunque di scarso interesse per gli studiosi.

 

 Pronta la risposta di Federico Rampini, all'epoca editorialista del defunto quotidiano "la Repubblica", in collegamento satellitare da New York.
Questa è una provocazione sul futuro diciamo digitale. Severgnini ha detto una cosa interessante – sì – citando crozza [impossibile ritrovare oggi il significato del lemma "crozza"], cioè, la tachipirina, no? Be', guardate che in America già adesso il primo medico di famiglia è diventato google. Nel senso che l'americano medio quando ha dei sintomi influenzali prima di tutto va sul motore di ricerca google consulta l'enciclopedie mediche e si fa l'autodiagnosi poi semmai va dallo specialista. Ora questo non è attenzione a… a non essere a non demonizzare queste innovazioni perché attraverso eh… il motore di ricerca attraverso l'accesso al sapere che ci offre internet si sono anche evitati molti errori medici. Perché…
Intervento di C. Formigli: "Allora fermiamoci qui."
F. Rampini e C. Formigli [in coro] : "… la classe medica a volte sbaglia. / Fermiamoci qui Rampini."

Pochi anni dopo, ritroviamo F. Rampini nella struttura fortificata di Edonia, ricostruita in seguito alla sanguinosa guerra civile. Rampini sta perorando, in uno spazio circolare, in gilé rosso e mutandoni ascellari. Quegli unici indumenti nonché il corpo sono ricoperti di chiazze marroni, verdastre, o di transopaco unto. Si rivolge a una platea che solo lui conosce, ripetendo gli argomenti ascoltati in quella notte dell'inizio primavera 2015: il futuro diciamo digitale, "crozza", l'enciclopedie, ecc. Gli studiosi sembrano concordi nel rimandare l'intera (auto?)rappresentazione nonché il turbinare caotico di parole e sintagmi alla "libertà d'espressione", valore abbastanza riconosciuto negli anni che precedettero il cataclisma mondiale, di cui la guerra civile in Edonia fu solo una delle periferiche e trascurabili propaggini. Molti hanno notato la strana distorsione sonora, in cui le parole di Rampini si trovano ripetute, non tanto in "loop" ma con un effetto eco: "provocazione… cazione… azione…; autodiagnosi… diagnosi… gnosi…; americano medio… nomedio… dio…".
Improvvisamente la macchina da presa, con un repentino zoom verticale all'indietro, abbandona Rampini al suo appassionato intervento rivelando più precisamente lo spazio: un gigantesco tubo di lamiera qua e là arrugginito e trasudante umidità, di diametro congruo ma non ragguardevole, culminante in una ringhiera. Attorno a quella ringhiera: i mostri.
 Non sono mostri. Sono esseri umani. Gli ultimi esemplari? Mai dire mai, la nostra, dobbiamo prenderne atto, è una lotta che durerà secoli. Seminudi, scheletrici, inzaccherati di ogni possibile lordura, si aggirano intorno al tubo-baratro e ridono orrendamente, piangono, si strappano i capelli. Primi piani fulminei, quasi subliminali: quella bocca parzialmente sdentata e i denti rimasti accusano carie devastanti eppure quella bocca è ilare, quei piedi dai quali scoppiano vesciche con effetti sonori mai registrati dagli archivi di missaggio, una mano che strizza freneticamente e senza costrutto un'appendice floscia e sgocciolante (ma di cosa?) tra due cosce assurdamente adipose e forse purulente. Molti si sporgono verso il fondo, verso l'origine di quell'oscuro richiamo: non demonizzare… monizzare… are… Alcuni di essi sporgono l'ano cosparso di emorroidi e spruzzano misere gocce di feci verso la latrina gigantesca al centro della quale si staglia l'oratore Rampini (così si spiegano le sue molte chiazze?). Non intenzionalmente, si badi (è importante): il loro corpo rachitico è continuamente scosso da convulsi accessi di tosse, dilatando lo sfintere e provocando l'involontaria espulsione.
Ma costoro stanno realmente guardando in fondo a quel fosso? Stanno ascoltando? È ancora possibile garantire un'intenzionalità in questa sarabanda di cui gli odierni ricercatori rintracciano echi iconografici di Dürer, di Charcot, di Tod Browning, di Lovecraft e del film "Alien 3" (secondo l'audace interpretazione di HGVG XII tutti gli esseri viventi della struttura edoniana sarebbero cloni di "Danny Webb")? E ancora: questo ennesimo, fastidioso ma comunque in medio termine condannato bubbone di umanità provvede al proprio sostentamento? E come? Forse ricorrendo al cannibalismo? Oppure dobbiamo prendere in considerazione l'assurda eresia di JHGYE XYV, che dietro Rampini si illude di intravedere un rettangolo di luce, a livello del suolo, dal quale – ma è solo un'illazione pseudoaccademica – verrebbe passato "del cibo" non meglio determinato, in modo tale da assicurare la preservazione del "corpo Rampini" e quindi del valore "libertà di pensiero"? Abbiamo seri motivi di dubitarne.