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martedì 17 settembre 2024

domenica 9 luglio 2023

giovedì 5 settembre 2019

The Dead Don't Die (Jim Jarmusch, 2019)

The Dead Don't Die, dato il tema e il cast francamente obeso, era prevedibilmente inutile, forse divertito e di certo poco divertente. La visione conferma le magre aspettative, anche se il film si rivela meno irritante di Only Lovers Left Alive, altra incursione in chiave languido-poeticistica nel genere horror, che al nostro sembra interessare poco o nulla, come sembra interessargli poco o nulla da un ventennio qualsiasi cosa faccia. Questo menefreghismo lo spaccia per sprezzatura, e in alcune scene, per esempio di Paterson, la truffa sembra quasi funzionare. Nulla da obiettare in particolare (salvo i folli e inerti riferimenti metafilmici, Adam Driver cui "Jim" ha dato da leggere "l'intero copione" mentre il povero Bill Murray ha avuto accesso solo alle sue scene, simili sciocchezze e strizzatine d'occhio costellano tutto il film, sono sempre state una pessima idea, almeno in Mezzogiorno di fuoco Mel Brooks le raggruppava tutte nel trascurabile finale). Il film non è irrispettoso nei confronti dei suoi predecessori, anzi. Solo che essi lo spiaccicano senza pietà. O meglio: lo spettatore assiste leggermente sbigottito allo spettacolo di un regista che si stende in mezzo all'autostrada facendosi travolgere da una teoria di autotreni, da quello targato Twin Peaks a quello che trasporta "trilogia di Romero" e lo spin-off Diary of the Dead, dalle finte e geniali parodie Shaun of the Dead e The Battery alla Pussy Wagon che trasporta The Bride Uma Thurman e già che ci siamo anche Michonne di The Walking Dead, se abbiamo Tilda Swinton non facciamoci mancare nulla, anzi no, improvvisamente arriva un'astronave e se la porta via, sembra un po' il sogno da fantascienza depressa de L'uomo che non c'era e un po' quello di un uomo che dorme senza sognare nulla, un uomo felice, a suo modo felice. Tutti doviziosamente omaggiati, quasi tutti ricordati nei titoli di coda, ringraziati, venerati, anche forse un po' disprezzati, come forse è un po' disprezzato lo spettatore, ma sempre con tanto affetto "molto molto" newyorchese.

The Dead Don't Die rivela una certa verità del cinema di Jarmusch, che da giovane era stato allievo e amico di un Nicholas Ray ormai abbastanza impazzito. In fondo Jarmusch è la versione contemporanea e pop di Louis Malle, che abbandonò da giovane una carriera abbastanza promettente di documentarista per darsi al "cinema d'autore", stando sempre bene attento a non turbare nessuno, a cogliere le idee più originali e innovative quando esse erano diventate perfettamente identificabili, decifrabili, accettabili, in una parola "culturali".

NOTA

Molti film di Jarmusch non sono esattamente pallosi. È abbastanza palloso Stranger Than Paradise, tutta la parte di Down by Law con il solo Benigni lasciato incontrollato è pallosissima, come pallosissimi sono Mystery Train (tranne forse l'episodio giapo) e aiutami a dire Night on Earth, è alla lunga palloso l'Indiano che spiega le cose in Dead Man, certe inquadrature dall'alto con filo a piombo ripetute con pigro compiacimento in Only Lovers Left Alive, qui la gag su "Sarà stato un animale, o forse tanti animali", forca caudina sotto la quale devono passare prima Murray, poi Driver, infine Sevigny, quando arriva Sevigny già lo sai che deve dire quella cosa là e che tu dovrai ridere, quindi subisci due minuti, due minuti al cinema possono essere un'eternità, e quell'eternità non produce nulla, è solo un'esperienza sfiancante, finché lei dice "Sarà stato un animale" ecc. e non ridi, e quel tuo non ridere a sua volta non cambia nulla della tua esistenza, né è grave che lo faccia o meno, stai solo subendo il tutto mentre qua e là cogli qualche lacerto di bellezza comunque compreso nel prezzo, per esempio Adam Driver per ora continua a essere un corpaccione singolare, ma è merito credo abbastanza naturale di Adam Driver e del suo singolare corpaccione, va bene anche se a riprenderlo è Alan Smithee. È quello il problema, che spesso quello che ci piace in Jarmusch ci sarebbe piaciuto comunque, anche senza Jarmusch.

lunedì 22 luglio 2019

Stranger Things S03 (The Duffer Brothers, 2019)

La terza stagione di Stranger Things è come ormai sanno tutti superiore alla seconda. Secondo me è anche migliore della prima, perché trova finalmente una sua verità nel raffazzonato, nel ritmo affannosamente reinventato tra una sequenza e l'altra e mai uguale a se stesso, nel suo sostanziale non andare a parare mai da nessuna parte, a tal punto che giunti oltre la metà della stagione, e forse fino alla fine, non si capisce di cosa si stia parlando, quale sia la posta in gioco, senza che questo abbia la minima importanza per garantire il moderato ma sicuro divertimento. Questo è il vero spirito degli "anni Ottanta", l'iceberg di cui la prima stagione mostrava solo la punta di Spielberg e dei suoi fortunati compari (nonché di Stephen King e di vari videogiochi di successo ma a rischio zero, da Life is Strange a Beyond). Vada invece per i neocormaniani che "non ce l'hanno fatta", da Tremors alla Troma, da Basket Case a Society, da Wes Craven al nostro amatissimo Romero (Day of the Dead era costato due dollari, contrariamente al precedente Dawn che ne era costati quattro e mezzo, splendida l'idea di proiettare il primo nel centro commerciale del secondo) a Terminator (idem, film a bassissimo costo, in attesa del noiosetto seguito, che sarà invece il primo film a costare cento milioni di dollari) a La cosa di Carpenter (che invece era caro, e la pagò il doppio). Vada per interni sfacciatamente di cartapesta, saloni con colonne bianco avorio in PVC, ruote di luna-park alte due metri come nel dimenticato The Funhouse (Il tunnel dell'orrore, 1981) di Tobe Hooper, trasparenti in auto che riescono a essere quasi altrettanto orrendi e quasi altrettanto sublimi dei migliori Hitchcock tra Cinquanta e Sessanta, vestitini fantasia da cui spuntano cosce non proprio d'alabastro e depilate alla bell'e meglio di ninfette mediamente smaliziate. Vada per i titoli di testa di cui non ricordavo graffi di pellicola nelle due precedenti edizioni, per i font decisamente "tv-movie" scelti per i titoli relativi a ciascun episodio, vada per questa tarantinata un po' tardiva, come appunto tardivo, raffazzonato, affannoso, sostanzialmente inutile ma in fondo simpatico era molto di quel cinema. Tarantino che ritrovi nel primo episodio prima della proiezione di Day of the Dead, con la sigla musicale di Grindhouse, nonché ovviamente nel riferimento alla Cosa carpenteriana, di cui The Hateful Eight è remake dichiarato, Cosa che fallì al botteghino perché più bella ma meno "perfetta" del precedente Alien (come Terminator era meno "molto molto profondo" ma più "molto molto gagliardo" di Blade Runner), Alien che a sua volta era la versione seria del primo film di Carpenter, Dark Star, raro caso di parodia à rebours, la Cosa di Carpenter di cui in Stranger Things si dice che è superiore a quella di Hawks, per una serie che sceglie invece – è la cosa che mi è piaciuta di più – di somigliare molto più a Hawks che a Carpenter, con i pischelli che parlano di cose sentimentali mentre sono inseguiti da una roba gigante e piena di denti fatta malissimo con un notebook, anche se sotto sotto pure questo Carpenter lo sapeva, anche senza un personaggio femminile in tutta la base artica quel che conta alla fine sono i tempi comici, quelli che decidi e imponi tu allo spettatore, non quelli che decide il "bel cinema", che è brutto, mentre è il brutto cinema che è bello, negli Ottanta come sempre: più o meno.

sabato 15 giugno 2019

Us (Jordan Peele, 2019)

Il primo film di Peele, Get Out, elogiatissimo, era sorprendentemente mediocre, ma del resto se ci si diverte con Black Mirror non mi sorprendo più di nulla. Il suo secondo, essendo meno lodato, speravo fosse più interessante.
Ci ho azzeccato, il film è migliore del precedente, anche se forse oltre al frullare marpionescamente vari materiali non c'è molto altro. Ma rispetto a Get Out, Us ha sicuramente qualche punto in più. L'attesa metafora razziale che invece si rivela esclusivamente sociale non è un brutto spiazzamento, anche se rimane metafora pesantissima e di quello spiazzamento non viene combinato nulla. Nel primo la componente "politica" e le pretese di satira uccidevano tutto, qui si nota un certo gusto (post tutto, ma ormai è la norma) per il genere in sé, una progressione decente, anche se alla fine lo scherzo va per le lunghe. L'ho guardato insomma con indulgenza, chiedendomi spesso dove volesse andare a parare al di là del compitino ben fatto e non trovando risposte soddisfacenti.
La butto lì: di fatto siamo forse di fronte a un paradosso storico. Il cinema americano, principale produttore in termini quantitativi di film horror e similia, e noto per il suo andare "al sodo" rispetto ad altre cinematografie, europee e non solo ("se vuoi mandare un messaggio usa la posta" ecc. ecc.) si trova di fronte a due modelli del genere, Dawn of the Dead e The Shining, che ha visto sempre e solo nell'edizione in cui le componenti politica, sociale, satirica o anche semplicemente confusionaria o arraffatutto erano prevalenti rispetto ai montaggi europei di Argento o dello stesso Kubrick, in cui tutto veniva ricondotto alle esigenze (in teoria pur "americane", qui il paradosso) della spettacolarità immediata, come direzione e senso principali ma senza sminuire – anzi! – gli aspetti di cui sopra, che essendo sfoltiti colpiscono più direttamente, alleggeriti da inutili mediazioni volontaristiche. I Jordan Peele, ma anche il tizio di It Follows, e tanti altri, hanno visto i film giusti, ma nel montaggio sbagliato.

domenica 11 ottobre 2015

Stenshots

sabato 18 aprile 2015

Leggendo "La Carte et le territoire"

Quell'incrocio tra rue d'Assas e rue Vavin è un punto fermo della mia topografia anni Ottanta. A pochi metri (rue Vavin) si trovava il primo videoclub che frequentai, all'epoca ce n'erano pochissimi, una mezz'ora buona a piedi dal ciglio di Montparnasse, sul punto di diventare "Duroc": esisterà ancora, quel no man's land chiamato "Duroc"? e quel cinema storico, chiaramente una sala di teatro ottocentesco, dove rividi bambino, a colori, tutti i Jerry Lewis adorati pochi mesi prima a Roma sulla tv in bianco e nero? (Perché già allora non mi facevano più ridere? perché a quarant'anni, mostrandoli a mia figlia, mi fecero ridere di nuovo? E mi fecero ridere come una volta? O diversamente?) Come si chiamava? Le Ranelagh? Ma no, quello era dall'altra parte della città, all'epoca la padroneggiavo tutta, quell'immensa metropoli; poi qualche anno fa scoprii che non era affatto immensa; era piccolissima. È vero, te lo garantisco, Parigi è molto piccola, tranne il quindicesimo arrondissement che ha dimensioni variabili e infernali, ma quando feci questa scoperta, quando scoprii che il quindicesimo era infinitamente più grande di Parigi, non padroneggiavo più neppure il mio spazzolino da denti. Anche Le Dingue du palace era a colori, in quel cinema ("Les Ursulines"? macché). No, non è vero, The Bellboy l'ho scoperto con mia figlia pochi anni fa senza poterglielo spiegare, io ai bambini posso insegnare il cinema, non la lineare A.
Avrò avuto undici anni, al massimo dodici. È in quel negozietto che recuperai tutto Romero, Non aprite quella porta, The Toxic Avenger e tutto il peggiore orrore trash che puoi immaginare (ma anche Rohmer, Godard, La furia umana di Walsh, Buñuel, qualsiasi cosa mi capitasse a tiro). Mia madre mi lasciava prendere tutto, solo un film era verboten: Cane di paglia di Peckinpah. Ovviamente lo presi alla prima occasione buona, mentre lei era in viaggio.
A rue d'Assas invece c'era quel palazzo demente in mattoni rossi davanti al quale si siede il protagonista del romanzo di Houellebecq. Pochi anni dopo ci andai con Bohdan Paczowski, voleva fotografarla, non ricordo più perché. Ricordo (ma forse sbaglio) che era notte. Voleva fotografarla di notte? E perché?






venerdì 22 novembre 2013

Ou peut-être hier, je ne sais pas.

In una famiglia si litiga, poi si arriva alla sintesi.
Alessandra Moretti, deputato PD, oggi da "Otto e mezzo" di Lilli Gruber.


domenica 25 novembre 2012

Porque ce vai (mozione Ana Torrent)

Alla fine ci sono andato anch'io, abbiamo fatto 'sto bel fioretto. Io a rue des vinaigriers, traversa del Canal St-Martin, di fronte all'Hôtel du Nord, est-ce que j'ai une gueule d'atmosphère, domenica è zona pedonale, io le zone pedonali le odio, una città senza automobili mi fa subito pensare a immagini di Zombi, con la gente che va e viene, tutto senza senso, come un film di zombi con Arletty. Comunque eccoci al 36 rue des Vinaigriers, "primarie al 20", te pareva, al 20 c'è il Cercle des Garibaldiens, lo sapevate che sul Canal St-Martin c'era un Cercle des Garibaldiens? Comunque non lo sapevamo neppure io, di male in peggio, garibaldini zombi che s'ingroppano Arletty approfittando della domenica pedonale, un horror firmato Luigi Magni? Pure il sole dopo la pioggia è unheimlich, da queste parti. Boh. E poi non sono mille, ma quattro, e quando entro sono l'unico, vestito "asc-purtivi" come Capannelle prima dell'audace colpo, quelli manco mi guardano il passaporto, potrei essere Bin Laden e far saltare tutto, invece mi siedo in quell'angolo, vada, prenda la matita (e mi dà una penna blu), quando ha votato pieghi la scheda in quattro così entra nell'urna (bravo, prendi pure per il culo), il passaporto lo vediamo dopo, non abbia paura (sic). Mi siedo in un angolo, compilo per benino il formulario cercando di ricordarmi che non mi chiamo Stenelo ma Luigi Stenelo, la vita è una cagna, firmo che sì, ho ricevuto e letto il fantastico programma, non l'ho mai ricevuto, figuriamoci leggerlo, mica mi chiamo Arletty, mi chiamo Luigi Stenelo, e prometto che darò un euro e tra me e me mi preoccupo perché ho solo una moneta da due, chissà se i prodi Garibaldiens mi daranno il resto o se se lo intascheranno in vista di azioni gloriose tipo breccia di Padre Pio. A un certo punto, mentre sto ancora seduto entra un fiotto di ragazze under 21, divertitissime, che si fa che non si fa, c'è un po' di baraonda, poi si siedono con i loro foglietti, nessuna vicino a me che ho scelto la posizione strategica dell'angolo dell'asino, chissene, tanto sono tutte un po' cozzette, mi alzo, metto la scheda, quella dice "ha votato!" (e capirai), ho dimenticato di mostrare il passaporto, lo tiro fuori, quella lo poggia sul tavolo e non lo apre nemmeno, dico devo pagare, quella risponde che no, un signore che recita la parte del responsabile (sarà Nino Bixio?) dice che hanno deciso di non far pagare perché "non hanno la struttura", tra me e me mi chiedo che fine avranno fatto le infrastrutture, un tempo era tutta un'infrastruttura, da piccolo mi dicevo quando sarò grande imparerò cos'è un'infrastruttura, poi quando sono diventato grande nessuno parlava più di infrastrutture, e ora mancano persino le strutture, le strutture da un euro, e quindi faccio la mia uscita ironica e dico "ma allora ho mentito, nel formulario!", e quella no problem, tanto lo cancelliamo (ah, vabbe', se lo cancellate...) e Nino Bixio (o Sydney Sonnino?) a questo punto ha uno scatto organizzativo, un salto evolutivo e dice altisonante nella stanzetta di 6 metri quadri "ragazze! non dite che contribuite, qui abbiamo deciso di non farlo, non abbiamo la struttura!", e qui si rivolge alle cozzette, tra le quali magari ce n'è pure una che si chiama Anita, forse un giorno sarà famosa per aver vinto il Grande Fratello d'Italia e fra un secolo chi passeggerà tra le vie pedonali di Chiusi Scalo alzando gli occhi troverà una lapide "Qui pernottò Anita". Vabbe'. È stato un gran momento democratico.

Anche Ana Torrent, resa celebre da Victor Erice nello Spirito dell'alveare, è stata un gran momento democratico. A scanso di equivoci Erice fu il più grande regista spagnolo dopo Dom Luis e aspettando il maleducato Pedro. Con due soli film (quello sul melocotogno alla fin fine è un po' 'na pizza): il primo è il suddetto Espiritu, l'altro si chiama El Sur e se possibile è ancora più bello, l'hanno visto in quattro, ci sono Omero Antonutti e Margarita Lozano e Aurore Clément e ciononostante il film è bellissimo. Aurore Clément per me è un mistero, è brutta come la fame, recitazione da filodrammatica, ma appare solo nei capolavori, sarà un portafortuna, non vedo altra spiegazione. El Sur non va confuso con Sur, che è un film di Solanas piuttosto bruttino, malgrado Piazzolla e Gardel, ma nel film di Erice si sente una splendida versione di En er mundo, che però non è un tango ma un paso doble (Guy Marchand: "Tango, ça s'écrit comme un tango?" Michel Serrault: "Non mais comment voulez-vous que ça s'écrive? Comme paso doble?": Guardato a vista di Claude Miller), forse una prossima volta lo posto, ma solo se fai il bravo e mi giuri che alle primarie non hai votato Mastella. Comunque questa non è tratta da un film di Erice ma da Cria Cuervos di Saura, che non è male ma non vale l'Espiritu. Alla fine di Legami! la cantano in automobile Banderas, Abril e la di lei sorella. Ana Torrent oggi ha 39 anni, io l'ho rivista in un remake softcore di Sangue e Arena dove il matador preferiva fare il porcellone con Sharon Stone invece di sposare lei, che effettivamente non era proprio uno schianto. Va' a capi'.

(scritto domenica 27 marzo 2005, per puro caso esattamente alla stessa ora indicata dal post)

venerdì 5 agosto 2011

Entropie 3: Madame Italy

Voglio ricordare che nulla di quello che succede è qualche cosa che si può ascrivere alla responsabilità di uno dei governi di qualunque Paese.
Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi,
conferenza stampa straordinaria del 5 agosto 2011.


A peine arrivé chez lui, Rodolphe s'assit brusquement à son bureau, sous la tête de cerf luisant trophée contre la muraille. Mais, quand il eut la plume entre les doigts, il ne sut rien trouver, si bien que, s'appuyant sur les deux coudes, il se mit à réfléchir. Emma lui semblait être reculée dans un passé lointain, comme si la résolution qu'il avait prise venait de placer entre eux, tout à coup, un immense intervalle.
Afin de ressaisir quelque chose d'elle, il alla chercher dans l'armoire, au chevet de son lit, une vieille boîte à biscuits de Reims où il enfermait d'habitude ses lettres de femmes, et il s'en échappa une odeur de poussière humide et de roses flétries. D'abord il aperçut un mouchoir de poche, couvert de gouttelettes pales. C'était un mouchoir à elle, une fois qu'elle avait saigné du nez, en promenade; il ne s'en souvenait plus. Il y avait auprès, se cognant à tous les angles, la miniature donnée par Emma; sa toilette lui parut prétentieuse et son regard en coulisse du plus pitoyable effet; puis, à force de considérer cette image et d'évoquer le souvenir du modèle, les traits d'Emma peu à peu se confondirent en sa mémoire, comme si la figure vivante et la figure peinte, se frottant l'une contre l'autre, se fussent réciproquement effacées. Enfin, il lut de ses lettres; elles étaient pleines d'explications relatives à leur voyage, courtes, techniques et pressantes comme des billets d'affaires. Il voulut revoir les longues, celles d'autrefois; pour les trouver au fond de la boîte, Rodolphe dérangea toutes les autres; et machinalement il se mit à fouiller dans ce tas de papiers et de choses, y retrouvant pêle-mêle des bouquets, une jarretière, un masque noir, des épingles et des cheveux — des cheveux! de bruns, de blonds; quelques-uns même, s'accrochant à la ferrure de la boîte, se cassaient quand on l'ouvrait.
Ainsi flânant parmi ses souvenirs, il examinait les écritures et le style des lettres, aussi variés que leurs orthographes. Elles étaient tendres ou joviales, facétieuses, mélancoliques; il y en avait qui demandaient de l'amour et d'autres qui demandaient de l'argent. A propos d'un mot, il se rappelait des visages, de certains gestes, un son de voix; quelquefois pourtant il ne se rappelait rien.
En effet, ces femmes, accourant à la fois dans sa pensée, s'y gênaient les unes les autres et s'y rapetissaient, comme sous un même niveau d'amour qui les égalisait. Prenant donc à poignée les lettres confondues, il s'amusa pendant quelques minutes à les faire tomber en cascades, de sa main droite dans sa main gauche. Enfin, ennuyé, assoupi, Rodolphe alla reporter la boîte dans l'armoire en se disant:
— Quels tas de blagues!...
Ce qui résumait son opinion; car les plaisirs, comme des écoliers dans la cour d'un collège, avaient tellement piétiné sur son coeur, que rien de vert n'y poussait, et ce qui passait par là, plus étourdi que les enfants, n'y laissait pas même, comme eux, son nom gravé sur la muraille.
— Allons, se dit-il, commençons!
Il écrivit:
«Du courage, Emma! du courage! Je ne veux pas faire le malheur de votre existence...»
— Après tout, c'est vrai, pensa Rodolphe; j'agis dans son intérêt; je suis honnête.
« Avez-vous mûrement pesé votre détermination? Savez-vous l'abîme où je vous entraînais, pauvre ange? Non, n'est-ce pas? Vous alliez confiante et folle, croyant au bonheur, à l'avenir... Ah! malheureux que nous sommes! insensés!»
Rodolphe s'arrêta pour trouver ici quelque bonne excuse.
— Si je lui disais que toute ma fortune est perdue?... Ah! non, et d'ailleurs, cela n'empêcherait rien. Ce serait à recommencer plus tard. Est-ce qu'on peut faire entendre raison à des femmes pareilles!
Il réfléchit, puis ajouta:
« Je ne vous oublierai pas, croyez-le bien, et j'aurai continuellement pour vous un dévouement profond; mais, un jour, tôt ou tard, cette ardeur (c'est là le sort des choses humaines) se fût diminuée, sans doute! Il nous serait venu des lassitudes, et qui sait même si je n'aurais pas eu l'atroce douleur d'assister à vos remords et d'y participer moi-même, puisque je les aurais causés. L'idée seule des chagrins qui vous amènent me torture, Emma! Oubliez-moi! Pourquoi faut-il que je vous aie connue? Pourquoi étiez-vous si belle? Est-ce ma faute? O mon Dieu! non, non, n'en accusez que la fatalité!»
— Voilà un mot qui fait toujours de l'effet, se dit-il.. Ah! Si vous eussiez été une de ces femmes au coeur frivole comme on en voit, certes, j'aurais pu, par égoïsme, tenter une expérience alors sans danger pour vous. Mais cette exaltation délicieuse, qui fait à la fois votre charme et votre tourment, vous a empêchée de comprendre, adorable femme que vous êtes, la fausseté de notre position future. Moi non plus, je n'y avais pas réfléchi d'abord, et je me reposais à l'ombre de ce bonheur idéal, comme à celle du mancenillier, sans prévoir les conséquences.»
— Elle va peut-être croire que c'est par avance que j'y renonce... Ah! n'importe! tant pis, il faut en finir!
« Le monde est cruel, Emma. Partout où nous eussions été, il nous aurait poursuivis. Il vous aurait fallu subir les questions indiscrètes, la calomnie, le dédain, l'outrage peut-être. L'outrage à vous! Oh!... Et moi qui voudrais vous faire asseoir sur un trône! moi qui emporte votre pensée comme un talisman! Car je me punis par l'exil de tout le mal que je vous ai fait. Je pars où? Je n'en sais rien, je suis fou! Adieu! Soyez toujours bonne! Conservez le souvenir du malheureux qui vous a perdue. Apprenez mon nom à votre enfant, qu'il le redise dans ses prières.»
La mèche des deux bougies tremblait. Rodolphe se leva pour aller fermer la fenêtre, et, quand il se fut rassis:
— Il me semble que c'est tout. Ah! encore ceci, de peur qu'elle ne vienne à me relancer:
« Je serai loin quand vous lirez ces tristes lignes; car j'ai voulu m'enfuir au plus vite afin d'éviter la tentation de vous revoir. Pas de faiblesse! Je reviendrai; et peut-être que, plus tard, nous causerons ensemble très froidement de nos anciennes amours. Adieu!»
Et il y avait un dernier adieu, séparé en deux mots A Dieu! ce qu'il jugeait d'un excellent goût.
— Comment vais-je signer, maintenant? se dit-il. Votre tout dévoué?... Non. Votre ami?... Oui, c'est cela.
«Votre ami.»
Il relut sa lettre. Elle lui parut bonne.
— Pauvre petite femme! pensa-t-il avec attendrissement. Elle va me croire plus insensible qu'un roc; il eût fallu quelques larmes là-dessus; mais, moi, je ne peux pas pleurer; ce n'est pas ma faute. Alors, s'étant versé de l'eau dans un verre, Rodolphe trempa son doigt et il laissa tomber de haut une grosse goutte, qui fit une tache pâle sur l'encre; puis, cherchant à cacheter la lettre, le cachet Amor nel cor se rencontra.
— Cela ne va guère à la circonstance... Ah bah! n'importe!
Après quoi, il fuma trois pipes et s'alla coucher.
Gustave Flaubert, Madame Bovary, II, 13.

lunedì 18 gennaio 2010

L'ultimo gioco in città (LE SCOMMESSE SONO CHIUSE)

III — NORMA

Una bottiglia di formalina a chi riconosce l'origine di questo fotogramma. Nuove immagini giovedì e sabato.
AGGIORNAMENTO (giovedì 21 gennaio): Dare una ragion d'essere a due sedie orripilanti regalate da tua suocera a Natale. Ora lo sai: la televisione serve anche a questo.

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ATTENZIONE: La partita si è conclusa giovedì 21 gennaio alle 15.49. Strelnik si aggiudica la prima bottiglia di formalina del 2010: quasi un Novello (sia nel senso del vinaccio che in quello della new entry in graduatoria, ma non nel senso di Ivor, pronunciasi "Aivor"). Agli altri giocatori non resta che cospargersi la testa di acido, dato che il film da indovinare era La notte dei morti viventi (George A. Romero, 1968).
La prossima sfida si terrà lunedì 25 gennaio.

L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ.
GRADUATORIA
Strelnik: 1 bottiglia di formalina.

mercoledì 16 dicembre 2009

La caduta nel quotidiano/2

Are we worth saving? You tell me.
Debra (Michelle Morgan): ultime parole di Diary of the Dead (George A. Romero, 2007).

Generatore manuale di commenti: tra minacce e tentazioni censorie, prosegue temeraria e indomita la nostra sfavillante e multiforme vita nei social network, ovvero come smettere di preoccuparsi e cominciare ad amare il tasto “annulla”, offrendo sempre e comunque il peggio di noi, su una strada senza ritorno e a senso unico.
(Titolo a cura di Stan Lubrick, Mario Calabresi e Lina Wertmüller)

− Ignorati, fai come se non esistessi.

− E stasera? Ancora semolino?

− Phaiga lo dici a tua sorella.

− Preferirei sapere a che cosa NON stai pensando.

− Guarda che la settimana delle tette era l'altra.

− Hai già provato tutto uguale ma con i piedi in una pozza d'acqua?

− Sarà, ma anche una frase che riesce a mettere insieme una doppia negazione e il lemma "socialnetworkizzati" in un colpo solo fa disperare dell'umanità.

− Penserei che stai postulando per recitare una parte importante nel prossimo film dei Vanzina, per poi finire spiaccicata sul mese di febbraio di un calendario e infine coinvolta in un tristissimo caso di cronaca nera che ti farà piombare nel trito tunnel della droga, dal quale uscirai per imboccare senza soluzione di continuità l'annosa via dell'alcoolismo, quindi l'autostrada della bulimia diabetica. Il 22 novembre 2021 una congestione ti farà colare a picco nella piscina di un piccolo imprenditore di Casale sul Sile (TV), ma in assenza del proprietario. Verrai ritrovata due giorni dopo dalla colf mesopotamica in via di regolarizzazione e al tuo funerale qualcuno piangerà, forse.

− Il giorno in cui ti ritroverai con una doppia coppia d'assi e di otto mi piacerebbe essere presente, pallone gonfiato che non sei altro.

− Verrai ripescata. Meglio esser precisi.

lunedì 26 gennaio 2009

Le baccanti

Sulla terra, la vera minoranza è la minoranza dei vivi; nel film, questa minoranza di miliardi entra in guerra contro un’armata ben più potente: l’armata dei morti. Faremo questa guerra servendoci di computer, di raggi laser, di film infrarossi e di dischi ultrasensibili. Abbiamo intenzione di finirla una buona volta per tutte con il problema dell’“oltremorte” e dei mondi paralleli.
Dal soggetto di “Murmures dans des chambres lointaines”,
progetto incompiuto di Jacques Tourneur.


Venuti a deporre fiori sulla tomba del padre, Barbara e suo fratello vengono aggrediti da un uomo dall’andatura goffa e lo sguardo vacuo: solo più tardi, la persone asserragliate in un’isolata casa di campagna scopriranno che gli assedianti un po’ ebeti non sono ubriachi molesti, ma morti rinati per nutrirsi dei vivi. Invece di rivelare coraggio, intelligenza e coesione di fronte al pericolo, il gruppo (campione della società americana e forse dell’umanità) viene sterminato in una sola notte, non tanto a causa degli zombi quanto per la propria stoltezza. Girato in un bianco e nero sgranato e con movimenti di macchina a spalla, interpretato da attori non professionisti, La notte dei morti viventi (1968) continua a terrorizzare grazie a un dispositivo dalla crudeltà ineguagliata. Le approssimazioni delle riprese sono perfettamente sublimate dall’illusione di assistere a un macabro documentario. Incesto, antropofagia, matricidio e parricidio, finale tragico; i principali tabù morali e cinematografici vengono spazzati via grazie a un’invenzione catalizzatrice di pulsioni e brutalità: lo zombi. A differenza della tradizione vudù, secondo la quale lo zombi è un vivo in stato di morte apparente la cui personalità è stata annullata e sostituita dalla volontà di un padrone-burattinaio, quelli di Romero sono cadaveri-baccanti, tornati alla vita per ragioni oscure, privi di qualsiasi movente se non quello — irrazionale ma determinato — di uccidere tutti i viventi, divorandoli, lacerandone il tessuto fisico e sociale.


Nella storia del genere, il postulato dell’esistenza dopo la morte è segretamente consolatorio; Romero è uno dei pochissimi registi ad aver rappresentato l’immortalità come una condizione spaventosa, riducendo l’umano a corpo putrefatto privo di coscienza, a biologia assurda e fine a se stessa. Freud notava che “ora come in passato è estranea al nostro inconscio l’idea della nostra stessa mortalità”(1): nulla sembra più difficile che pensare quel non-luogo che è la morte in sé. Allo stesso modo, quando si considerano i classici della letteratura fantastica, la morte è certo un’avventura frequente, ma raramente il tema stesso del racconto. Per Romero, invece, nulla merita di esser guardato più a fondo, con ottusa ostinazione. Nei “living dead”, quel che conta è il secondo termine; non a caso, il primo scomparirà dai titoli originali dei seguiti. Lo pensava anche André Bazin: “La morte è uno dei rari eventi che giustifichi il termine di specificità cinematografica”(2).



In Zombi (1978) la malattia ha raggiunto livelli epidemici, gli zombi infestano città e centri commerciali. Onnipresenti e numerosissimi, i morti di Romero diventano spesso pretesto ad ampi totali dove la narrazione cede il passo al gusto diabolico di disporre cadaveri ambulanti nello spazio, o a brevi primi piani dove l’identità del volto umano si decompone in maschera di dolore famelico, tra inerzia dello sguardo vitreo e bestialità di mascelle trituranti. Il film raggiunge in quei casi vette di poesia truculenta, che determina un fantastico “stagnante” e trasforma il soprannaturale da apparizione in presenza. Troppo tardi per consolarsi con la distinzione che vorrebbe relegare il fantastico fuori campo. Ormai gli zombi sono troppi, e le loro gueules cassées hanno preso possesso dell’inquadratura.



(1) Sigmund Freud, Il perturbante, in Opere, vol. 9 - L’Io e l’Es e altri scritti (1917-1923), Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 103. Il testo prosegue con strana serenità nel descrivere il timore della morte come atavico ma destinato a venire sommerso per sempre — ossia a non “tornare” più come unheimlich — dai progressi dell’intelletto, della scienza e della pietà. Quasi un secolo dopo (il saggio di Freud fu pubblicato nel 1919) questo momento sembra ancora lontano, e il cinema non ha smesso di mostrare la paura “secondo cui il morto è diventato nemico dei sopravvissuti e mira a prenderli con sé come compagni della sua nuova esistenza” (ibid.).
(2) André Bazin, “Mort tous les après-midi”, in Qu’est-ce que le cinéma?, vol. 1, Editions du Cerf, Paris 1958, p. 68.


lunedì 10 novembre 2008

Voltati Stenelo

Questo albergo non è una casa, come dice da un'eternità Delbert Grady. Siamo in Colorado, mica a Riccione. Un fantasma e uno zombi nella stessa suite fanno a cazzotti. Così Stenelo e io abbiamo deciso di separarci. Ero stufo di doverlo sempre aspettare, nel labirinto di siepi. Gli ci vogliono cinque minuti per fare cento metri: quando e se si arrivava, la splendida festa di morti era già finita da un pezzo. Tanto non lo avrebbero mai fatto entrare perché è vestito uno schifo. E poi è sporco. E poi puzza.
Ma mi ci ero abituato, e un po' mi è dispiaciuto quando il 31 agosto scorso l'ho visto fare le valigie, con tutti i pedalini spaiati, le scarpe da tennis sfondate e i pantaloni pieni di chiazze sospette. Ha sollevato appena il cappello di paglia: "Ciao core, qui comincia a far freddo, me ne vado a vivere a casa d'amici, in un seminterrato zozzo, illuminato male". Chi vuole può ritrovarlo là, mentre si decompone inesorabilmente.

Un tempo Stenelo voleva fare l'attore. E anche lui avrebbe potuto avere il suo minuto di celebrità, in un film su persone più di là che di qua. Ma il regista giudicò l'interpretazione troppo monotona (mentre Sten la considera un capolavoro, brontolando che a Pittsburgh non capiscono il minimalismo kabuki) e ridusse l'inquadratura a meno di due secondi. Siamo tuttavia riusciti a ritrovare la sequenza originale e la diffondiamo a mo' di omaggio per un ospite non troppo gradito.



P.S.: Puoi sempre andare a salutare Stenelo cliccando sul suo ritratto, in alto a destra. Sempre che tu non abbia paura dei mozzichi.

lunedì 2 giugno 2008

Crossover: Un ricordo della casa gialla

Nazista a me? Io sono nato il primo maggio, il giorno della festa dei lavoratori e al nonno di mia moglie, nel ventennio, i fascisti fecero chiudere la panetteria al Pigneto perché non aveva preso la tessera.
Un delinquente comune, ovvero un eroe dei nostri tempi, al quale il 29 maggio 2008 il quotidiano “la Repubblica” concede l’onore della prima pagina, lasciandolo parlare a ruota libera per più di dodicimila battute.

Pulendo la cucina ho notato che è inutile alzare certi vasi che stanno lì sempre fermi. Spolvera solo attorno al perimetro della base: sotto non c’è polvere.
In presenza degli avidi eredi, il notaio (Simon Kautzsch) apre il testamento e scopre che lo zio non ha scritto altro in Little Blues (Paul Gachet, 1978).

Al mio paese chiamavano casa gialla la casa dove si custodivano i detenuti. A volte, quando da bambini giocavamo per strada, lanciavamo sguardi furtivi attraverso le grandi finestre oscure e silenziose e con una stretta al cuore balbettavamo: “Poverini!…”.
Didascalia iniziale di Ricordi della casa gialla (João César Monteiro, 1989).



Mentre tu sei andata al cinema e io son rimasto qua come un fesso ad annoiarmi, tra i francesi che s’incazzano en attendant Bartali, a volte afferro un giornale che svolazza. Convinto di trovarvi, finalmente, la notizia vera, in caratteri cubitali:


O, quantomeno, un utile commento alla notizia:


Ma siccome considerano che le isotere e le isoterme fanno il proprio dovere, i giornali preferiscono tenere gli occhi chiusi, e diffondere opinioni. Se le opinioni finiscono in prima pagina, allora non sono più opinioni: sono “editoriali”.
Così, qualche giorno fa, in mancanza di vere notizie, ho letto un editoriale. Lo aveva scritto una firma autorevole, su un prestigioso quotidiano. L’autorevolezza e il prestigio erano ribaditi dal fatto che l’editoriale occupava lo spazio di una colonna e mezzo. Dunque era una volta e mezzo autorevole, e una volta e mezzo prestigioso. Non parlava di cadaveri redivivi (“Quando i morti camminano, señores, dobbiamo smettere di uccidere, o perderemo la guerra” diceva un prete portoricano in Zombi) e della conseguente fortuna di essere vivi, come ho già detto. Ragionava su certi delitti commessi al Pigneto, una periferia di Roma dove quasi mezzo secolo fa Vittorio Cataldi detto “Accattone” rifletteva: “Eppure che è la fame? Un vizio! È tutta un’impressione! Ah, se nun c’avessero abituati a magna’, da regazzini…”. Il protagonista di questi delitti è stato scoperto, e si è anche scoperto che aveva un tatuaggio di Che Guevara sul braccio. (Premetto che di Che Guevara non m’importa un fico secco, le quattro ore che Soderbergh gli ha dedicato me le perderò volentieri, anche perché avrei preferito che il film lo facesse Terrence Malick, come pare fosse inizialmente previsto.) Un tempo, neanche troppo remoto (o forse sì), il fatto che un delinquente sfoggiasse un tatuaggio del Che sarebbe finito seduta stante nella rubrica “ecchissenefrega” del giornale satirico “Cuore”. Ma fortunatamente oggi la satira non esiste praticamente più, così possiamo finalmente leggere giornali seri. E infatti nessun giornale ha resistito alla tentazione di commentare a iosa l’irrilevante aneddoto del tatuaggio. Perché son proprio gli aneddoti irrilevanti che permettono di cogliere lo Zeitgeist, o almeno così pare. E quindi l’editoriale incipitava:

Il tatuaggio che immortala il «Che» sul braccio dell’uomo che ha guidato la spedizione squadristica del Pigneto celebra a suo modo l’anniversario del ’68 e chiude un’epoca trasformando definitivamente la faccia del comandante Guevara in icona post-icona, come un adesivo, un marchio vuoto, un brand di moda, potrebbe essere l’aquilotto dell’emporio Armani o la virgola della Nike. È per questo che la lunga confessione consegnata dal picchiatore a Carlo Bonini di Repubblica dovrebbe segnare anche la fine dell’ossessione compulsiva di etichettare politicamente le emergenze sociali: la sicurezza è un sentimento di destra, le ronde sono fasciste, i raid sono nazisti.
Un impulso che risponde al bisogno rassicurante di tener viva la cornice ideologica del Novecento come chiave di interpretazione di tutto.
Un vizio italiano [come la fame? n.d.r.], ma non solo. Il Times di Londra ieri leggeva la faccenda romana in chiave di xenofobia denunciando il rischio razzismo in Italia; il Financial Times rilanciava l’allerta per i rom. Vero, certo. Ma pure questo è un automatismo, anch’esso a suo modo ideologico, che non basta a spiegare quel che bolle nel calderone italiano.


Negare la possibilità di interpretare la realtà attraverso “cornici ideologiche” vecchie non è un’idea nuova. È vecchia almeno quanto le stesse “cornici ideologiche” e più di cinquant'anni fa Roland Barthes l'aveva già inserita tra i Miti d'oggi (cfr. il capitolo intitolato "La critica né-né"). Ma almeno consola, per un po'. È un sollievo, ad esempio, sapere che il braccio tatuato che ti accoltella non è mosso da pregiudizi ideologici ammuffiti, che quando senti la lama entrarti nella gola partecipi in qualche modo del nuovo che avanza (“Come un cane!” disse, era come se la modernità dovesse sopravvivergli).
Ma non facciamo gli schizzinosi: tanto più che l’inizio dell’editoriale non suona solo come una campana a morto (logico, dato che the dead are walking), ma anche come una promessa, per chi trova sempre più difficile leggere la realtà, globale o aneddotica che sia. Dopo aver fatto tabula rasa di desueti preconcetti e griglie interpretative inefficaci (per capire lo spirito dei tempi non ci si può più fidare di nulla e di nessuno, cari amici: neppure dello spiritoso “Times”), si profila la speranza che l’editorialista proponga o comunque disegni i contorni di una nuova cornice di lettura, finalmente liberata da qualsiasi ideologia, ma quantomeno utile a capire come e dove sta andando il mondo (o, nel nostro piccolo, l’Italia).
Al centro dell’editoriale troneggiano, giustamente, i fatti, cioè le parole: brani dell’intervista al delinquente, dichiarazioni di capi della polizia, accenni di considerazioni varie su insicurezza reale e/o percepita. Alla fine, l’editoriale conclude, rompendo gli indugi, e noi leggiamo, sperando come accattoni di veder placata la nostra fame di capire:

La griglia destra-sinistra non tiene più. Nemmeno a Roma, dove da quando è sindaco Alemanno (salutato da non poche «braccia tese» al suo arrivo in Campidoglio), è come se fosse cresciuta un’equivoca attesa. L’ex sindaco Veltroni insiste sul clima di intolleranza. L’uomo del Pigneto, con o senza tatuaggio, racconta un’altra Italia che sembra sfuggire a tutti e due. E forse anche a noi.

Un supplizio di Tantalo, insomma. Tu credi di aver capito come stanno le cose, eh? Sì, ciao core: il tuo modo di pensare è vecchio. È per questo che la realtà ti sfugge. Ora ti dico io qual è lo Stand der Dinge — o almeno, dato che il mio mestiere è quello dell’opinion maker, te ne fornisco l’opinione (nel senso in cui la intendeva Karl Kraus: ragazzi, come mi sento mitteleuropeo e novecentesco, stamattina). Anzi no, ho cambiato idea: non te lo dico perché non lo so. Tiè.
Oppure la spiegazione è un’altra: l’editorialista un’opinione ce l’ha eccome, e se ce la comunicasse la salvezza sarebbe a portata di mano. Ma lui, geloso e birichino, se la tiene tutta per sé (magari l’ha consegnata al notaio, racchiusa in una busta sigillata con la ceralacca: forse neppure lui è immune da vezzi rétro). Un po’ come Nanni Moretti, quando in Bianca trova finalmente il coraggio di abbordare Laura Morante e, con un sacchetto di dolcetti in mano: “Ne vuoi uno?” per poi aggiungere subito, senza lasciarle il tempo di fiatare: “Eh, ma sono tutti per me: un etto sono solo dodici. Finiscono prestissimo…”.




Ci sono editoriali che lasciano imbambolati, come se ci si trovasse davanti a un quadrato magico di Dürer, ma con tutti i numeri buttati lì alla rinfusa da un seguace di Duchamp o da un Dio burlone. Tuttavia non disperare, malinconico amico: lassù qualcuno ti ama. Infatti, se la lettura dei giornali non rischiara la bile, dal cielo bas e lourd dei blog trapela un raggio di sole nero. Sì, il vero D.I.O. non ti ha abbandonato, egli pensa a te e ti invita a sperimentare una nuova linea di farmaci (a tuo rischio e pericolo, s’intende). Vale la pena provare, anche se non dovesse funzionare. Anzi, soprattutto se non dovesse funzionare: D.I.O. ha capito benissimo che dalla malinconia non si guarisce, che la letteratura, il cinema o lo studio non consolano (non è il loro scopo), che la bellezza non lenisce un bel nulla, perché la vera bellezza ci trafigge e a volte ci schiaccia. Nel tuo stato, e in questo Stato (il rapporto conflittuale con la polis è alla base del concetto classico di malinconia: cfr. il Democrito dello pseudo-Ippocrate) la malinconia puoi soltanto coltivarla (come si coltivano i fiori, e i vizi, anche quelli brutti come la fame), e di tanto in tanto farla uscire di casa (magari “downtown” con Frank Sinatra), così, giusto per farle prendere una boccata d’ossigeno, che respiri un po’, povera creatura. La classica “ora d’aria”, secondo la terminologia penitenziaria, da passare camminando sulle orme di João Cesar Monteiro (un altro G.O.D.: infatti nei suoi film migliori interpreta un personaggio chiamato João de Deus), quando in Ricordi della casa gialla parla di dar fiato alla dignità:
“La signorina Julieta è scappata con un fagottista dell’orchestra. Era fatale: quella è una famiglia piena di fiato. Doña Violeta, sua madre, si è rassegnata. Uno di questi giorni perdonerà loro con una scarica di peti. Un po’ di dignità non ha mai fatto male a nessuno.”
E quindi, amico atrabiliare, non restare sempre qui a leggere le mie farneticazioni! Esci dalla saudade, riscatta l’acedia, clicca altrove e prenditi un gachet! Studia con particolare attenzione le due tappe essenziali della terapia, ossia il “Perimetralismo” e la “Blackbox” e non tornare finché non le avrai assimilate. Tranquillo, io intanto son qua che ti aspetto, te e Bartali, non mi muovo: come un masso. (Però poi torna a trovarmi, eh? Non ho mica finito…)



Ma come, sei ancora qui? Evvai, ti dico!



Maltornato, quindi. Questa faccenda del perimetralismo meriterebbe una biblioteca di Babele, uno non sa bene da dove cominciare: forse girando intorno al concetto? Col rischio di perdere presto l’equilibrio, magari? In questo caso mi permetto di suggerire la terapia di mio nonno: si fece tutto il ventennio (quello della prima metà del secolo scorso, non quello in cui viviamo oggi) tra galera e villeggiatura nelle isole. In privato non se ne vantava mai, ma se stavi bene attento, quarant’anni dopo potevi ancora individuarne le tracce nei riflessi psico-motori. Quando sei in cella (ovvero, quando più o meno tuo malgrado dal perimetralismo della blackbox ci piombi dentro, nella stessa blackbox), tre metri per tre, uno dei problemi che ti tocca affrontare è il deperimento fisico per scarsità di moto. Se non vuoi ridurti allo stato vegetale (tipo l’attuale ministro delle pari opportunità), ti conviene camminare a lungo. Ma in tre metri per tre, se li fai girando sempre nello stesso senso, dopo due giri le vertigini ti fanno cascar per terra (qualsiasi riferimento ai girotondi è assolutamente deliberato) e la ginnastica si riduce a pochi inconcludenti secondi giornalieri. Allora si procede lungo la diagonale del quadrato (o ring, se buttiamo la blackbox sullo shadow-boxing di Jake La Motta o degli astronauti kubrickiani), compiendo una serie di otto. Quando appunto quarant’anni dopo mio nonno si infervorava durante una discussione, nel ricordo lo vedo ancora alzarsi dal tavolo e iniziare a camminare. E, continuando a parlare, inconsciamente i suoi passi si mettevano a disegnare una serie indefinita di otto. Il salone era abbastanza grande, ma se ti limitavi a misurare l’otto in questione come diagonale di un invisibile quadrato magico, il risultato che ottenevi era esattamente un’area di tre metri per tre.





P.S.: Dato che forse non mastichi il portoghese e non leggi il francese come io non parlo il tedesco, scusami pardòn:
Lívio (Luís Miguel Cintra): L'unica cosa che conta è che tu impari ad amministrare il tuo stato di semplicità.
João de Deus (João César Monteiro): E tu? Resti qui?
Lívio: Io ho buone speranze di guarigione. Sono un caso clinico, oltretutto benigno. Per te è diverso: non c'è nessuna speranza, vista la malattia che hai; e quello che è, è.
João de Deus: Dubito che mi lascino uscire così, di colpo.
Lívio: Hai già parlato col direttore?
João de Deus: Ci siamo scambiati vaghe impressioni. Non avevo niente da dirgli. E viceversa, suppongo.
Lívio: Per uscire di qui, non preoccuparti. Me ne occupo io. Il direttore è uno dei nostri…
João de Deus: Vado a pensarci su.
(João de Deus fa la sua corsetta, perimetrando il cortile della casa gialla)
João de Deus: È deciso. Spalanchiamo i battenti del sacro portone.