La terza stagione di Stranger Things è come ormai sanno tutti superiore alla seconda. Secondo me è anche migliore della prima, perché trova finalmente una sua verità nel raffazzonato, nel ritmo affannosamente reinventato tra una sequenza e l'altra e mai uguale a se stesso, nel suo sostanziale non andare a parare mai da nessuna parte, a tal punto che giunti oltre la metà della stagione, e forse fino alla fine, non si capisce di cosa si stia parlando, quale sia la posta in gioco, senza che questo abbia la minima importanza per garantire il moderato ma sicuro divertimento. Questo è il vero spirito degli "anni Ottanta", l'iceberg di cui la prima stagione mostrava solo la punta di Spielberg e dei suoi fortunati compari (nonché di Stephen King e di vari videogiochi di successo ma a rischio zero, da Life is Strange a Beyond). Vada invece per i neocormaniani che "non ce l'hanno fatta", da Tremors alla Troma, da Basket Case a Society, da Wes Craven al nostro amatissimo Romero (Day of the Dead era costato due dollari, contrariamente al precedente Dawn che ne era costati quattro e mezzo, splendida l'idea di proiettare il primo nel centro commerciale del secondo) a Terminator (idem, film a bassissimo costo, in attesa del noiosetto seguito, che sarà invece il primo film a costare cento milioni di dollari) a La cosa di Carpenter (che invece era caro, e la pagò il doppio). Vada per interni sfacciatamente di cartapesta, saloni con colonne bianco avorio in PVC, ruote di luna-park alte due metri come nel dimenticato The Funhouse (Il tunnel dell'orrore, 1981) di Tobe Hooper, trasparenti in auto che riescono a essere quasi altrettanto orrendi e quasi altrettanto sublimi dei migliori Hitchcock tra Cinquanta e Sessanta, vestitini fantasia da cui spuntano cosce non proprio d'alabastro e depilate alla bell'e meglio di ninfette mediamente smaliziate. Vada per i titoli di testa di cui non ricordavo graffi di pellicola nelle due precedenti edizioni, per i font decisamente "tv-movie" scelti per i titoli relativi a ciascun episodio, vada per questa tarantinata un po' tardiva, come appunto tardivo, raffazzonato, affannoso, sostanzialmente inutile ma in fondo simpatico era molto di quel cinema. Tarantino che ritrovi nel primo episodio prima della proiezione di Day of the Dead, con la sigla musicale di Grindhouse, nonché ovviamente nel riferimento alla Cosa carpenteriana, di cui The Hateful Eight è remake dichiarato, Cosa che fallì al botteghino perché più bella ma meno "perfetta" del precedente Alien (come Terminator era meno "molto molto profondo" ma più "molto molto gagliardo" di Blade Runner), Alien che a sua volta era la versione seria del primo film di Carpenter, Dark Star, raro caso di parodia à rebours, la Cosa di Carpenter di cui in Stranger Things si dice che è superiore a quella di Hawks, per una serie che sceglie invece – è la cosa che mi è piaciuta di più – di somigliare molto più a Hawks che a Carpenter, con i pischelli che parlano di cose sentimentali mentre sono inseguiti da una roba gigante e piena di denti fatta malissimo con un notebook, anche se sotto sotto pure questo Carpenter lo sapeva, anche senza un personaggio femminile in tutta la base artica quel che conta alla fine sono i tempi comici, quelli che decidi e imponi tu allo spettatore, non quelli che decide il "bel cinema", che è brutto, mentre è il brutto cinema che è bello, negli Ottanta come sempre: più o meno.
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lunedì 22 luglio 2019
lunedì 26 gennaio 2009
Le baccanti
Sulla terra, la vera minoranza è la minoranza dei vivi; nel film, questa minoranza di miliardi entra in guerra contro un’armata ben più potente: l’armata dei morti. Faremo questa guerra servendoci di computer, di raggi laser, di film infrarossi e di dischi ultrasensibili. Abbiamo intenzione di finirla una buona volta per tutte con il problema dell’“oltremorte” e dei mondi paralleli.
Dal soggetto di “Murmures dans des chambres lointaines”,
progetto incompiuto di Jacques Tourneur.
Dal soggetto di “Murmures dans des chambres lointaines”,
progetto incompiuto di Jacques Tourneur.
Venuti a deporre fiori sulla tomba del padre, Barbara e suo fratello vengono aggrediti da un uomo dall’andatura goffa e lo sguardo vacuo: solo più tardi, la persone asserragliate in un’isolata casa di campagna scopriranno che gli assedianti un po’ ebeti non sono ubriachi molesti, ma morti rinati per nutrirsi dei vivi. Invece di rivelare coraggio, intelligenza e coesione di fronte al pericolo, il gruppo (campione della società americana e forse dell’umanità) viene sterminato in una sola notte, non tanto a causa degli zombi quanto per la propria stoltezza. Girato in un bianco e nero sgranato e con movimenti di macchina a spalla, interpretato da attori non professionisti, La notte dei morti viventi (1968) continua a terrorizzare grazie a un dispositivo dalla crudeltà ineguagliata. Le approssimazioni delle riprese sono perfettamente sublimate dall’illusione di assistere a un macabro documentario. Incesto, antropofagia, matricidio e parricidio, finale tragico; i principali tabù morali e cinematografici vengono spazzati via grazie a un’invenzione catalizzatrice di pulsioni e brutalità: lo zombi. A differenza della tradizione vudù, secondo la quale lo zombi è un vivo in stato di morte apparente la cui personalità è stata annullata e sostituita dalla volontà di un padrone-burattinaio, quelli di Romero sono cadaveri-baccanti, tornati alla vita per ragioni oscure, privi di qualsiasi movente se non quello — irrazionale ma determinato — di uccidere tutti i viventi, divorandoli, lacerandone il tessuto fisico e sociale.
In Zombi (1978) la malattia ha raggiunto livelli epidemici, gli zombi infestano città e centri commerciali. Onnipresenti e numerosissimi, i morti di Romero diventano spesso pretesto ad ampi totali dove la narrazione cede il passo al gusto diabolico di disporre cadaveri ambulanti nello spazio, o a brevi primi piani dove l’identità del volto umano si decompone in maschera di dolore famelico, tra inerzia dello sguardo vitreo e bestialità di mascelle trituranti. Il film raggiunge in quei casi vette di poesia truculenta, che determina un fantastico “stagnante” e trasforma il soprannaturale da apparizione in presenza. Troppo tardi per consolarsi con la distinzione che vorrebbe relegare il fantastico fuori campo. Ormai gli zombi sono troppi, e le loro gueules cassées hanno preso possesso dell’inquadratura.
Nella storia del genere, il postulato dell’esistenza dopo la morte è segretamente consolatorio; Romero è uno dei pochissimi registi ad aver rappresentato l’immortalità come una condizione spaventosa, riducendo l’umano a corpo putrefatto privo di coscienza, a biologia assurda e fine a se stessa. Freud notava che “ora come in passato è estranea al nostro inconscio l’idea della nostra stessa mortalità”(1): nulla sembra più difficile che pensare quel non-luogo che è la morte in sé. Allo stesso modo, quando si considerano i classici della letteratura fantastica, la morte è certo un’avventura frequente, ma raramente il tema stesso del racconto. Per Romero, invece, nulla merita di esser guardato più a fondo, con ottusa ostinazione. Nei “living dead”, quel che conta è il secondo termine; non a caso, il primo scomparirà dai titoli originali dei seguiti. Lo pensava anche André Bazin: “La morte è uno dei rari eventi che giustifichi il termine di specificità cinematografica”(2).
In Zombi (1978) la malattia ha raggiunto livelli epidemici, gli zombi infestano città e centri commerciali. Onnipresenti e numerosissimi, i morti di Romero diventano spesso pretesto ad ampi totali dove la narrazione cede il passo al gusto diabolico di disporre cadaveri ambulanti nello spazio, o a brevi primi piani dove l’identità del volto umano si decompone in maschera di dolore famelico, tra inerzia dello sguardo vitreo e bestialità di mascelle trituranti. Il film raggiunge in quei casi vette di poesia truculenta, che determina un fantastico “stagnante” e trasforma il soprannaturale da apparizione in presenza. Troppo tardi per consolarsi con la distinzione che vorrebbe relegare il fantastico fuori campo. Ormai gli zombi sono troppi, e le loro gueules cassées hanno preso possesso dell’inquadratura.
(1) Sigmund Freud, Il perturbante, in Opere, vol. 9 - L’Io e l’Es e altri scritti (1917-1923), Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 103. Il testo prosegue con strana serenità nel descrivere il timore della morte come atavico ma destinato a venire sommerso per sempre — ossia a non “tornare” più come unheimlich — dai progressi dell’intelletto, della scienza e della pietà. Quasi un secolo dopo (il saggio di Freud fu pubblicato nel 1919) questo momento sembra ancora lontano, e il cinema non ha smesso di mostrare la paura “secondo cui il morto è diventato nemico dei sopravvissuti e mira a prenderli con sé come compagni della sua nuova esistenza” (ibid.).
(2) André Bazin, “Mort tous les après-midi”, in Qu’est-ce que le cinéma?, vol. 1, Editions du Cerf, Paris 1958, p. 68.
(2) André Bazin, “Mort tous les après-midi”, in Qu’est-ce que le cinéma?, vol. 1, Editions du Cerf, Paris 1958, p. 68.
lunedì 10 novembre 2008
Voltati Stenelo
Questo albergo non è una casa, come dice da un'eternità Delbert Grady. Siamo in Colorado, mica a Riccione. Un fantasma e uno zombi nella stessa suite fanno a cazzotti. Così Stenelo e io abbiamo deciso di separarci. Ero stufo di doverlo sempre aspettare, nel labirinto di siepi. Gli ci vogliono cinque minuti per fare cento metri: quando e se si arrivava, la splendida festa di morti era già finita da un pezzo. Tanto non lo avrebbero mai fatto entrare perché è vestito uno schifo. E poi è sporco. E poi puzza.
Ma mi ci ero abituato, e un po' mi è dispiaciuto quando il 31 agosto scorso l'ho visto fare le valigie, con tutti i pedalini spaiati, le scarpe da tennis sfondate e i pantaloni pieni di chiazze sospette. Ha sollevato appena il cappello di paglia: "Ciao core, qui comincia a far freddo, me ne vado a vivere a casa d'amici, in un seminterrato zozzo, illuminato male". Chi vuole può ritrovarlo là, mentre si decompone inesorabilmente.
Un tempo Stenelo voleva fare l'attore. E anche lui avrebbe potuto avere il suo minuto di celebrità, in un film su persone più di là che di qua. Ma il regista giudicò l'interpretazione troppo monotona (mentre Sten la considera un capolavoro, brontolando che a Pittsburgh non capiscono il minimalismo kabuki) e ridusse l'inquadratura a meno di due secondi. Siamo tuttavia riusciti a ritrovare la sequenza originale e la diffondiamo a mo' di omaggio per un ospite non troppo gradito.
P.S.: Puoi sempre andare a salutare Stenelo cliccando sul suo ritratto, in alto a destra. Sempre che tu non abbia paura dei mozzichi.
Ma mi ci ero abituato, e un po' mi è dispiaciuto quando il 31 agosto scorso l'ho visto fare le valigie, con tutti i pedalini spaiati, le scarpe da tennis sfondate e i pantaloni pieni di chiazze sospette. Ha sollevato appena il cappello di paglia: "Ciao core, qui comincia a far freddo, me ne vado a vivere a casa d'amici, in un seminterrato zozzo, illuminato male". Chi vuole può ritrovarlo là, mentre si decompone inesorabilmente.
Un tempo Stenelo voleva fare l'attore. E anche lui avrebbe potuto avere il suo minuto di celebrità, in un film su persone più di là che di qua. Ma il regista giudicò l'interpretazione troppo monotona (mentre Sten la considera un capolavoro, brontolando che a Pittsburgh non capiscono il minimalismo kabuki) e ridusse l'inquadratura a meno di due secondi. Siamo tuttavia riusciti a ritrovare la sequenza originale e la diffondiamo a mo' di omaggio per un ospite non troppo gradito.
P.S.: Puoi sempre andare a salutare Stenelo cliccando sul suo ritratto, in alto a destra. Sempre che tu non abbia paura dei mozzichi.
lunedì 2 giugno 2008
Crossover: Un ricordo della casa gialla
Nazista a me? Io sono nato il primo maggio, il giorno della festa dei lavoratori e al nonno di mia moglie, nel ventennio, i fascisti fecero chiudere la panetteria al Pigneto perché non aveva preso la tessera.
Un delinquente comune, ovvero un eroe dei nostri tempi, al quale il 29 maggio 2008 il quotidiano “la Repubblica” concede l’onore della prima pagina, lasciandolo parlare a ruota libera per più di dodicimila battute.
Pulendo la cucina ho notato che è inutile alzare certi vasi che stanno lì sempre fermi. Spolvera solo attorno al perimetro della base: sotto non c’è polvere.
In presenza degli avidi eredi, il notaio (Simon Kautzsch) apre il testamento e scopre che lo zio non ha scritto altro in Little Blues (Paul Gachet, 1978).
Al mio paese chiamavano casa gialla la casa dove si custodivano i detenuti. A volte, quando da bambini giocavamo per strada, lanciavamo sguardi furtivi attraverso le grandi finestre oscure e silenziose e con una stretta al cuore balbettavamo: “Poverini!…”.
Didascalia iniziale di Ricordi della casa gialla (João César Monteiro, 1989).
Un delinquente comune, ovvero un eroe dei nostri tempi, al quale il 29 maggio 2008 il quotidiano “la Repubblica” concede l’onore della prima pagina, lasciandolo parlare a ruota libera per più di dodicimila battute.
Pulendo la cucina ho notato che è inutile alzare certi vasi che stanno lì sempre fermi. Spolvera solo attorno al perimetro della base: sotto non c’è polvere.
In presenza degli avidi eredi, il notaio (Simon Kautzsch) apre il testamento e scopre che lo zio non ha scritto altro in Little Blues (Paul Gachet, 1978).
Al mio paese chiamavano casa gialla la casa dove si custodivano i detenuti. A volte, quando da bambini giocavamo per strada, lanciavamo sguardi furtivi attraverso le grandi finestre oscure e silenziose e con una stretta al cuore balbettavamo: “Poverini!…”.
Didascalia iniziale di Ricordi della casa gialla (João César Monteiro, 1989).
Mentre tu sei andata al cinema e io son rimasto qua come un fesso ad annoiarmi, tra i francesi che s’incazzano en attendant Bartali, a volte afferro un giornale che svolazza. Convinto di trovarvi, finalmente, la notizia vera, in caratteri cubitali:
O, quantomeno, un utile commento alla notizia:
Ma siccome considerano che le isotere e le isoterme fanno il proprio dovere, i giornali preferiscono tenere gli occhi chiusi, e diffondere opinioni. Se le opinioni finiscono in prima pagina, allora non sono più opinioni: sono “editoriali”.
Così, qualche giorno fa, in mancanza di vere notizie, ho letto un editoriale. Lo aveva scritto una firma autorevole, su un prestigioso quotidiano. L’autorevolezza e il prestigio erano ribaditi dal fatto che l’editoriale occupava lo spazio di una colonna e mezzo. Dunque era una volta e mezzo autorevole, e una volta e mezzo prestigioso. Non parlava di cadaveri redivivi (“Quando i morti camminano, señores, dobbiamo smettere di uccidere, o perderemo la guerra” diceva un prete portoricano in Zombi) e della conseguente fortuna di essere vivi, come ho già detto. Ragionava su certi delitti commessi al Pigneto, una periferia di Roma dove quasi mezzo secolo fa Vittorio Cataldi detto “Accattone” rifletteva: “Eppure che è la fame? Un vizio! È tutta un’impressione! Ah, se nun c’avessero abituati a magna’, da regazzini…”. Il protagonista di questi delitti è stato scoperto, e si è anche scoperto che aveva un tatuaggio di Che Guevara sul braccio. (Premetto che di Che Guevara non m’importa un fico secco, le quattro ore che Soderbergh gli ha dedicato me le perderò volentieri, anche perché avrei preferito che il film lo facesse Terrence Malick, come pare fosse inizialmente previsto.) Un tempo, neanche troppo remoto (o forse sì), il fatto che un delinquente sfoggiasse un tatuaggio del Che sarebbe finito seduta stante nella rubrica “ecchissenefrega” del giornale satirico “Cuore”. Ma fortunatamente oggi la satira non esiste praticamente più, così possiamo finalmente leggere giornali seri. E infatti nessun giornale ha resistito alla tentazione di commentare a iosa l’irrilevante aneddoto del tatuaggio. Perché son proprio gli aneddoti irrilevanti che permettono di cogliere lo Zeitgeist, o almeno così pare. E quindi l’editoriale incipitava:
Il tatuaggio che immortala il «Che» sul braccio dell’uomo che ha guidato la spedizione squadristica del Pigneto celebra a suo modo l’anniversario del ’68 e chiude un’epoca trasformando definitivamente la faccia del comandante Guevara in icona post-icona, come un adesivo, un marchio vuoto, un brand di moda, potrebbe essere l’aquilotto dell’emporio Armani o la virgola della Nike. È per questo che la lunga confessione consegnata dal picchiatore a Carlo Bonini di Repubblica dovrebbe segnare anche la fine dell’ossessione compulsiva di etichettare politicamente le emergenze sociali: la sicurezza è un sentimento di destra, le ronde sono fasciste, i raid sono nazisti.
Un impulso che risponde al bisogno rassicurante di tener viva la cornice ideologica del Novecento come chiave di interpretazione di tutto.
Un vizio italiano [come la fame? n.d.r.], ma non solo. Il Times di Londra ieri leggeva la faccenda romana in chiave di xenofobia denunciando il rischio razzismo in Italia; il Financial Times rilanciava l’allerta per i rom. Vero, certo. Ma pure questo è un automatismo, anch’esso a suo modo ideologico, che non basta a spiegare quel che bolle nel calderone italiano.
Negare la possibilità di interpretare la realtà attraverso “cornici ideologiche” vecchie non è un’idea nuova. È vecchia almeno quanto le stesse “cornici ideologiche” e più di cinquant'anni fa Roland Barthes l'aveva già inserita tra i Miti d'oggi (cfr. il capitolo intitolato "La critica né-né"). Ma almeno consola, per un po'. È un sollievo, ad esempio, sapere che il braccio tatuato che ti accoltella non è mosso da pregiudizi ideologici ammuffiti, che quando senti la lama entrarti nella gola partecipi in qualche modo del nuovo che avanza (“Come un cane!” disse, era come se la modernità dovesse sopravvivergli).
Ma non facciamo gli schizzinosi: tanto più che l’inizio dell’editoriale non suona solo come una campana a morto (logico, dato che the dead are walking), ma anche come una promessa, per chi trova sempre più difficile leggere la realtà, globale o aneddotica che sia. Dopo aver fatto tabula rasa di desueti preconcetti e griglie interpretative inefficaci (per capire lo spirito dei tempi non ci si può più fidare di nulla e di nessuno, cari amici: neppure dello spiritoso “Times”), si profila la speranza che l’editorialista proponga o comunque disegni i contorni di una nuova cornice di lettura, finalmente liberata da qualsiasi ideologia, ma quantomeno utile a capire come e dove sta andando il mondo (o, nel nostro piccolo, l’Italia).
Al centro dell’editoriale troneggiano, giustamente, i fatti, cioè le parole: brani dell’intervista al delinquente, dichiarazioni di capi della polizia, accenni di considerazioni varie su insicurezza reale e/o percepita. Alla fine, l’editoriale conclude, rompendo gli indugi, e noi leggiamo, sperando come accattoni di veder placata la nostra fame di capire:
La griglia destra-sinistra non tiene più. Nemmeno a Roma, dove da quando è sindaco Alemanno (salutato da non poche «braccia tese» al suo arrivo in Campidoglio), è come se fosse cresciuta un’equivoca attesa. L’ex sindaco Veltroni insiste sul clima di intolleranza. L’uomo del Pigneto, con o senza tatuaggio, racconta un’altra Italia che sembra sfuggire a tutti e due. E forse anche a noi.
Un supplizio di Tantalo, insomma. Tu credi di aver capito come stanno le cose, eh? Sì, ciao core: il tuo modo di pensare è vecchio. È per questo che la realtà ti sfugge. Ora ti dico io qual è lo Stand der Dinge — o almeno, dato che il mio mestiere è quello dell’opinion maker, te ne fornisco l’opinione (nel senso in cui la intendeva Karl Kraus: ragazzi, come mi sento mitteleuropeo e novecentesco, stamattina). Anzi no, ho cambiato idea: non te lo dico perché non lo so. Tiè.
Oppure la spiegazione è un’altra: l’editorialista un’opinione ce l’ha eccome, e se ce la comunicasse la salvezza sarebbe a portata di mano. Ma lui, geloso e birichino, se la tiene tutta per sé (magari l’ha consegnata al notaio, racchiusa in una busta sigillata con la ceralacca: forse neppure lui è immune da vezzi rétro). Un po’ come Nanni Moretti, quando in Bianca trova finalmente il coraggio di abbordare Laura Morante e, con un sacchetto di dolcetti in mano: “Ne vuoi uno?” per poi aggiungere subito, senza lasciarle il tempo di fiatare: “Eh, ma sono tutti per me: un etto sono solo dodici. Finiscono prestissimo…”.
Ci sono editoriali che lasciano imbambolati, come se ci si trovasse davanti a un quadrato magico di Dürer, ma con tutti i numeri buttati lì alla rinfusa da un seguace di Duchamp o da un Dio burlone. Tuttavia non disperare, malinconico amico: lassù qualcuno ti ama. Infatti, se la lettura dei giornali non rischiara la bile, dal cielo bas e lourd dei blog trapela un raggio di sole nero. Sì, il vero D.I.O. non ti ha abbandonato, egli pensa a te e ti invita a sperimentare una nuova linea di farmaci (a tuo rischio e pericolo, s’intende). Vale la pena provare, anche se non dovesse funzionare. Anzi, soprattutto se non dovesse funzionare: D.I.O. ha capito benissimo che dalla malinconia non si guarisce, che la letteratura, il cinema o lo studio non consolano (non è il loro scopo), che la bellezza non lenisce un bel nulla, perché la vera bellezza ci trafigge e a volte ci schiaccia. Nel tuo stato, e in questo Stato (il rapporto conflittuale con la polis è alla base del concetto classico di malinconia: cfr. il Democrito dello pseudo-Ippocrate) la malinconia puoi soltanto coltivarla (come si coltivano i fiori, e i vizi, anche quelli brutti come la fame), e di tanto in tanto farla uscire di casa (magari “downtown” con Frank Sinatra), così, giusto per farle prendere una boccata d’ossigeno, che respiri un po’, povera creatura. La classica “ora d’aria”, secondo la terminologia penitenziaria, da passare camminando sulle orme di João Cesar Monteiro (un altro G.O.D.: infatti nei suoi film migliori interpreta un personaggio chiamato João de Deus), quando in Ricordi della casa gialla parla di dar fiato alla dignità:
“La signorina Julieta è scappata con un fagottista dell’orchestra. Era fatale: quella è una famiglia piena di fiato. Doña Violeta, sua madre, si è rassegnata. Uno di questi giorni perdonerà loro con una scarica di peti. Un po’ di dignità non ha mai fatto male a nessuno.”
E quindi, amico atrabiliare, non restare sempre qui a leggere le mie farneticazioni! Esci dalla saudade, riscatta l’acedia, clicca altrove e prenditi un gachet! Studia con particolare attenzione le due tappe essenziali della terapia, ossia il “Perimetralismo” e la “Blackbox” e non tornare finché non le avrai assimilate. Tranquillo, io intanto son qua che ti aspetto, te e Bartali, non mi muovo: come un masso. (Però poi torna a trovarmi, eh? Non ho mica finito…)
…
Ma come, sei ancora qui? Evvai, ti dico!
Maltornato, quindi. Questa faccenda del perimetralismo meriterebbe una biblioteca di Babele, uno non sa bene da dove cominciare: forse girando intorno al concetto? Col rischio di perdere presto l’equilibrio, magari? In questo caso mi permetto di suggerire la terapia di mio nonno: si fece tutto il ventennio (quello della prima metà del secolo scorso, non quello in cui viviamo oggi) tra galera e villeggiatura nelle isole. In privato non se ne vantava mai, ma se stavi bene attento, quarant’anni dopo potevi ancora individuarne le tracce nei riflessi psico-motori. Quando sei in cella (ovvero, quando più o meno tuo malgrado dal perimetralismo della blackbox ci piombi dentro, nella stessa blackbox), tre metri per tre, uno dei problemi che ti tocca affrontare è il deperimento fisico per scarsità di moto. Se non vuoi ridurti allo stato vegetale (tipo l’attuale ministro delle pari opportunità), ti conviene camminare a lungo. Ma in tre metri per tre, se li fai girando sempre nello stesso senso, dopo due giri le vertigini ti fanno cascar per terra (qualsiasi riferimento ai girotondi è assolutamente deliberato) e la ginnastica si riduce a pochi inconcludenti secondi giornalieri. Allora si procede lungo la diagonale del quadrato (o ring, se buttiamo la blackbox sullo shadow-boxing di Jake La Motta o degli astronauti kubrickiani), compiendo una serie di otto. Quando appunto quarant’anni dopo mio nonno si infervorava durante una discussione, nel ricordo lo vedo ancora alzarsi dal tavolo e iniziare a camminare. E, continuando a parlare, inconsciamente i suoi passi si mettevano a disegnare una serie indefinita di otto. Il salone era abbastanza grande, ma se ti limitavi a misurare l’otto in questione come diagonale di un invisibile quadrato magico, il risultato che ottenevi era esattamente un’area di tre metri per tre.
P.S.: Dato che forse non mastichi il portoghese e non leggi il francese come io non parlo il tedesco, scusami pardòn:
Lívio (Luís Miguel Cintra): L'unica cosa che conta è che tu impari ad amministrare il tuo stato di semplicità.
João de Deus (João César Monteiro): E tu? Resti qui?
Lívio: Io ho buone speranze di guarigione. Sono un caso clinico, oltretutto benigno. Per te è diverso: non c'è nessuna speranza, vista la malattia che hai; e quello che è, è.
João de Deus: Dubito che mi lascino uscire così, di colpo.
Lívio: Hai già parlato col direttore?
João de Deus: Ci siamo scambiati vaghe impressioni. Non avevo niente da dirgli. E viceversa, suppongo.
Lívio: Per uscire di qui, non preoccuparti. Me ne occupo io. Il direttore è uno dei nostri…
João de Deus: Vado a pensarci su.
(João de Deus fa la sua corsetta, perimetrando il cortile della casa gialla)
João de Deus: È deciso. Spalanchiamo i battenti del sacro portone.
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