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venerdì 1 novembre 2024

martedì 8 agosto 2023

Guardians of the Galaxy Vol. 3 (James Gunn, 2023)

La prima parte di Guardiani della Galassia Vol. 3 è placidamente comica con trucchi da B-movie che occhieggiano molto moderatamente, promessa non mantenuta, all'horror anni Ottanta, un po' Cronenberg e un po' Carpenter. Abbastanza stracciona e tirata via, piuttosto divertente.
Quando l'astronave decolla, l'azione è consegnata alla seconda unità e ulteriormente sabotata da scenette ideate da un'intelligenza artificiale a cui è stato chiesto di sbrodolare ignorando drammaturgia e principio di non contraddizione messaggi edificanti a caso. Atroce.

In generale e ovviamente salvo eccezioni (Logan di Mangold, The Fury di De Palma o Legion di Hawley), i film di supereroi dilatano quella che in teatro si chiama "scena di esposizione". A seconda dei casi, può durare cinque, dieci minuti massimo. Poi si entra nel merito.
Nei film di supereroi la scena d'esposizione copre a volte fino a metà della lunghezza già abnorme del metraggio. Appena finisce, finisce il film. Appena si entra nel merito, si va di automatico e di noia celibe e sovrana.

martedì 12 aprile 2022

Stenshots





venerdì 22 ottobre 2021

Halloween Kills (David Gordon Green, 2021)

Firmato da David Gordon Green, Halloween Kills nella prima parte si presenta come il terzo reboot del capolavoro carpenteriano (1978), dopo il dimenticabile Halloween H20: Twenty Years Later (1998) di Steve Miner e l'indimenticabile ma durissimo Halloween (2007) di Rob Zombie. Si presenta anche e subito come seguito immediato del precedente Halloween (2018, sempre di Green, e di cui non ricordo quasi nulla), quindi torna indietro di oltre quarant'anni aggiungendo un sottofinale spurio all'originale, del quale riproduce quasi perfettamente il tono, l'atmosfera, i tempi, la qualità della pellicola, le luci e persino gli attori (apparizione lampo di un sosia perfetto di Loomis/Pleasence). Nella sequenza aggiunta è una piacevole sorpresa la presenza purtroppo fugace di Jim Cummings, attore e regista inafferrabile e bizzarro, degno di maggior considerazione, ammesso e non concesso che gli interessi ricevere quella considerazione, essendo egli bizzarro e inafferrabile, una sorta di Quentin Dupieux americano.
Si torna al presente ma senza soluzione di continuità (nell'atmosfera, nella qualità della pellicola, nelle luci, ecc. ecc.) con l'originale aumentato: passa l'idea – filologicamente corretta – che nel genere in cui si inseriva Halloween non è cambiato pressoché nulla dal 1978; passa l'idea – filologicamente corretta – che verso la fine degli anni Settanta il cinema diventa una rimasticatura continua di tutto ciò che ha preceduto quegli anni: che il cinema, invenzione per eccellenza del ventesimo secolo e suo punto di partenza (1895, i numeri sono un'opinione), è fatto per registrare e proiettare in eterno quel secolo e basta, di cui ha decretato la fine con circa vent'anni d'anticipo sul calendario.
Il film procede accompagnando in ospedale la Laurie Strode di oggi, e in tal modo continua ad ammiccare al ciclo di partenza: si sovrappone quasi ucronicamente alle peripezie della Laurie Strode di ieri in Halloween 2 (1981) di Rick Rosenthal, titolo sanza infamia e sanza lode con qualche guizzo sicuramente attribuibile a Carpenter stesso (completamente suo è a mio avviso il piccolo capolavoro extra saga Halloween III: Season of the Witch, del 1982, a firma di Tommy Lee Wallace come The Thing from Another World è a firma di Christian Nyby quando in realtà è di Howard Hawks).

Bene, forse benissimo.

Quindi, il tracollo. In una ventina di minuti appaiono:
– Una coppia di afroamericani, ambedue presentati come personale ospedaliero, lei convenzionalmente sgallettata e lui placidamente scemo.
– Grossa sorpresa: lei sgallettata è il medico, lui "l'infermiera". Battuta comica.
– Una coppia di gay.

Esaurite le quote, Michael Myers le ammazza tutte. Michael Myers è il white trash, è quello che aspetta che si costituiscano le quote e poi le ammazza. Non gli piacciono i neri, non gli piacciono le donne che fanno carriera, non gli piacciono i gay.

Non è molto interessante.
(In seguito ci saranno molti dialoghi su cosa è Michael Myers, cosa è "il male", cosa è "il Male", "il male fuori da noi", "il male dentro di noi", la stessa cosa ma con "il male" con la M maiuscola, moltissimi dialoghi, tonnellate di parole come altrettante cucchiaiate di farina cruda masticate a fatica dagli attori e rifilate in pasto agli spettatori, un bolo non richiesto. E che non è molto interessante. A un certo punto c'è pure la trovata: tante persone, chiuse assieme in un luogo chiuso e animate da buonissime intenzioni, possono trasformarsi in un'unica massa mossa da pessime intenzioni. È banale? Filmiamole come fossero un branco di zombi! Peggio mi sento.)

Chiusa questa parentesi sindacale, il film viene preso in mano da un altro, è ovvio che Green è andato a mangiarsi un panino gigante. Sembra lo scarto tra la prima mezz'ora di Johnny Mnemonic e l'assurda sbobba che esausta portava quel film più che promettente ai titoli di coda.

Quando la nipote di Laurie Strode ottiene i suoi primi piani la signora accanto a me gesticola sul divano, si arrabbia: ma come? passi Jamie Lee Curtis alla casa sua senza trucco e inguardabile, ma 'ste giovanotte sciape che cosa mi rappresentano? cos'è, il festival delle cozze a caso?
E io: eeeh… è che le cozze necessarie… con quel corpo da cozza necessaria… quel volto da cozza necessaria… a portata di mano… quelle del 1978… puoi fare il postmoderno quanto ti pare… non ci sono più manco con il lanternino… eeeeeehhhh…

Questo post è dedicato a Nancy Kyes, a P.J. Soles, e a Laurie Zimmer (che in Halloween non c'è, ma sta in Assault on Precinct 13, che è meno popolare di Halloween ma più bello).



sabato 12 settembre 2020

"LA COSA" > "il coso" (sulla serie "Dark")

La parabola in tre stagioni della serie germanonetflixesca Dark è a suo modo emblematica della narrazione per immagini semoventi del primo quarto di secolo. Sarebbe da pubblicarci un libro che non scriverò, o un post lunghissimo che vado elaborando da giorni e che per un improvviso rinsavimento ho deciso di risparmiarmi.

Due punti, quasi sinonimi.

1: "Narrazione per immagini semoventi" non sta a sostituire "film e serie tv" per aulico e imbarazzante vezzo. È che l'immagine semovente qui è mero "media": al suo posto potrebbero esserci parole (un libro), disegni (un fumetto), addirittura un anziano narratore davanti al tuo caminetto. Non cambierebbe nulla, conta solo la sceneggiatura, tutto progressivamente si riduce a essa, si appiattisce su di essa. Non c'è nulla di male (io stesso ho visto con moderato piacere l'integrale della serie, cosa che non mi capita spesso, se la serie è lunga come questa e se il piacere è moderato), ma va detto usando i giusti termini. Non "film"; non "serie tv". "Narrazione per immagini semoventi."

2: La sceneggiatura di cui stiamo parlando, quella della "narrazione per immagini semoventi", ha al suo centro quello che Hitchcock chiamava "MacGuffin". Nel libro-intervista con Truffaut, Hitchcock lo definiva come l'esatto contrario di qualsiasi centro di qualsiasi circonferenza pascaliana. Il mero, irrisorio, pretesto della sceneggiatura: piani segreti di un'arma micidiale, complotto di nostalgici del nazismo, nei Cinquanta primeggiava L'URANIO (variante mitologicamente minacciosa: "il plutonio"). Proprio nei Cinquanta Barthes scriveva le sue Mythologies (Miti d'oggi), e volendo potremmo dire che il "MacGuffin" nel cinema era l'equivalente del "mana" barthesiano in politica: in altri termini, così come nella "grammatica africana", "il Destino" è "il coso della Storia", nel cinema "l'uranio" è il coso della sceneggiatura.
Ridurre il motore della sceneggiatura a "il coso" permette alla sceneggiatura di raccontare un'altra storia, o addirittura di raccontare l'opposto di quanto implicato da "il coso". Esempio. Il direttore di un'agenzia pubblicitaria viene scambiato per un altro (che non esiste: è "un coso" per eccellenza, un "metacoso") e vede la sua vita sconvolta: tutto a causa di un "coso": una statuetta, se non ricordo male? con dentro dei microfilm? son sempre meno sicuro della mia memoria: eppure Intrigo internazionale è forse il film che ho visto più volte in tutta la mia vita. È che "il coso" lo dimentichi subito, e sempre. Serve ad azzerare il senso e la direzione (infatti dichiarata assurda fin dal titolo originale: North by Northwest non significa assolutamente nulla). La sceneggiatura è libera di raccontare questo: quel direttore si annoiava a morte, la sua vita non aveva senso, ora la rischia ma almeno si diverte come un pazzo.
Con Truffaut Hitchcock non si spinge così avanti, ma siccome è nato in Europa e non in America ("Mi chiamo John Ford. Faccio western.") è più loquace. Ciò detto, avendo conosciuto il successo planetario dopo essere andato in America, non la dice tutta.
Il MacGuffin permette di liberare la sceneggiatura. Ma se sei Hitchcock (o se sei bravo, non c'è bisogno di essere il più bravo di tutti, come Hitchcock) puoi fare un salto ulteriore, e liberarti persino della sceneggiatura. Rincorrendo forme, geometrie, oggetti, feticismi spettacolari e collettivi: non ricercando un'astrattezza, ma fabbricando una storia fatta esclusivamente, o quasi, di immagini semoventi. Una storia che non sia quella raccontata dalla sceneggiatura.

Passando dalla prima alla seconda stagione, e infine alla terza, Dark si concentra ossessivamente, patologicamente, oserei dire "analmente", sul "coso". È come dicevo e credo, una caratteristica di molta narrazione per immagini semoventi degli ultimi venticinque anni. Quando dico così penserai a Nolan (non ho visto Tenet e gradirei non saperne nulla finché lo vedrò), ma in realtà nei film di lui che reputo migliori il meccanismo non è esattamente quello o non si riduce esattamente a quello: Inception (che non reputo tra i suoi film migliori) non si riduce alla sua trottolina. Forse, il tempo non essendo sempre galantuomo, The Usual Suspects è esattamente la gif animata (l'immagine semovente ridotta a se stessa e in loop) di Spacey che soffia sulla mano. Forse. Di sicuro c'è che "il coso" mi ha un po' stufato, se mi mostrate un film che è un film, una serie tv che è una serie tv, un fumetto che è un fumetto e un racconto al caminetto che è un racconto al caminetto lo preferisco.

(Poi adoro le contaminazioni: per esempio il vecchio John Houseman che davanti a un falò sulla spiaggia racconta storie di pirati fantasmi nella nebbia non è un racconto. È un film.)


Se ho scelto la scena iniziale di The Fog (John Carpenter, 1980), non è solo per i motivi spiegati sopra e per le coincidenze lampanti: l'orologio iniziale, il ressassement di date rimandanti a remoti calendari, i volti di bambini "molto molto anni Ottanta", la spiaggia come la foresta, la fotografia lunare, la cittadina che all'apparire dei primi titoli (tra i più lunghi della storia del cinema, sia detto per inciso) prefiguriamo leopardianamente interminata, sovrumana e profondissima, di là da quella duna.
È anche perché quasi mezzo secolo prima John Houseman, il vecchio che racconta nel prologo, fu determinante nel successo della prima parte della carriera (radiofonica) di Orson Welles; e non secondario artefice dell'inizio della seconda, che parte con Citizen Kane: film considerato cruciale nella definizione di che cos'è un film (un film sonoro, si badi, che è cosa particolarmente difficile, un po' come quando Borges diceva che scrivere poesia è più facile che scrivere prosa, anche se Borges era migliore prosatore di quanto fosse buon poeta). E su quella crucialità non mi sento onestamente di dissentire.

lunedì 22 luglio 2019

Stranger Things S03 (The Duffer Brothers, 2019)

La terza stagione di Stranger Things è come ormai sanno tutti superiore alla seconda. Secondo me è anche migliore della prima, perché trova finalmente una sua verità nel raffazzonato, nel ritmo affannosamente reinventato tra una sequenza e l'altra e mai uguale a se stesso, nel suo sostanziale non andare a parare mai da nessuna parte, a tal punto che giunti oltre la metà della stagione, e forse fino alla fine, non si capisce di cosa si stia parlando, quale sia la posta in gioco, senza che questo abbia la minima importanza per garantire il moderato ma sicuro divertimento. Questo è il vero spirito degli "anni Ottanta", l'iceberg di cui la prima stagione mostrava solo la punta di Spielberg e dei suoi fortunati compari (nonché di Stephen King e di vari videogiochi di successo ma a rischio zero, da Life is Strange a Beyond). Vada invece per i neocormaniani che "non ce l'hanno fatta", da Tremors alla Troma, da Basket Case a Society, da Wes Craven al nostro amatissimo Romero (Day of the Dead era costato due dollari, contrariamente al precedente Dawn che ne era costati quattro e mezzo, splendida l'idea di proiettare il primo nel centro commerciale del secondo) a Terminator (idem, film a bassissimo costo, in attesa del noiosetto seguito, che sarà invece il primo film a costare cento milioni di dollari) a La cosa di Carpenter (che invece era caro, e la pagò il doppio). Vada per interni sfacciatamente di cartapesta, saloni con colonne bianco avorio in PVC, ruote di luna-park alte due metri come nel dimenticato The Funhouse (Il tunnel dell'orrore, 1981) di Tobe Hooper, trasparenti in auto che riescono a essere quasi altrettanto orrendi e quasi altrettanto sublimi dei migliori Hitchcock tra Cinquanta e Sessanta, vestitini fantasia da cui spuntano cosce non proprio d'alabastro e depilate alla bell'e meglio di ninfette mediamente smaliziate. Vada per i titoli di testa di cui non ricordavo graffi di pellicola nelle due precedenti edizioni, per i font decisamente "tv-movie" scelti per i titoli relativi a ciascun episodio, vada per questa tarantinata un po' tardiva, come appunto tardivo, raffazzonato, affannoso, sostanzialmente inutile ma in fondo simpatico era molto di quel cinema. Tarantino che ritrovi nel primo episodio prima della proiezione di Day of the Dead, con la sigla musicale di Grindhouse, nonché ovviamente nel riferimento alla Cosa carpenteriana, di cui The Hateful Eight è remake dichiarato, Cosa che fallì al botteghino perché più bella ma meno "perfetta" del precedente Alien (come Terminator era meno "molto molto profondo" ma più "molto molto gagliardo" di Blade Runner), Alien che a sua volta era la versione seria del primo film di Carpenter, Dark Star, raro caso di parodia à rebours, la Cosa di Carpenter di cui in Stranger Things si dice che è superiore a quella di Hawks, per una serie che sceglie invece – è la cosa che mi è piaciuta di più – di somigliare molto più a Hawks che a Carpenter, con i pischelli che parlano di cose sentimentali mentre sono inseguiti da una roba gigante e piena di denti fatta malissimo con un notebook, anche se sotto sotto pure questo Carpenter lo sapeva, anche senza un personaggio femminile in tutta la base artica quel che conta alla fine sono i tempi comici, quelli che decidi e imponi tu allo spettatore, non quelli che decide il "bel cinema", che è brutto, mentre è il brutto cinema che è bello, negli Ottanta come sempre: più o meno.

venerdì 5 ottobre 2018

Stenshots

 


domenica 4 gennaio 2015

L'ultimo gioco in città

I – THE WIND DOESN'T BLOW

Chi non muore si rivede, come dice un vecchio proverbio haitiano. Tra i motivi dell'interruzione del quiz più in-famous della storia, la legge secondo la quale nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto è googlabile. Immagini e suoni vengono analizzati e subito riconosciuti dalla rete: imitati, duplicati e replicati in varie forme, assimilabili a nuove immagini, a nuovi suoni, della stessa opera. È il trionfo dell'altro e dello stesso. All'ossessione comune di una Deneuve moltiplicata sulla catena di montaggio di pacchetti di sigarette non resta che rispondere con il sublime feticismo di questi assurdi occhiali infiocchettati di rosa confetto. Una cozza, su questo non discuto, ma almeno unica, in un film senza donna. Se riconosci dove appare, ella sarà tua.
Aggiornamento 05/01/2015. Ice walk with me.
Aggiornamento 06/01/2015. Barbed wire and women are the two greatest civilising agents in the world!
Aggiornamento 06/01/2015. Let's have a game, a little lovely game of Roman ping pong – like two civilized senators. Roman ping… You're supposed to say roman pong.

https://picasaweb.google.com/lh/photo/141FMPfHHIrNYMUfxNhNuRThw7QbEpop4Blw07ajo60?feat=directlink



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martedì 26 agosto 2014

It's not personal. It's strictly business

Copincollo qui rielaborandole appena alcune mie riflessioni circa il video di James Foley, scritte a caldo nelle ore che sono seguite alla sua diffusione (tranne l'ultimo punto preceduto da asterischi, di oggi) in una conversazione a più voci che si può leggere interamente qui. Ho rivisto il video varie volte e ho cambiato idea varie volte, fino al punto in cui naturalmente non si hanno più idee. Prendi questo post come una sorta di storify.
Una sola considerazione preliminare: nei minuti successivi alla notizia si è immediatamente attivata in rete la gara allo statement "io non lo guarderò". Un amico retwittava alcune di queste dichiarazioni di fede nolente. Gli scrissi per due volte consecutive, con un'insistenza singolare per le nostre modalità di scambio, dicendogli che il video, stavolta, ci toccava vederlo. Capivo e condividevo la sua rabbia, ma sentivo anche che qualcosa non andava. L'indomani hanno iniziato a manifestare il medesimo atteggiamento giornalisti e opinionisti della comunicazione mainstream. Poi sono arrivati gli editoriali. L'informazione italiana, insomma, ci teneva a comunicare a tutti che non avrebbe studiato la fonte, non avrebbe visto il video (alcuni si son spinti iperbolicamente ad affermare che rifiutavano persino di guardare un solo frame), non avrebbe analizzato nulla, e quindi informava i lettori che si considerava libera dal dovere di fornire qualsivoglia informazione che non riguardasse se stessa e i propri "stati d'animo". Questa giunzione tra rete e mezzi di comunicazione, tra l'io del social network e quello della carta stampata, mi sembra chiudere in bellezza l'estate.

Gli snuff movie, nel nostro immaginario (ché nessuno li ha mai visti) puntano sulla continuità temporale, sul dettaglio cruento in bella mostra, su ciò che viene rappresentato e non sul modo in cui viene rappresentato. Puntare sul modo crea una distanza: perché volerla creare, qui? Non ci dovrebbe essere un alternarsi tra immagini iniziali graffiate "alla Grindhouse" (il discorso di Obama), come se appartenessero a un passato remoto, e immagini iperrealiste e patinatissime. In parole povere, uno snuff movie non è girato da De Palma. Questo video, invece, sembra girato da De Palma.

Se non guardi il video, inorridisci; ma se lo guardi, tutto è congegnato in modo da farti interrogare sulla sua fabbricazione.

L'interpretazione di "Le Monde" sarebbe che si è scelta una forma in qualche modo "soft" per non dissuadere eventuali nuove reclute. Di mio aggiungo la possibilità che le nuove tecnologie permettano ormai di ottenere in modo facile e rapido una qualità standard, che proprio in quanto tale si trova sganciata da qualsiasi intenzionalità: una forma insignificante, insomma (scienza senza coscienza ecc.). La maggior parte dei film oggi è così. Un tempo una carrellata poteva essere "oscena", "morale", ecc. Oggi la stragrande maggioranza di esse non è nulla. Ambedue le interpretazioni non spiegano però tutte le stranezze del video. Le stranezze restanti potrebbero essere spiegate da una soluzione agghiacciante, modello "fucilazione di Mario Cavaradossi".

Ripeto, il modello potrebbe essere il filmato vero/finto finto/vero di De Palma, più che le serie tv. In soldoni: gli aguzzini chiedono alla vittima di pronunciare un testo/testamento distintamente, dopodiché lo decapiteranno per finta. E così avviene (la lama che non convince, l'assenza di sangue). Quindi lo decapitano davvero. Moglie piena e botte ubriaca: l'attore ha recitato bene, ora possiamo sbarazzarcene.

La fattura curatissima, ripeto, potrebbe essere legata alle esigenze descritte da "Le Monde", oppure essere frutto di una qualità indifferente, celibe. O un mix delle due cose. (O altro, certo: l'unica cosa sicura è che quella fattura è indiscutibile.)

Ho appena rivisto il video e non credo più all'ipotesi "macchina celibe". È costruito troppo bene, l'intenzionalità è evidente e solida. Colpisce, tra l'altro, l'uso perfettamente calibrato di tre registri d'immagini successivi. Prima la dichiarazione ufficiale di Obama, graffiata artificialmente come se fosse una vecchia vhs, reperto del passato ritrovato dagli alieni: i sogni telepatici inviati dall'avvenire in Prince of Darkness, le immagini mentali di Fino alla fine del mondo. Quindi gli infrarossi delle operazioni militari segrete, anch'esse con il loro retaggio storico e televisivo (ma anch'esse sembrano sfruttate con la consapevolezza delle successive destrutturazioni, compiute appunto da un De Palma e da altri). Infine la verità: spogliata di ogni orpello, "nuda": un mare di sabbia con due uomini al centro, sotto una luce metafisica, iperrealista. Gus Van Sant, mettiamo. I tre registri sono convenzionali, ovviamente, ma in qualche modo ancora efficaci. Ma perché siano efficaci, chi ha costruito il video deve sapere che sono convenzionali (come dire: deve sapere, ad esempio, che il "registro della verità" non è "la verità").

Quel che si ricerca, forse, è appunto l'immagine-archetipo, mentale, diciamo junghiana (se preferite: kubrickiana; Shining è il miglior film della storia sui fantasmi perché è girato da uno che ai fantasmi non crede affatto). Un artefatto assoluto, insomma: quindi fuori dallo spazio e dal tempo. Non colpisce nessuno e colpisce tutti. Tra pochi anni nessuno ricorderà il video di Pearl. Questo is here to stay, come il rock and roll versione horror dell'autoradio di Christine. Produce stupore, paura e recondita ammirazione. Una tragedia greca di due minuti, insomma. Le leggiamo ancora.

Penso che sia un prodotto occidentale, o che comunque attinga a piene mani al linguaggio cinematografico occidentale. È una "nostra" produzione. Il che non significa che non sia roba "loro". Noi, loro. Il problema (che il video curiosamente conferma) è che dei protagonisti del filmato (quel nero che parla da solo all'inizio, quel giornalista di cui si eran perse le tracce da due anni, il tizio incappucciato), per non parlare dei loro rapporti, conflitti, ecc., noi non sappiamo assolutamente nulla. È appunto un assoluto minimale.

C'è un'idea universale, assoluta. Non so neppure se sia un'idea dell'Islam. Io ci vedo l'Idea e basta. L'archetipo. Si può anche chiamarlo Vuoto, o Nulla, se si preferisce.

In questo senso, i due discorsi, quello di Obama e quello del condannato (peraltro il secondo è espresso in un inglese impeccabile, scritto e limato, con tutti gli effetti al posto giusto: si percepiscono tutti i nessi logici, si vedono i punti e virgola), ignorando tutto quello che ho scritto tra parentesi potrebbero essere sostituiti dalla lettura dell'elenco telefonico. Mi chiedo se l'effetto principale cambierebbe.

 ***

Ieri sera per una serie di cortocircuiti ho avuto per la prima volta il sospetto di un'altra stranezza, circa quel video. Vado subito al dunque: l'idea è la scarsa presenza di un messaggio religioso o pseudoreligioso che dir si voglia. A verifica compiuta, l'impressione è confermata ma resta tale o è comunque difficilmente argomentabile a parole. Nelle didascalie (sfondo nero iniziale, sottotitolo dell'immagine del bombardamento), il termine "Islamic State" appare 2 volte, "Muslims" 1 volta. Nel discorso di Foley non è rintracciabile alcun termine appartenente al registro religioso. (In alto a sinistra compare un piccolo logo, con una sorta di moschea sovrastata dall'inevitabile mezzaluna; il logo è spesso coperto da una bandiera svolazzante: è piccolo, ripeto, per posizione e dimensioni non deve distrarre l'attenzione dello spettatore; deve, sostanzialmente, passare inosservato.) Quando parla il terrorista incappucciato, abbiamo: "Islamic State" (2 volte), "Islamic Caliphate" (2 volte); "Islamic Army" (1 volta), "Muslims" (3 volte). Tutte queste occorrenze sono meri dati di fatto, non dichiarazioni di fede (dice "Islamic State" perché è un dato di fatto, così come immagino che sia un dato di fatto che le vittime dei bombardamenti USA fossero musulmane; o se si vuole esser più severi, siamo di fronte a una fraseologia di tipo performativo: nel momento in cui io pronuncio "Islamic State", lo Stato Islamico nasce ed è). Mai la parola "cristiani", mai "miscredenti", "infedeli", "guerra santa", "jihad", eccetera. In compenso, l'oscura e pesantissima accusa fatta agli USA di essere andati "far out of your way to find reasons to interfere with our affairs", laddove l'espressione volutamente ambigua "our affairs" sposa (e quindi condivide) un immaginario tipicamente occidentale, più precisamente americano o di stampo mafioso. Una dichiarazione politica scritta da Michael Corleone, per intenderci: e infatti anche lì la religione era usata sfacciatamente come copertura. 
(Non dimentichiamo che per l'americano medio la saga del Padrino è un po' la sua Iliade: e che se inizialmente la famiglia Corleone doveva raccontare metaforicamente, attraversandolo, il ventesimo secolo degli Stati Uniti, Coppola piegò il progetto fino a farlo diventare anche, com'era naturale che fosse, la storia di Hollywood.)

lunedì 9 settembre 2013

though I don't know why

"CNN cannot independently verify the authenticity of these videos but we’re reporting on them because we have verified the Obama administration is showing them to members of congress as they hope to build a case to support military strikes against the Assad regime."
 Jake Tapper, CNN, 7 settembre 2013.



giovedì 20 settembre 2012

Prince of Darkness

Guidati da un buffo Pitagorico cinese e da un Don Camillo alcolizzato, topi di biblioteca si imbattono nella più importante delle scoperte, custodita nella più improbabile delle città, tenuta nascosta per millenni dalla più grulla istituzione cattolica, apostolica e romana: Dio esiste, ma è solo quello veterotestamentario della dottrina marcionita.


lunedì 1 giugno 2009

A hundred is enough, figuriamoci duecento



AGGIORNAMENTO (lunedì 1° giugno). Erano almeno due mesi che aspettavo di scrivere questo post. E come diceva Fritz Lang nel Disprezzo di Godard, "Bisogna sempre finire quello che si è cominciato". Infatti L'Odissea non l'aveva né cominciata né finita. Un altro, splendido film inesistente.
Quindi ho fatto 'sto post, file under "me lo giro e me lo guardo".
Tanto da noi c'è sempre un condono, dietro la porta verde.

martedì 5 maggio 2009

Cedimento

Sai cosa? Hai una faccia che sembra cascata nella salsa al formaggio del 1957.
No, “Nada” (Roddy Piper) non è maleducato e la signora a cui sta parlando non è un’innocua casalinga al supermercato, ma un marziano stagionato in Essi vivono (John Carpenter, 1988).

Però in questa storia tocchiamo davvero vette di disgusto di raro horrorshow. Come se il re, nudo, mostrasse di non avere un sesso (o di averne tre, tutti diversi, o di essere tutto un solo, gigantesco sesso indistinto). Un alieno caduto sulla Terra, a metà strada tra Essi vivono e Bad Taste—Fuori di testa. E così la società che lo circonda. Ecco, forse il film che più mi viene in mente, guardando le immagini forse F for Fake (ossia forse vere, o comunque verosimili) di quell'imperatore marziano al compleanno napoletano è proprio Society. Finzioni una dentro l'altra e l'altra dentro l'una, a scatole cinesi, rovesciate, senza distinzione tra dentro e fuori: una quarta dimensione ai confini della realtà e a immagine e somiglianza dell'Impero Mediaset. Già il nome di Lei, pensateci, sembra falso. Una parodia di "Marlene Dietrich": comincia con la promessa di un'eleganza giovane bella, abbronzata e top rovinata da uno svarione dislessico, e finisce miseramente nella certezza di un porno amatoriale (o di una poltrona ministeriale).
E le sue foto, su facebook. Il terrore che possa chiederci la nostra "amicizia", e magari ringraziarci di aver accettato l'invito. Nel pianeta Arachnoid, quali simboli tipografici si useranno per esprimere la soddisfazione, la "letizia", quale faccina? E ovviamente, serviranno occhiali protettivi per vederla, perché nei b-movie ci sono faccine aliene che provocano la follia, come certe formule magiche. Asa nisi masa, klaatu barada nikto, noemiletizia. Guardatele, quelle foto, chiaramente ritoccate con un photoshop fatto in Casa (quella di Samuel Raimi, magari mentre il papà legge ad alta voce il Necronomicon incappucciato in un drappo scuro). Pare abbia appena compiuto diciotto anni, ma non è vero niente. Mia figlia tra 11 anni avrà la sua età, è ovvio che qualcosa non torna. Quella "donna" o "thing" che sia sembra già stata sottoposta a molteplici lifting, interventi plastici con strumenti chirurgici inventati dagli inseparabili gemelli Mantle, che non sono riusciti a correggere i segni di una mostruosità lovecraftiana, a illudere su un paio di chiappe sul punto di tracollare definitivamente. Oppure la verità è altrove, ancora più terrificante: non volevano occultare nulla, anzi. Volevano esibire con orgoglio il frutto dei loro esperimenti. Loro, quella cosa, la trovano "bella".
Forse nella twilight zone di Arachnoid lei ha proprio diciott'anni. Ma in tempo umano probabilmente i suoi 18 anni equivalgono ai nostri 73 (come minimo, e anche come minimmo: fascista su Marte). In un certo senso, lei e il suo "altro Dio" sono coetanei. Quell'appartamento partenopeo è il punto dello spazio e del tempo in cui le parallele si incontrano: eccoli, i grandi Antichi.
Quanto a Dagon, o Chtulhu, si aggira tra le stanze del palazzo dirigendo la grande cerimonia d'iniziazione della maestrosa entrata nel grande social network della vita, spalmando e spammando lo stesso identico sorriso ovunque. Ubiquo, immortale e sempre uguale a se stesso. Berlusconi si somiglia. Lui è dappertutto e in nessun luogo, centro e circonferenza pascaliana, Arkadin redivivo che invece di raccontare apologhi pseudogeorgiani a ospiti e camerieri vomita barzellette zozze. Potrebbe anche non esser lì, e infatti la ripetizione sistematica degli stessi atteggiamenti, dello stesso volto e di quello che convenzionalmente continuiamo a chiamare "sorriso" (ma cos'è, in realtà, quell'espressione? non lo sapremo mai, almeno da vivi) fanno pensare a una manipolazione fotografica. Un "fake". O, se preferite, un B for Bug: nel senso wellesiano ma anche in quello dei B-movie anni Cinquanta, tra tarantole e formigoni giganti, e, last but not least man on earth, in senso informatico e multimediale. Uno Zelig doppiamente rovesciato (nelle leggi fisiche della Society di Brian Yuzna la normalità è fatta di contorsioni soprannaturali, altro che Houdini), perché quella anomalia nell'immagine diventa anomalia dell'immagine, quella incrostazione diventa l'immagine tutta, la divora; e perché il suo continuo trasformismo non vuole mai spettacolarizzare altro da sé: quell'uomo, ripeto, imita sempre e soltanto se stesso.
Non so se prova davvero paura, quella cosa "mostruosa e libera", cuore di tenebra della setta che ha depositato un copyright proprio sulla parola "libertà". Se prova paura per le conseguenze elettorali, per la ricaduta d'immagine (un cedimento, un tracollo, un collasso). A rigor di logica, l'esposizione (anche nel senso in cui lo intende Brian Yuzna) di quelle foto dovrebbe produrre un moto collettivo di orror panico, ancestrale. Questo dovrebbe essere il sentimento umano, qualcosa che non ha nulla a che fare con la morale, frutto della civiltà, quindi di un'evoluzione successiva all'istinto primordiale. A rigor di logica, la lista sotto il sigillo di Chthulhu dovrebbe ottenere lo 0,1%. Se prende appena un po' di più o addirittura vince (no, non è possibile, non voglio neppure pensarlo), allora significa che siamo condannati a vivere nel terrore dallo spazio azzurro profondo.
Io voglio saperlo prima. Voglio uscire per le strade d'Italia, senza dare nell'occhio, comportandomi come tutti gli altri, senza reazioni particolari di alcun tipo. (N.B.: nella versione italiana del film non dare nell'occhio significa andare a settanta all'ora sulle vie pedonali, passare col rosso e parcheggiare il SUV in doppia fila, però qui atteniamoci al classico come metafora.) Ma prima di varcare la porta di casa sostituirò gli occhiali scuri con i ray-ban di Carpenter e fingendo di leggere il giornale, di scrivere messaggini predefiniti sul cellulare, di espletare le funzioni biologiche e professionali, li guarderò, uno per uno, nell'autobus, in metropolitana, ai tavolini del bar, in ufficio, nella mensa aziendale, a letto. E li conterò.


P.S.: Il video di Society che hai appena visto, paragonato a quel che troverai oltre, e ai link contenuti in esso, equivale a un cartone animato di Fragolina Dolcecuore.

Ph'nglui mglw'nafh Cthulhu
R'lyeh wgah'nagl fhtagn.

giovedì 12 febbraio 2009

Come in uno specchio 2

How would you like to live in Looking-glass House, Kitty? I wonder if they'd give you milk in there? Perhaps Looking-glass milk isn't good to drink.
Lewis Carroll, Through the Looking-Glass and What Alice Found There.


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domenica 11 gennaio 2009

L'ultimo gioco in città (LE SCOMMESSE SONO CHIUSE)

II — TARGETS

Vedere qualcuno nel momento in cui muore, di morte improvvisa. Questo è di per sé un motivo per rimanere attaccato allo schermo. È istruttivo, guardare un uomo colpito a morte mentre guida tranquillamente la macchina in una giornata di sole. Dimostra una verità elementare, che ogni respiro che fai ha due possibili conclusioni. E non è tutto. Comunque qui si cela una burla, un crudele sberleffo che in fondo sei disposto ad apprezzare anche se la cosa ti fa sentire un po' in colpa. Forse la vittima è un babbeo, una specie di tonto da film muto, tipicamente scalognato. Se l'è voluta, in un certo senso, per essersi lasciato riprendere dalla videocamera. Perché una volta che il nastro comincia a scorrere può finire soltanto in un modo. Questo è quanto richiede il contesto.
Don DeLillo, Underworld (traduzione di Delfina Vezzoli), Einaudi, Torino 1999, p. 166.

Ho estrapolato tre inquadrature da una sequenza, e ho tolto quel che si trovava in mezzo e la colonna audio. Indovina il titolo del film entro mercoledì e riceverai tre pallottole full metal jacket. Altrimenti aggiungo il sonoro e ti faccio secco con due sole pallottole. Poi venerdì ristabilisco l'integrità del filmato, ma mi incazzo da bestia e ti stendo con una pallottola in mezzo agli occhi.



P.S.: Ti ricordo che le regole de L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ™ sono depositate presso il notaio Altamante Fruzzetti e possono essere consultate qui. Se non sai maneggiare il fucile e preferisci una pistola, sei un uomo morto e vai a fare da tirassegno a San Miguel.

ATTENZIONE: LA PARTITA SI È CONCLUSA DOMENICA 11 GENNAIO ALLE 15.40.
LA SOLUZIONE ERA "DISTRETTO 13 — LE BRIGATE DELLA MORTE" ("ASSAULT ON PRECINCT 13", 1976), SECONDO E MIGLIOR FILM DI JOHN CARPENTER, ALMENO SECONDO ME. IL VINCITORE È LO SCATTANTE "AFASOL", CHE SI PIAZZA IN TESTA ALLA GRADUATORIA.

LA PROSSIMA SFIDA SI TERRÀ DOMENICA 18 GENNAIO.

L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ.
GRADUATORIA

afasol: 3 pallottole.
arcomanno: 2 pallottole.

lunedì 22 dicembre 2008

E mi piangono le mani



Personalmente odio il Natale, come Kate Beringer in Gremlins. Quindi gli auguri li lascio fare a Gualtiero De Marinis. Ma chiamatelo Gughi, altrimenti si arrabbia, come Jena Plissken in 1997: fuga da New York. Il bisillabo gli permette di ripetere ossessivamente "Gughi non sa. Gughi solo piccola pedina in grande gioco della vita", come Mongo in Mezzogiorno e mezzo di fuoco. Con "Gualtiero" non funzionerebbe.
Mongo non sa, ma come tutti sanno Gughi vive quasi esclusivamente in un bar di via Solferino. Per anni firmò abusivamente una rubrica su "Film TV", intitolata "Vita da cani". Dico abusivamente, perché in realtà a scrivere era il suo ghostwriterondemand personale, ossia il suo cane, Lapis, mentre Gughi guardava la Formula Uno. Gughi non sa scrivere, perché gli si lingua la impasta.
"Vita da cani" si occupava di televisione, e quindi parlava di tutto (fuorché di televisione). Spesso indulgeva in confessioni personali e strappalacrime, come quando raccontò del giorno in cui Lapis abbandonò il suo padrone in un autogrill. Molti anni dopo domandai a Gughi se ne soffrisse ancora. Lui guardò tristemente il bicchiere vuoto di martini, sospirò e rispose: "Tu non chiedi me, io non dice bugie te". Testuale.



Accarezza lo squonk qui sotto se vuoi leggere la cartolina d'auguri di Gughi. Questa temo che l'abbia scritta proprio lui, di nascosto, mentre Lapis leggeva i Prolegomeni ad ogni futura metafisica che potrà presentarsi come scienza, in tedesco, il che non costituisce un grande exploit per i cani col pedigree, e capendo assolutamente tutto: il che è concesso solo a Lapis e ad Altamante Fruzzetti, l'uomo più intelligente del mondo.

LO SQUONK DICE: "BIMBA, PERCHÉ NON MI CLICCHI?".

lunedì 19 maggio 2008

Malelingue

Un groviglio fumante, sanguinolento, asimmetrico di ossa, budella, denti, culminante in due teste orrende, mezzo uomo e mezzo caos. Sembrano partorite da una teratologia degna di Baltrušaitis, un concentrato sulfureo di odio, i sette peccati capitali riuniti, più tutti gli altri: quelli a venire, quelli di universi sconosciuti, quelli ancora senza nome. I due mostri sono siamesi: hanno la lingua in comune.


Conclusa l’autopsia, il Dr. Blair sentenzia: “sembra tutto normale”.

giovedì 10 aprile 2008

Tutta cromata, è tua se dici sì

God, I hate rock and roll.
Leigh Cabot (Alexandra Paul): ultime parole di Christine (John Carpenter, 1983).



Christine è un film minore di John Carpenter che ho visto tante volte, perché un film minore di Carpenter è sempre meglio di una retrospettiva integrale di Cristina Comencini, di cui parleremo un'altro giorno perché adesso parliamo di Christine e non di Cristina. John Carpenter ha fatto capolavori, ha fatto cose minori, ha fatto marchette, ha fatto robe con la mano sinistra. Ma non ha mai — mai — fatto un brutto film. Non è che gli manchi la volontà, con Starman ad esempio ce l'ha messa tutta, è solo che non è capace, tutto qua. Un'idea di cinema, foss'anche un'ideuzza, ce la deve mettere sempre, per forza.
Qui si trovava tra le mani un romanzo di Stephen King neanche tanto male (id est un romanzo breve), con una furbata tipica di King quando era ancora in forma. Prendi un'idea vecchia come il mondo, il trito castello stregato appollaiato in cima all'annosa collina, residuo di tempi bui, antipositivisti, preindustriali. Trasformalo in una Plymouth Fury modello 1958, rosso fiammante. Gira la chiavetta. Vavavuma.
(In questo senso, Christine è l'adattamento americano, ossia la versione narrativa, della DS Citroën di Barthes, qui giustamente in chiave rétro — dato che son passati più di vent'anni, e la coppia tecnologia e progresso è come minimo separata in casa: un "Mito d'oggi". Vale a dire un mito di ieri.)
Carpenter è reduce dal suo "Heaven's Gate", The Thing, un flop colossale (e, a scanso di equivoci, un grandissimo film). Per lui la pacchia è durata pochissimo (meglio, così tornare a fare b-movie gli è stato più facile che ad altri). Di questa storia gliene frega relativamente, credo, spera solo di farci qualche soldo. Al fascino della carrozzeria cromata conferisce una componente sessuale più diretta che nel libro: la cosa gli riesce meglio che a Cronenberg in Crash perché sa che l'accoppiata sesso-lamiera non è proprio il massimo dell'originalità, non è il caso di perderci troppo tempo. Ma qui il vero Carpenter's touch sta nell'uso del soundtrack. Carpenter la musica la conosce. Soprattutto il rock (comprese le varianti heavy metal), e la musica di film: le compone quasi sempre lui, a volte con Alan Howarth, e il Main Theme di Halloween vale la doccia fredda di Herrmann in Psycho. Su The Thing non aveva il tempo, suppongo, quindi ha chiamato Morricone, e se ricordate il film la cosa che colpisce è che Morricone ha composto una musica "alla Carpenter". Segno che Carpenter non è il primo venuto. Comunque, l'ideuzza cinematografica di Christine è tutta lì. Fin dai titoli di testa, anno 1958, nell'officina dove escono le macchine nuove, tra cui "lei", Bad to the Bone (George Thorogood and The Destroyers): "On the day I was born, the nurses all gathered 'round / And they gazed in wide wonder, at the joy they had found / The head nurse spoke up, and she said leave this one alone / She could tell right away, that I was bad to the bone". Così si comincia un film, cazzo, senza barare, senza tentennamenti, chiaro e tondo, "She was born bad. Plain and simple", avverte il poster originale: bad to the bone e poche storie (in francese si direbbe che Carpenter è un regista "brut de décoffrage", che suona bene anche per un'automobile appena uscita dall'officina). E infatti, Christine nasce e ne pianta già di tutti i colori (con una preferenza per il rosso). Restiamo ancora nell'officina, per la dissolvenza c'è ancora tempo. Not Fade Away, non lo dico io, ma Buddy Holly. Ecco, ora possiamo uscire fuori: la solita stradina di Sobborgomerdosomiddleclass, USA, una "bella giornata di sole". Not Fade Away: ma stavolta non è più Buddy Holly, bensì Tanya Tucker. Il che significa che dal '58 è passato un quarto di secolo. Sono stato chiaro? Si prende uno standard, si incollano senza soluzione di continuità due versioni diverse, e nell'arco di un singolo tune passano venticinque anni. Sembra un'invenzione a tavolino (di missaggio), ma sullo schermo funziona, eccome se funziona. E l'aggancio sonoro è fatto così bene che probabilmente la maggior parte degli spettatori nemmeno se ne accorge, ma Carpenter se ne fotte, i film non li fa per gli spettatori, li fa per me e basta, è per questo che mi piace Carpenter. Io il film lo vidi a dodici anni, quando hai dodici anni sei suscettibile, e ti fa piacere vedere un film fatto da un signore che non ti prende per fesso. Che pensa che i fessi sono gli altri. Oggi di anni ne ho trentasei e al cinema vedo quasi sempre film fatti per gli altri. Film per i fessi.

Il cuore di Christine (intesa come film, come Plymouth, e come macchina celibe, dato che in fin dei conti gli uomini non li sposa, li sucks come Mae West o il Vietnam di Kubrick) è la sua autoradio. Christine viene sfasciata mille volte, si schianta, va in fiamme, parabrezza sfondato, motore e fili elettrici intorcinati. Un sosia di Travolta — omaggio a Carrie, non c'è dubbio — le caca persino sul sedile. Eccola, carcassa fumante, con tutti i vetri infranti, le gomme a terra. Carpenter verifica, come un medico legale: infila la cinepresa-stetoscopio proprio al centro dell'organismo, tra le costole (volante-sterzo-posacenere). La FM si accende. Vavavuma.
Il cuore della Plymouth pompa ancora, e nelle vene di Christine scorre rock and roll. Rock fifties, esclusivamente: oldies but goodies, ossia buon sangue non mente. È un fatto genetico, come i capelli neri delle ragazze meridionali o le macchie sulla pelle. Non è cattiva, Christine: è solo che è stata designed così. Roba tosta, generazione '58. E allora quel che in qualsiasi altro film sarebbe un'idea pacchiana, infantile, in un film di Carpenter diventa genio artigianale (che non esclude né pacchia né infanzia): perché Christine con quella musica parla. Quando il vecchio porco del garage vuole ficcare il naso nella carrozzeria (ossia ficcare altro in altro) lei lo sfancula: "Keep a knockin', but you can't come in / Keep a knockin', but you can't come in" (Keep a knockin', Little Richard). Quando alla fine il suo giovane proprietario Arnie Cunningham attraversa il parabrezza e agonizza con un pezzo di vetro piantato in pancia, lei strilla come una mamma siciliana: "Forever my darling our love will be true / Always and forever I’ll love only you / Just promise me darling your love in return / May this fire in my soul dear forever burn" (Pledging My Love, Johnny Ace). E quando finalmente viene ridotta a un mucchio di ferro per lo sfasciacarrozze, minaccia e promette "Rock 'n roll is here to stay, / it will never die / It was meant to be that way, / though I don't know why" (Rock & Roll Is Here to Stay, Danny & The Juniors). Ultima immagine: Christine nella discarica, come Marilyn Chambers nel film di quello là quando faceva ancora film seri. Ridotta a un cubo di metallo, inerte groviglio di rabbia. La cinepresa si allontana lentamente, stavolta è finita davvero, poi Carpenter dice alt ragazzi, un momento, verifichiamo un'ultima volta l'elettroencefalogramma di questa puttana. Intuizione professionale. Un pezzettino di lamiera si sposta impercettibilmente. Risuona l'attacco di Bad to the Bone. Dev'essere solo un riflesso nervoso. Capita, a volte. End Credits.


Stavolta, quando ho rivisto Christine (un film minore, ripeto), a colpirmi è stato proprio questo: non è un film su una macchina stregata, quello è un gimmick. Non è una storia di passione erotica, quella è una banalità. Non è neppure un musical, in fondo. È un film sulla musica, e più precisamente un film sul rock, forse il migliore che sia mai stato fatto. Perché è fatto da uno che il rock lo conosce a menadito, nel ’58 aveva dieci anni, con quella musica è cresciuto, è grazie a quella roba (mischiata con Hawks, un cocktail per fegati a prova di bomba, altro che happy hour) che ha fatto i film che ha fatto mandando a quel paese il suo paese. E perché è fatto da uno che sa che quell'epoca è finita, che il rimpianto dei "good ol' times" può trasudare fascismo, oltre che benzina, che Christine ormai è solo una madre-Urano che divora i propri figli, altro che contestazione e fight the power. Che se Christine sente esclusivamente rock '58, un po' lo fa perché è cool, perché è "fica", un po' perché è reazionaria. Non è grave. Basta saperlo.

P.S.: Basta saperlo che uno dei passatempi preferiti a Guantanamo è prendere un terrorista di Al-Qaida (si riconoscono dal fatto che hanno la barba lunga), chiuderlo in una cella completamente vuota, completamente buia, senz'alcuna aerazione (a Cuba può fare molto caldo), metterlo accovacciato in posizione da cesso turco, con le mani ammanettate dietro le caviglie e una catena che lega il tutto a un pesante anello inchiodato al suolo. Lo lasciano lì così, a volte per sei ore. Con musica heavy metal a tutto volume, roba tosta, da farti scoppiare la testa.