lunedì 2 giugno 2008

Crossover: Un ricordo della casa gialla

Nazista a me? Io sono nato il primo maggio, il giorno della festa dei lavoratori e al nonno di mia moglie, nel ventennio, i fascisti fecero chiudere la panetteria al Pigneto perché non aveva preso la tessera.
Un delinquente comune, ovvero un eroe dei nostri tempi, al quale il 29 maggio 2008 il quotidiano “la Repubblica” concede l’onore della prima pagina, lasciandolo parlare a ruota libera per più di dodicimila battute.

Pulendo la cucina ho notato che è inutile alzare certi vasi che stanno lì sempre fermi. Spolvera solo attorno al perimetro della base: sotto non c’è polvere.
In presenza degli avidi eredi, il notaio (Simon Kautzsch) apre il testamento e scopre che lo zio non ha scritto altro in Little Blues (Paul Gachet, 1978).

Al mio paese chiamavano casa gialla la casa dove si custodivano i detenuti. A volte, quando da bambini giocavamo per strada, lanciavamo sguardi furtivi attraverso le grandi finestre oscure e silenziose e con una stretta al cuore balbettavamo: “Poverini!…”.
Didascalia iniziale di Ricordi della casa gialla (João César Monteiro, 1989).



Mentre tu sei andata al cinema e io son rimasto qua come un fesso ad annoiarmi, tra i francesi che s’incazzano en attendant Bartali, a volte afferro un giornale che svolazza. Convinto di trovarvi, finalmente, la notizia vera, in caratteri cubitali:


O, quantomeno, un utile commento alla notizia:


Ma siccome considerano che le isotere e le isoterme fanno il proprio dovere, i giornali preferiscono tenere gli occhi chiusi, e diffondere opinioni. Se le opinioni finiscono in prima pagina, allora non sono più opinioni: sono “editoriali”.
Così, qualche giorno fa, in mancanza di vere notizie, ho letto un editoriale. Lo aveva scritto una firma autorevole, su un prestigioso quotidiano. L’autorevolezza e il prestigio erano ribaditi dal fatto che l’editoriale occupava lo spazio di una colonna e mezzo. Dunque era una volta e mezzo autorevole, e una volta e mezzo prestigioso. Non parlava di cadaveri redivivi (“Quando i morti camminano, señores, dobbiamo smettere di uccidere, o perderemo la guerra” diceva un prete portoricano in Zombi) e della conseguente fortuna di essere vivi, come ho già detto. Ragionava su certi delitti commessi al Pigneto, una periferia di Roma dove quasi mezzo secolo fa Vittorio Cataldi detto “Accattone” rifletteva: “Eppure che è la fame? Un vizio! È tutta un’impressione! Ah, se nun c’avessero abituati a magna’, da regazzini…”. Il protagonista di questi delitti è stato scoperto, e si è anche scoperto che aveva un tatuaggio di Che Guevara sul braccio. (Premetto che di Che Guevara non m’importa un fico secco, le quattro ore che Soderbergh gli ha dedicato me le perderò volentieri, anche perché avrei preferito che il film lo facesse Terrence Malick, come pare fosse inizialmente previsto.) Un tempo, neanche troppo remoto (o forse sì), il fatto che un delinquente sfoggiasse un tatuaggio del Che sarebbe finito seduta stante nella rubrica “ecchissenefrega” del giornale satirico “Cuore”. Ma fortunatamente oggi la satira non esiste praticamente più, così possiamo finalmente leggere giornali seri. E infatti nessun giornale ha resistito alla tentazione di commentare a iosa l’irrilevante aneddoto del tatuaggio. Perché son proprio gli aneddoti irrilevanti che permettono di cogliere lo Zeitgeist, o almeno così pare. E quindi l’editoriale incipitava:

Il tatuaggio che immortala il «Che» sul braccio dell’uomo che ha guidato la spedizione squadristica del Pigneto celebra a suo modo l’anniversario del ’68 e chiude un’epoca trasformando definitivamente la faccia del comandante Guevara in icona post-icona, come un adesivo, un marchio vuoto, un brand di moda, potrebbe essere l’aquilotto dell’emporio Armani o la virgola della Nike. È per questo che la lunga confessione consegnata dal picchiatore a Carlo Bonini di Repubblica dovrebbe segnare anche la fine dell’ossessione compulsiva di etichettare politicamente le emergenze sociali: la sicurezza è un sentimento di destra, le ronde sono fasciste, i raid sono nazisti.
Un impulso che risponde al bisogno rassicurante di tener viva la cornice ideologica del Novecento come chiave di interpretazione di tutto.
Un vizio italiano [come la fame? n.d.r.], ma non solo. Il Times di Londra ieri leggeva la faccenda romana in chiave di xenofobia denunciando il rischio razzismo in Italia; il Financial Times rilanciava l’allerta per i rom. Vero, certo. Ma pure questo è un automatismo, anch’esso a suo modo ideologico, che non basta a spiegare quel che bolle nel calderone italiano.


Negare la possibilità di interpretare la realtà attraverso “cornici ideologiche” vecchie non è un’idea nuova. È vecchia almeno quanto le stesse “cornici ideologiche” e più di cinquant'anni fa Roland Barthes l'aveva già inserita tra i Miti d'oggi (cfr. il capitolo intitolato "La critica né-né"). Ma almeno consola, per un po'. È un sollievo, ad esempio, sapere che il braccio tatuato che ti accoltella non è mosso da pregiudizi ideologici ammuffiti, che quando senti la lama entrarti nella gola partecipi in qualche modo del nuovo che avanza (“Come un cane!” disse, era come se la modernità dovesse sopravvivergli).
Ma non facciamo gli schizzinosi: tanto più che l’inizio dell’editoriale non suona solo come una campana a morto (logico, dato che the dead are walking), ma anche come una promessa, per chi trova sempre più difficile leggere la realtà, globale o aneddotica che sia. Dopo aver fatto tabula rasa di desueti preconcetti e griglie interpretative inefficaci (per capire lo spirito dei tempi non ci si può più fidare di nulla e di nessuno, cari amici: neppure dello spiritoso “Times”), si profila la speranza che l’editorialista proponga o comunque disegni i contorni di una nuova cornice di lettura, finalmente liberata da qualsiasi ideologia, ma quantomeno utile a capire come e dove sta andando il mondo (o, nel nostro piccolo, l’Italia).
Al centro dell’editoriale troneggiano, giustamente, i fatti, cioè le parole: brani dell’intervista al delinquente, dichiarazioni di capi della polizia, accenni di considerazioni varie su insicurezza reale e/o percepita. Alla fine, l’editoriale conclude, rompendo gli indugi, e noi leggiamo, sperando come accattoni di veder placata la nostra fame di capire:

La griglia destra-sinistra non tiene più. Nemmeno a Roma, dove da quando è sindaco Alemanno (salutato da non poche «braccia tese» al suo arrivo in Campidoglio), è come se fosse cresciuta un’equivoca attesa. L’ex sindaco Veltroni insiste sul clima di intolleranza. L’uomo del Pigneto, con o senza tatuaggio, racconta un’altra Italia che sembra sfuggire a tutti e due. E forse anche a noi.

Un supplizio di Tantalo, insomma. Tu credi di aver capito come stanno le cose, eh? Sì, ciao core: il tuo modo di pensare è vecchio. È per questo che la realtà ti sfugge. Ora ti dico io qual è lo Stand der Dinge — o almeno, dato che il mio mestiere è quello dell’opinion maker, te ne fornisco l’opinione (nel senso in cui la intendeva Karl Kraus: ragazzi, come mi sento mitteleuropeo e novecentesco, stamattina). Anzi no, ho cambiato idea: non te lo dico perché non lo so. Tiè.
Oppure la spiegazione è un’altra: l’editorialista un’opinione ce l’ha eccome, e se ce la comunicasse la salvezza sarebbe a portata di mano. Ma lui, geloso e birichino, se la tiene tutta per sé (magari l’ha consegnata al notaio, racchiusa in una busta sigillata con la ceralacca: forse neppure lui è immune da vezzi rétro). Un po’ come Nanni Moretti, quando in Bianca trova finalmente il coraggio di abbordare Laura Morante e, con un sacchetto di dolcetti in mano: “Ne vuoi uno?” per poi aggiungere subito, senza lasciarle il tempo di fiatare: “Eh, ma sono tutti per me: un etto sono solo dodici. Finiscono prestissimo…”.




Ci sono editoriali che lasciano imbambolati, come se ci si trovasse davanti a un quadrato magico di Dürer, ma con tutti i numeri buttati lì alla rinfusa da un seguace di Duchamp o da un Dio burlone. Tuttavia non disperare, malinconico amico: lassù qualcuno ti ama. Infatti, se la lettura dei giornali non rischiara la bile, dal cielo bas e lourd dei blog trapela un raggio di sole nero. Sì, il vero D.I.O. non ti ha abbandonato, egli pensa a te e ti invita a sperimentare una nuova linea di farmaci (a tuo rischio e pericolo, s’intende). Vale la pena provare, anche se non dovesse funzionare. Anzi, soprattutto se non dovesse funzionare: D.I.O. ha capito benissimo che dalla malinconia non si guarisce, che la letteratura, il cinema o lo studio non consolano (non è il loro scopo), che la bellezza non lenisce un bel nulla, perché la vera bellezza ci trafigge e a volte ci schiaccia. Nel tuo stato, e in questo Stato (il rapporto conflittuale con la polis è alla base del concetto classico di malinconia: cfr. il Democrito dello pseudo-Ippocrate) la malinconia puoi soltanto coltivarla (come si coltivano i fiori, e i vizi, anche quelli brutti come la fame), e di tanto in tanto farla uscire di casa (magari “downtown” con Frank Sinatra), così, giusto per farle prendere una boccata d’ossigeno, che respiri un po’, povera creatura. La classica “ora d’aria”, secondo la terminologia penitenziaria, da passare camminando sulle orme di João Cesar Monteiro (un altro G.O.D.: infatti nei suoi film migliori interpreta un personaggio chiamato João de Deus), quando in Ricordi della casa gialla parla di dar fiato alla dignità:
“La signorina Julieta è scappata con un fagottista dell’orchestra. Era fatale: quella è una famiglia piena di fiato. Doña Violeta, sua madre, si è rassegnata. Uno di questi giorni perdonerà loro con una scarica di peti. Un po’ di dignità non ha mai fatto male a nessuno.”
E quindi, amico atrabiliare, non restare sempre qui a leggere le mie farneticazioni! Esci dalla saudade, riscatta l’acedia, clicca altrove e prenditi un gachet! Studia con particolare attenzione le due tappe essenziali della terapia, ossia il “Perimetralismo” e la “Blackbox” e non tornare finché non le avrai assimilate. Tranquillo, io intanto son qua che ti aspetto, te e Bartali, non mi muovo: come un masso. (Però poi torna a trovarmi, eh? Non ho mica finito…)



Ma come, sei ancora qui? Evvai, ti dico!



Maltornato, quindi. Questa faccenda del perimetralismo meriterebbe una biblioteca di Babele, uno non sa bene da dove cominciare: forse girando intorno al concetto? Col rischio di perdere presto l’equilibrio, magari? In questo caso mi permetto di suggerire la terapia di mio nonno: si fece tutto il ventennio (quello della prima metà del secolo scorso, non quello in cui viviamo oggi) tra galera e villeggiatura nelle isole. In privato non se ne vantava mai, ma se stavi bene attento, quarant’anni dopo potevi ancora individuarne le tracce nei riflessi psico-motori. Quando sei in cella (ovvero, quando più o meno tuo malgrado dal perimetralismo della blackbox ci piombi dentro, nella stessa blackbox), tre metri per tre, uno dei problemi che ti tocca affrontare è il deperimento fisico per scarsità di moto. Se non vuoi ridurti allo stato vegetale (tipo l’attuale ministro delle pari opportunità), ti conviene camminare a lungo. Ma in tre metri per tre, se li fai girando sempre nello stesso senso, dopo due giri le vertigini ti fanno cascar per terra (qualsiasi riferimento ai girotondi è assolutamente deliberato) e la ginnastica si riduce a pochi inconcludenti secondi giornalieri. Allora si procede lungo la diagonale del quadrato (o ring, se buttiamo la blackbox sullo shadow-boxing di Jake La Motta o degli astronauti kubrickiani), compiendo una serie di otto. Quando appunto quarant’anni dopo mio nonno si infervorava durante una discussione, nel ricordo lo vedo ancora alzarsi dal tavolo e iniziare a camminare. E, continuando a parlare, inconsciamente i suoi passi si mettevano a disegnare una serie indefinita di otto. Il salone era abbastanza grande, ma se ti limitavi a misurare l’otto in questione come diagonale di un invisibile quadrato magico, il risultato che ottenevi era esattamente un’area di tre metri per tre.





P.S.: Dato che forse non mastichi il portoghese e non leggi il francese come io non parlo il tedesco, scusami pardòn:
Lívio (Luís Miguel Cintra): L'unica cosa che conta è che tu impari ad amministrare il tuo stato di semplicità.
João de Deus (João César Monteiro): E tu? Resti qui?
Lívio: Io ho buone speranze di guarigione. Sono un caso clinico, oltretutto benigno. Per te è diverso: non c'è nessuna speranza, vista la malattia che hai; e quello che è, è.
João de Deus: Dubito che mi lascino uscire così, di colpo.
Lívio: Hai già parlato col direttore?
João de Deus: Ci siamo scambiati vaghe impressioni. Non avevo niente da dirgli. E viceversa, suppongo.
Lívio: Per uscire di qui, non preoccuparti. Me ne occupo io. Il direttore è uno dei nostri…
João de Deus: Vado a pensarci su.
(João de Deus fa la sua corsetta, perimetrando il cortile della casa gialla)
João de Deus: È deciso. Spalanchiamo i battenti del sacro portone.

mercoledì 28 maggio 2008

End titles: Un saluto a denti stretti


SYDNEY POLLACK, 01/07/1934 — 26/05/2008.

lunedì 26 maggio 2008

Orson Welles — Un fogliettone

I
1915—1940: UN FUMETTISTA, UN ATTORE E UN POETA

Orson Welles con il cagnolino Caesar

George Orson Welles nasce a Kenosha, nel Wisconsin, il 6 maggio 1915. La madre, Beatrice Ives, pianista, campionessa di tiro e attiva femminista, muore nel 1924; il padre, Richard Head, eccentrico inventore e industriale, nel 1928. A 13 anni, Orson Welles finisce sotto la tutela del Dr. Maurice Bernstein. La sua infanzia si svolge in un clima di effervescente creatività artistica. A 3 anni debutta all’opera di Chicago, come comparsa in Sansone e Dalila; a 5 rivela un precoce talento di pianista (che la morte della madre interrompe bruscamente); il 26 febbraio 1926, un articolo a lui dedicato nel “Madison Journal” titola: “A soli 10 anni, un fumettista, un attore e un poeta”. Nel 1926 Welles entra alla Todd School di Woodstock, dove perfeziona le doti drammaturgiche, recitando e realizzando per il teatro scolastico, tra la redazione di critiche per quotidiani e viaggi in Europa e in Asia. Nel 1931 si reca in Irlanda per darsi alla pittura, la sola vocazione che rimarrà inespressa e che Welles rimpiangerà per tutta la vita. Intanto negli Stati Uniti lo aspetta, consistente e minacciosa, una borsa di studio per l’Università, che Welles vorrebbe evitare a tutti i costi. Fa allora credere a Hilton Edwards, regista del prestigioso Dublin Gate Theatre, di essere un noto attore americano. Viene assunto seduta stante nella troupe, per recitare in varie opere — tra cui Suss l’ebreo, Tre sorelle, La locandiera e buona parte del repertorio shakespeariano —, realizzando personalmente alcune di esse.
Nel 1933, Welles si prepara a calcare le scene londinesi, ma la Gran Bretagna gli rifiuta il permesso di lavoro. Torna negli Stati Uniti, da cui riparte subito per il Marocco e la Spagna, dove sopravvive pubblicando racconti polizieschi e cimentandosi nella tauromachia. Di ritorno a New York è assunto nella troupe di Katharine Cornell, che segue nella tournée di Romeo e Giulietta. Nel 1934 cura un’edizione delle opere di Shakespeare e realizza il suo primo cortometraggio cinematografico, Hearts of Age. Otto minuti vagamente surrealisti: dalla valigetta del giovane mago, che si ritaglia la parte della Morte, escono maschere, pianoforti, scalinate. Saranno gli strumenti di futuri illusionismi in grande scala. E aspettando Rita Hayworth a Shanghai, il nostro chiude la prima moglie, Virginia Nicholson, in una bara. (Il filmato che presentiamo comporta un accompagnamento sonoro ovviamente non originale.)


In quegli anni inizia a lavorare alla radio: a partire dal 1935 collabora al celeberrimo The March of Time, che presenta l’attualità facendo recitare ad attori le voci dei personaggi reali. Per anni Welles presterà la sua voce polimorfa a Hitler, Mussolini, Stalin, Freud e decine di personalità della politica e dello spettacolo. La versione cinematografica della trasmissione offrirà lo spunto di un perfetto pastiche all’inizio di Quarto potere.
Dal 1936 al 1937, Welles realizza messinscene teatrali per il Federal Theatre, istituzione sovvenzionata dalla Work Progress Administration (WPA). Tra le più innovative, va ricordato un Macbeth (1936) con attori di colore e spostamento della trama dalla Scozia a Haiti, e The Cradle Will Rock (1937), dramma in favore dei sindacati la cui prima viene annullata all’ultimo momento dalla WPA, obbligando la troupe a improvvisare una recita senza scenografie né costumi nella platea di un teatro vicino. L’incidente sancisce la fine dei rapporti tra Welles e il Federal Theatre. Assieme a John Houseman fonda allora il Mercury Theatre, i cui attori — Joseph Cotten, Agnes Moorehead, Everett Sloane, Ray Collins, per citare i nomi più importanti — resteranno legati alle future avventure del regista. Intanto, durante quegli anni la radio si sta trasformando nel primo grande mezzo di comunicazione di massa. Una delle trasmissioni più seguite è The Shadow, che narra le avventure di una sorta di uomo invisibile. La voce del protagonista è quella di Welles. La sua fama e il successo teatrale di Caesar (1937), adattamento dell’opera di Shakespeare in costumi moderni e con espliciti riferimenti al fascismo, spinge la CBS ad affidargli una trasmissione settimanale di un’ora, nella fascia serale di massimo ascolto. Ogni puntata dovrà adattare in diretta un classico della letteratura o del teatro. Welles sfrutterà tutte le possibilità narrative e drammaturgiche del nuovo mezzo, rivoluzionando la storia della radio.
The Mercury Theatre on The Air. First Person Singular inizia a diffondere l’11 luglio 1938 con un adattamento di Dracula dove il regista interpreta alternativamente le voci del narratore, del Dottor Seward e del vampiro. Dal 9 dicembre 1938, l’industria Campbell’s Soup (la cui lattina di pomodori pelati, 25 anni dopo, sarà elevata a eterno feticcio da Andy Warhol) diventa lo sponsor della trasmissione, che proseguirà fino al 31 marzo 1940 con il titolo The Campbell Playhouse. In tutto, Welles produce, realizza, interpreta (conservando il gusto di dar voce a più personaggi) e talvolta scrive 80 puntate, molte delle quali si riveleranno utili prove per i suoi lavori futuri. Il repertorio spazia da Jane Eyre al Conte di Montecristo, da L’isola del tesoro al Giro del mondo in 80 giorni, da Cuore di tenebra a Huckleberry Finn, da Giulio Cesare all’Orgoglio degli Amberson. Ogni storia è in prima persona e gli ascoltatori vengono continuamente interpellati; le transizioni del racconto, il gioco tra dialogo e narrazione, le possibilità sonore legate a rumori, musiche e silenzi sono portate a livelli tutt’ora insuperati di ingegno creativo. Welles passa nel corso di una stessa giornata da uno studio radiofonico all’altro (la CBS mette un ascensore a sua esclusiva disposizione), proseguendo le rappresentazioni teatrali in corso e curando le ripetizioni di quelle a venire (ricordiamo Too Much Johnson, 1938, e Five Kings, 1939, sunto in cinque ore di quattro opere di Shakespeare — Enrico V, Riccardo II, Enrico IV, Prima e Seconda parte — dove Welles incarna Falstaff), presenziando convegni politici e culturali e moltiplicando gli interventi sui giornali. In tre anni, si può dire che Welles realizzò quel che a malapena un essere umano molto talentuoso potrebbe compiere in una vita intera. (CONTINUA...)

giovedì 22 maggio 2008

Bistecche 2

— Emile, stasera preferisci carne o pesce?
— Pesce.
— E se avessi detto carne, cosa avresti preferito?
— Mah, non so… Vitello.
— E se invece del vitello avessi scelto manzo, avresti preferito una bistecca o un arrosto?
— Una bistecca.
— E se avessi detto arrosto, ti sarebbe piaciuto cotto o al sangue?
— Molto al sangue.
— Ebbene caro, sei sfortunato perché il mio arrosto di manzo è un po’ troppo cotto.
Angela (Anna Karina) serve ad Emile Récamier (Jean-Claude Brialy) un pezzo di carne carbonizzata ne La donna è donna (Jean-Luc Godard, 1961).



lunedì 19 maggio 2008

Malelingue

Un groviglio fumante, sanguinolento, asimmetrico di ossa, budella, denti, culminante in due teste orrende, mezzo uomo e mezzo caos. Sembrano partorite da una teratologia degna di Baltrušaitis, un concentrato sulfureo di odio, i sette peccati capitali riuniti, più tutti gli altri: quelli a venire, quelli di universi sconosciuti, quelli ancora senza nome. I due mostri sono siamesi: hanno la lingua in comune.


Conclusa l’autopsia, il Dr. Blair sentenzia: “sembra tutto normale”.

giovedì 15 maggio 2008

lunedì 12 maggio 2008

Bicchieri

Il giorno in cui l'uomo di cui vorrei dimenticare il nome (come diceva sempre Borges a proposito di Perón) presenta la lista dei suoi ministri al Presidente della Repubblica, un illustre editorialista di un prestigioso quotidiano conclude così il suo commento: "Quando si comincia un’opera complicata è d’obbligo e non solo cortese guardare il bicchiere dalla parte dove è pieno". Secondo me il bicchiere è completamente vuoto perché gli italiani se lo sono bevuto tutto e dentro c'era il loro cervello (e magari il midollo se lo sono tracannato "alla spina"), ma il punto non è questo. Il punto è che "guardare il bicchiere dalla parte dove è pieno" mi sembra alquanto incomprensibile per chi il cervello non se l'è ancora bevuto tutto. Scusa, rileggi e pensa: "guardare il bicchiere dalla parte dove è pieno". Il bicchiere, la parte...: ma che è? Bisogna mettersi di profilo? Il bicchiere è pieno se lo vedi da sinistra, ma se ti sposti a destra è vuoto? Ma che razza di bicchieri hanno gli illustri editorialisti di prestigiosi quotidiani? "Guardare il bicchiere dalla parte dove è pieno"... Dove è pieno che? Il bicchiere? Ma per godere di sì bella vista si deve spostare l'osservatore o il bicchiere? E se è il bicchiere, in che senso va spostato? E spostandolo, non c'è il rischio di rovesciarne il contenuto dalla parte dove è pieno per poi ritrovarsi con due o più parti del bicchiere che allora comunque lo guardi, ti giri e te lo rigiri da tutte le parti, apparirà sempre vuoto sopra e sotto le parti del suddetto bicchiere? E poi pieno di che? Più ci penso, a 'sta storia del bicchiere con le parti piene e quelle vuote e quelle che chissà, più mi sembra di vedere un bicchiere alla Escher, tipo ipercubo o tesseratto. Un iperbicchiere, un bicchieratto anche un po' bischero, un metabicchierino birichino, con tante, infinite parti, in alcune dimensioni della realtà piene, in altre vuote, parti di un tutto, a parte tutto, o di un tutto, almeno, in parte...




P.S.: La poesia letta dalla bambina dotata di inutili poteri telecinetici nella scena finale di Stalker credo sia stata scritta da Arseni Tarkovskij, padre del regista:

Amo gli occhi tuoi, amica mia,

il loro gioco splendido di fiamme

quando li alzi all’improvviso

e come un fulmine celeste

guardi veloce tutto intorno.


Ma c’è un fascino più forte.

Gli occhi tuoi rivolti in basso

negli attimi di un bacio appassionato

e fra le ciglia semichiuse,

del desiderio il cupo e fosco fuoco.


(Nei sottotitoli francesi del film, il primo verso è: "Amo gli occhi tuoi, amico mio" e a questo punto non garantisco più nulla, io non parlo il russo, scusami pardòn.)

AGGIORNAMENTO (22 marzo 2009): Da una dacia d'orrore in una taiga di noia giunge voce che la poesia sia di Fëdor Ivanovič Tjutčev. Insomma, c'è chi popola uno spazio di immagini, di province, di reami eccetera eccetera. A me tocca accontentarmi di errori, svarioni e refusi. Basta non guardare specchi e bicchieri e siamo a cavallo, come diceva Calamity Jane.

giovedì 8 maggio 2008

Baratri

ecco quel che chiedeva
David O. Selznick
voglio del Rio e Tyrone Power
in una storia d'amore
che si svolga nei mari del sud
la trama non m'importa
basta che si intitoli
birds of paradise
e che alla fine del Rio
si butti in un vulcano
Jean-Luc Godard, Histoire(s) du cinéma, 3a — La Monnaie de l'absolu (1998).


lunedì 5 maggio 2008

Ma allora mi ami... ma quanto mi ami? E mi pensi... ma quanto mi pensi?




Un altro shining di Wendy Torrance. Un'altra visione un po' pompier, e non a caso si trova solo nell’edizione americana del film, che dura una buona ventina di minuti in più (fu Kubrick stesso ad accorciare il montaggio per l’Europa). La sequenza (6 secondi in tutto) si colloca subito dopo l’incontro tra Wendy e me: “splendida festa, vero?”. E infatti lei entra nella Gold Room dell’albergo, dove impazza una splendida festa di morti: ma stavolta il fiammeggiante salone è avvolto in un alone bluastro, livido; e i fantasmi in carne e ossa che avevano accolto Jack ora sono solo in ossa, scheletri agghindati e in posa come le mummie di Palermo. Tre inquadrature, tre danses macabres più rigide che fisse: la mia preferita è la seconda, dove sullo sfondo campeggiano due cadaveri rinchiusi nelle loro cabine telefoniche, come casse da morto. Ironia sottile, ché se ben ricordate il sistema di comunicazioni dell’Overlook Hotel è a dir poco difettoso. Quindi, un’eternità trascorsa su un’infinita linea telefonica isolata, col rischio, magari, di capitare su avvilenti messaggi dal futuro, registrati da un pazzo pelato: “Non so se ci siete o no. Forse pulite solo i tappeti. Se è così, vivrete una lunga vita. Ma se siete voi scienziati, dimenticate l’esercito delle 12 scimmie...”. Ma cos’è, mi prendi in giro? Ma quali scimmie? Quelle che lanciano ossa di tapiri nello spazio? Ma che fai, alludi? Guarda che se ti pesco mi strappo una costola e te la tiro in fronte! Insomma, roba da farti girare i coglioni, se non si fossero già decomposti da un secolo. Almeno Dave Bowman poteva bersi un bicchiere di rosso, di tanto in tanto, mentre a questi due poveri disgraziati la bottiglia di champagne sarà negata per sempre, per sempre, per sempre... È lì fuori, a portata di mano, sul tavolino; ma loro sono bloccati nella cabina, e comunque la bottiglia è vuota dal 1921. Già, 1921, odissea nel centralino: chissà se a quei tempi c’era già “La preghiamo di attendere, un operatore le risponderà appena possibile”.

Segue “dettaglio”, come nei libri d’arte dei Fratelli Fabbri.


giovedì 1 maggio 2008

La grande domanda

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Se sine significa sì e none significa no, cosa significa ne?
Oggi non mi sento molto bene.
Roberto Bolaño, I detective selvaggi, traduzione di Maria Nicola, Sellerio Editore, Palermo 2003, p. 152.