Stavolta, invece di ipnotizzarvi come al solito sul momento della sigaretta o su quello della caffettiera bollente, guardate piuttosto come pazzi il modo in cui Fritz Lang inquadra durante i cinquanta secondi che precedono l’esplosione dell’automobile, la scena in cui Glenn Ford e sua moglie dicono buonanotte alla figlia, quella piccola correzione d’inquadratura, sembra che serva ad avvicinarsi a Glenn Ford, non sappiamo che serve ad avvicinarsi alla finestra oscura, è come se Lang ci dicesse che avremmo potuto prevedere, ma che non prevediamo mai. È terribile.
Jean-Patrick Manchette a proposito del Grande caldo (Fritz Lang, 1953), "Charlie Hebdo", n° 483, 13 febbraio 1980.
mercoledì 7 gennaio 2015
Come se
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camera verde
domenica 4 gennaio 2015
L'ultimo gioco in città
I – THE WIND DOESN'T BLOW
Chi non muore si rivede, come dice un vecchio proverbio haitiano. Tra i motivi dell'interruzione del quiz più in-famous della storia, la legge secondo la quale nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto è googlabile. Immagini e suoni vengono analizzati e subito riconosciuti dalla rete: imitati, duplicati e replicati in varie forme, assimilabili a nuove immagini, a nuovi suoni, della stessa opera. È il trionfo dell'altro e dello stesso. All'ossessione comune di una Deneuve moltiplicata sulla catena di montaggio di pacchetti di sigarette non resta che rispondere con il sublime feticismo di questi assurdi occhiali infiocchettati di rosa confetto. Una cozza, su questo non discuto, ma almeno unica, in un film senza donna. Se riconosci dove appare, ella sarà tua.
Aggiornamento 05/01/2015. Ice walk with me.
Aggiornamento 06/01/2015. Barbed wire and women are the two greatest civilising agents in the world!
Aggiornamento 06/01/2015. Let's have a game, a little lovely game of Roman ping pong – like two civilized senators. Roman ping… You're supposed to say roman pong.
Aggiornamento 06/01/2015. Let's have a game, a little lovely game of Roman ping pong – like two civilized senators. Roman ping… You're supposed to say roman pong.
martedì 26 agosto 2014
It's not personal. It's strictly business
Copincollo qui rielaborandole
appena alcune mie riflessioni circa il video di James Foley, scritte a
caldo nelle ore che sono seguite alla sua diffusione (tranne l'ultimo
punto preceduto da asterischi, di oggi) in una conversazione a più voci
che si può leggere interamente qui. Ho
rivisto il video varie volte e ho cambiato idea varie volte, fino al
punto in cui naturalmente non si hanno più idee. Prendi questo post come
una sorta di storify.
Una
sola considerazione preliminare: nei minuti successivi alla notizia si è
immediatamente attivata in rete la gara allo statement "io non lo
guarderò". Un amico retwittava alcune di queste dichiarazioni di fede
nolente. Gli scrissi per due volte consecutive, con un'insistenza
singolare per le nostre modalità di scambio, dicendogli che il video,
stavolta, ci toccava vederlo. Capivo e condividevo la sua rabbia, ma
sentivo anche che qualcosa non andava. L'indomani hanno iniziato a
manifestare il medesimo atteggiamento giornalisti e opinionisti della
comunicazione mainstream. Poi sono arrivati gli editoriali.
L'informazione italiana, insomma, ci teneva a comunicare a tutti che non
avrebbe studiato la fonte, non avrebbe visto il video (alcuni si son
spinti iperbolicamente ad affermare che rifiutavano persino di guardare
un solo frame), non avrebbe analizzato nulla, e quindi informava i
lettori che si considerava libera dal dovere di fornire qualsivoglia
informazione che non riguardasse se stessa e i propri "stati d'animo".
Questa giunzione tra rete e mezzi di comunicazione, tra l'io del social
network e quello della carta stampata, mi sembra chiudere in bellezza
l'estate.
Gli
snuff movie, nel nostro immaginario (ché nessuno li ha mai visti)
puntano sulla continuità temporale, sul dettaglio cruento in bella
mostra, su ciò che viene rappresentato e non sul modo in cui viene
rappresentato. Puntare sul modo crea una distanza: perché volerla
creare, qui? Non ci dovrebbe essere un alternarsi tra immagini iniziali
graffiate "alla Grindhouse" (il discorso di Obama), come se
appartenessero a un passato remoto, e immagini iperrealiste e
patinatissime. In parole povere, uno snuff movie non è girato da De
Palma. Questo video, invece, sembra girato da De Palma.
Se non guardi il video, inorridisci; ma se lo guardi, tutto è congegnato in modo da farti interrogare sulla sua fabbricazione.
L'interpretazione
di "Le Monde" sarebbe che si è scelta una forma in qualche modo "soft"
per non dissuadere eventuali nuove reclute. Di mio aggiungo la
possibilità che le nuove tecnologie permettano ormai di ottenere in modo
facile e rapido una qualità standard, che proprio in quanto tale si
trova sganciata da qualsiasi intenzionalità: una forma insignificante,
insomma (scienza senza coscienza ecc.). La maggior parte dei film oggi è
così. Un tempo una carrellata poteva essere "oscena", "morale", ecc.
Oggi la stragrande maggioranza di esse non è nulla. Ambedue le
interpretazioni non spiegano però tutte le stranezze del video. Le
stranezze restanti potrebbero essere spiegate da una soluzione
agghiacciante, modello "fucilazione di Mario Cavaradossi".
Ripeto,
il modello potrebbe essere il filmato vero/finto finto/vero di De
Palma, più che le serie tv. In soldoni: gli aguzzini chiedono alla
vittima di pronunciare un testo/testamento distintamente, dopodiché lo
decapiteranno per finta. E così avviene (la lama che non convince,
l'assenza di sangue). Quindi lo decapitano davvero. Moglie piena e botte
ubriaca: l'attore ha recitato bene, ora possiamo sbarazzarcene.
La
fattura curatissima, ripeto, potrebbe essere legata alle esigenze
descritte da "Le Monde", oppure essere frutto di una qualità
indifferente, celibe. O un mix delle due cose. (O altro, certo: l'unica
cosa sicura è che quella fattura è indiscutibile.)
Ho
appena rivisto il video e non credo più all'ipotesi "macchina celibe". È
costruito troppo bene, l'intenzionalità è evidente e solida. Colpisce,
tra l'altro, l'uso perfettamente calibrato di tre registri d'immagini
successivi. Prima la dichiarazione ufficiale di Obama, graffiata
artificialmente come se fosse una vecchia vhs, reperto del passato
ritrovato dagli alieni: i sogni telepatici inviati dall'avvenire in Prince of Darkness, le immagini mentali di Fino alla fine del mondo. Quindi gli infrarossi delle operazioni militari segrete,
anch'esse con il loro retaggio storico e televisivo (ma anch'esse
sembrano sfruttate con la consapevolezza delle successive
destrutturazioni, compiute appunto da un De Palma e da altri). Infine la
verità: spogliata di ogni orpello, "nuda": un mare di sabbia con
due uomini al centro, sotto una luce metafisica, iperrealista. Gus Van
Sant, mettiamo. I tre registri sono convenzionali, ovviamente, ma in
qualche modo ancora efficaci. Ma perché siano efficaci, chi ha costruito
il video deve sapere che sono convenzionali (come dire: deve sapere, ad
esempio, che il "registro della verità" non è "la verità").
Quel che si ricerca, forse, è appunto l'immagine-archetipo, mentale, diciamo junghiana (se preferite: kubrickiana; Shining
è il miglior film della storia sui fantasmi perché è girato da uno che
ai fantasmi non crede affatto). Un artefatto assoluto, insomma: quindi
fuori dallo spazio e dal tempo. Non colpisce nessuno e colpisce tutti.
Tra pochi anni nessuno ricorderà il video di Pearl. Questo is here to stay, come il rock and roll versione horror dell'autoradio di Christine. Produce stupore, paura e recondita ammirazione. Una tragedia greca di due minuti, insomma. Le leggiamo ancora.
Penso
che sia un prodotto occidentale, o che comunque attinga a piene mani al
linguaggio cinematografico occidentale. È una "nostra" produzione. Il
che non significa che non sia roba "loro". Noi, loro. Il problema (che
il video curiosamente conferma) è che dei protagonisti del filmato (quel
nero che parla da solo all'inizio, quel giornalista di cui si eran
perse le tracce da due anni, il tizio incappucciato), per non parlare
dei loro rapporti, conflitti, ecc., noi non sappiamo assolutamente
nulla. È appunto un assoluto minimale.
C'è
un'idea universale, assoluta. Non so neppure se sia un'idea dell'Islam.
Io ci vedo l'Idea e basta. L'archetipo. Si può anche chiamarlo Vuoto, o
Nulla, se si preferisce.
In
questo senso, i due discorsi, quello di Obama e quello del condannato
(peraltro il secondo è espresso in un inglese impeccabile, scritto e
limato, con tutti gli effetti al posto giusto: si percepiscono tutti i
nessi logici, si vedono i punti e virgola), ignorando tutto
quello che ho scritto tra parentesi potrebbero essere sostituiti dalla
lettura dell'elenco telefonico. Mi chiedo se l'effetto principale
cambierebbe.
***
Ieri
sera per una serie di cortocircuiti ho avuto per la prima volta il
sospetto di un'altra stranezza, circa quel video. Vado subito al dunque:
l'idea è la scarsa presenza di un messaggio religioso o pseudoreligioso
che dir si voglia. A verifica compiuta, l'impressione è confermata ma
resta tale o è comunque difficilmente argomentabile a parole. Nelle
didascalie (sfondo nero iniziale, sottotitolo dell'immagine del
bombardamento), il termine "Islamic State" appare 2 volte, "Muslims" 1
volta. Nel discorso di Foley non è rintracciabile alcun termine
appartenente al registro religioso. (In alto a sinistra compare un
piccolo logo, con una sorta di moschea sovrastata dall'inevitabile
mezzaluna; il logo è spesso coperto da una bandiera svolazzante: è
piccolo, ripeto, per posizione e dimensioni non deve distrarre
l'attenzione dello spettatore; deve, sostanzialmente, passare
inosservato.) Quando parla il terrorista incappucciato, abbiamo:
"Islamic State" (2 volte), "Islamic Caliphate" (2 volte); "Islamic Army"
(1 volta), "Muslims" (3 volte). Tutte queste occorrenze sono meri dati
di fatto, non dichiarazioni di fede (dice "Islamic State" perché è un
dato di fatto, così come immagino che sia un dato di fatto che le
vittime dei bombardamenti USA fossero musulmane; o se si vuole esser più
severi, siamo di fronte a una fraseologia di tipo performativo: nel
momento in cui io pronuncio "Islamic State", lo Stato Islamico nasce ed
è). Mai la parola "cristiani", mai "miscredenti", "infedeli", "guerra
santa", "jihad", eccetera. In compenso, l'oscura e pesantissima accusa
fatta agli USA di essere andati "far out of your way to find reasons to
interfere with our affairs", laddove l'espressione volutamente
ambigua "our affairs" sposa (e quindi condivide) un immaginario
tipicamente occidentale, più precisamente americano o di stampo mafioso.
Una dichiarazione politica scritta da Michael Corleone, per intenderci:
e infatti anche lì la religione era usata sfacciatamente come copertura.
(Non dimentichiamo che per l'americano medio la saga del Padrino è un po' la sua Iliade:
e che se inizialmente la famiglia Corleone doveva raccontare
metaforicamente, attraversandolo, il ventesimo secolo degli Stati Uniti,
Coppola piegò il progetto fino a farlo diventare anche, com'era
naturale che fosse, la storia di Hollywood.)
domenica 13 luglio 2014
This Land is My Lai
Warehousing is worse than apartheid. It does not even
pretend to find a political framework for “separate development,” it
simply jails the oppressed and robs them of all their collective and
individual rights. It is the ultimate form of oppression before actual
genocide, and in that it robs a people of its identity, its land, its
culture and the ability to reproduce itself, it is a form of cultural
genocide that can lead to worse.
Jeff Halper, Israel's message to the Palestinians: Submit, leave or die, "Mondoweiss", 11 luglio 2014.
1979 aura été une année cinématographique assez piteuse. Nous en retiendrons quelques films, probablement pas assez pour en faire une liste des top ten comme dans ma première jeunesse.
D'abord (chronologiquement), le Voyage au bout de l'enfer de Cimino, souvent très satisfaisant plastiquement, et qui traitait de questions de la première importance: Pourquoi les ouvriers acceptent-ils d'aller à la guerre? Et qu'est-ce que ça leur fait? En face de ces questions, l'agacement de quelques spectateurs de gauche, qui se plaignaient que Cimino eût caricaturé les militaires de l'autre bord, est ridicule.
Avec tous ses fastes technologiques, pécuniers et saignants, c'est Apocalypse Now qui est un supplément à ce Voyage, et non l'inverse, parce que Cimino pose les questions centrales, quand Coppola disserte (sur l'instinct de mort d'une société, d'un mode de production, et finalement de l'espèce) sans poser de questions.
Jean-Patrick Manchette, “Charlie Hebdo”, n° 475, 19 dicembre 1979 (ora in Les Yeux de la momie, Paris 1997, p. 125).
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martedì 1 luglio 2014
Gufi
Perché il gufo gufò? Perché il picchio picchiò.
Throper Fallcaster, collezionista di freddure sugli uccelli e 54° caso esaminato in The Falls (Peter Greenaway, 1980).
Da sempre, appena sento la parola "gufo", la prima cosa a cui penso è un racconto di Ambrose Bierce, An Occurrence at Owl Creek Bridge, che lessi da bambino. Fu pubblicato nel 1890 sul "San Francisco Examiner". Un anno dopo Bierce lo inserì nella raccolta Tales of Soldiers and Civilians. Il titolo riporta chiaramente alla Guerra civile americana. Ma nel racconto che mi colpì (questo blog racconta esclusivamente la storia di un uomo "marqué par une image d'enfance") il contesto storico è irrilevante. Anche i gufi c'entrano poco. Si limitano a dare il nome a un ponte, dove inizia e finisce la storia. Dove finisce, soprattutto. Anche se in realtà finisce dove inizia. Anche se in realtà finisce come inizia.
Sono appena dieci cartelle, ma a causa della trovata finale ha segnato per sempre la storia della narrativa mondiale, e in particolare la narrazione fantastica. Quando incombeva plumbea "l'egemonia culturale della sinistra" e "i professoroni" terrorizzavano la nazione, l'italiano disponeva di decine di migliaia di parole, e in quella babele poteva persino permettersi di ospitare vocaboli repellenti. Per il racconto di Bierce, possiamo star certi che sarebbe stato usato il mostruoso aggettivo "seminale". Oggi, fortunatamente, quell'epoca cupa si è conclusa, e con le nostre 500 parole non riusciremmo neppure a raccontare un fine settimana di Maigret, ma almeno "famo a capirci" e diciamo che il racconto di Bierce è "’na robba".
In letteratura, la stoccata finale delle varianti di Owl Creek Bridge la dà Borges nel suo più bel racconto, El Sur. Fu pubblicato assieme a due altri testi nella seconda edizione di Finzioni. Il colpo di genio di El Sur è l'azzardo supremo: eliminare del tutto la trovata finale per disseminarla lungo tutto il testo, in tal modo che solo il lettore più malizioso potrà sospettare la soluzione (e, più che sospettarla, sentirla: sentirse en muerte, come titolava il primo esperimento narrativo di Borges, ispirato al medesimo incidente autobiografico: un incidente "seminale"). È un'operazione squisitamente letteraria. Molti anni dopo, chiudendo il cerchio, Roberto Bolaño trasformerà il tutto in splendido e mediocre sberleffo, con El gaucho insufrible. Il pastiche di Bolaño elimina il colpo di scena, semplicemente. Non lo trovi né alla fine del racconto, né all'inizio, né durante. È bellissimo.
Al cinema i nipotini di Bierce riempirebbero un orfanotrofio dickensiano (per non parlare della televisione: quel racconto è praticamente il palinsesto di qualsiasi episodio di The Twilight Zone). Il mio preferito è Carnival of Souls di Harold Arnold "Herk" Harvey (dopo quel film, di "Herk" credo non si seppe più nulla). E non solo perché assieme a L'ultimo uomo della Terra di Ubaldo Ragona ispirò a Romero La notte dei morti viventi. Ma anche per quello. Il film più famoso è invece Il sesto senso di M. Night Shyamalan, che a me però non ha mai convinto perché non c'è colpo di scena, per quanto sorprendente (e dal 1890 quel colpo di scena non sorprende più), che giustifichi la tortura di un racconto psicologico. Shyamalan lo ha capito, e i film che ha fatto in seguito mi piacciono moltissimo.
Dal racconto di Bierce è stato girato un cortometraggio, La Rivière du hibou.
Subito dopo Bierce, quando sento la parola "gufo" penso a John Travolta, nel film in cui scoprii che John Travolta era un attore fenomenale. Blow Out è anche il film che preferisco di Brian De Palma. A ripeterlo rapidamente, diventa uno scioglilingua e sembra quasi di sentire il gufo gufare: blow out blow out blowlout.
La prima volta che Travolta raccoglie i suoi miserabili effetti sonori sul ponte dove inizia la storia (ma non finisce, anche se sempre lì si torna; mentre il film, che racconta un'altra storia, comincia prima e quindi finisce dove comincia), il gufo bubola e sembra guardarlo fisso negli occhi. Però quando la raccolta viene ricostituita mentalmente in studio, l'immagine si divide in due, la memoria si sdoppia razionalmente e schizofrenicamente, con il senno e la paranoia di poi: Travolta e il gufo guardano nella medesima direzione: verso l'incidente (o occurrence). Si chiama split screen, a De Palma piace molto perché a lui piacciono le cose più brutte, De Palma è lo spazzino del cine, se fosse italiano sarebbe capace di fare un film intitolato "Il bubolio seminale del gufo".
Naturalmente quell'immagine non l'hai più dimenticata.
Ma alla fine il gufo gufò gufò gufò.
venerdì 27 giugno 2014
Cos Orfini so cuul
«Vendola
non cerchi nelle pressioni del Pd le cause della crisi di Sel: due anni
fa diceva 'mescoliamoci', oggi cambia radicalmente linea. Davvero crede
che la sinistra possa essere rappresentata dal salotto di Barbara
Spinelli?»
Dopo il "professoroni",
nel PD prosegue l'epica battaglia contro gli intellettuali (con stragi collaterali di civili magari anche solo intelligenti) a colpi di
cliché, tra trite immagini e fraseologie qualunquiste. Il comunismo è
morto, largo ai giovani poujadisti alla Orfini ("la ruota gira!", come sanno anche i simpatici cricetini) che pappagalleggiano su
una melma più vecchia dei loro nonni.
Il tutto nell'ignoranza più becera, va da sé: non solo il "salotto di Barbara Spinelli" non è mai risultato da nessuna parte, neppure sui rotocalchi a carta patinata con fotoromanzo in omaggio, ma dato che il deputato italiano più prestigioso del nuovo Parlamento Europeo vive a Parigi, Orfini avrebbe potuto parlare di "buduar", cogliendo l'occasione per sapide rime con "ghitar" e soprattutto con "iaguarrr".
Il tutto nell'ignoranza più becera, va da sé: non solo il "salotto di Barbara Spinelli" non è mai risultato da nessuna parte, neppure sui rotocalchi a carta patinata con fotoromanzo in omaggio, ma dato che il deputato italiano più prestigioso del nuovo Parlamento Europeo vive a Parigi, Orfini avrebbe potuto parlare di "buduar", cogliendo l'occasione per sapide rime con "ghitar" e soprattutto con "iaguarrr".
Nel PCI del ventennio fascista, il carcere era l'occasione per imparare il russo. Oggi Orfini sa a malapena l'italiano e "se ne frega". Come Alessandra Moretti, basta ripetere ossessivamente "appunto!" dalla Gruber e sei subito un nipotino di Berlinguer.
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Cos mi so cuul
venerdì 13 giugno 2014
Le tombeau de Stanley Kubrick (la versione di Mike Leigh)
Alla morte di Kubrick, la rivista francese "Positif" (n° 464, ottobre 1999) ebbe l'ottima idea di fare a 48 registi due domande:
1. Quel est, selon vous, l'apport de Stanley Kubrick au cinéma ?
2. A quel film de Stanley Kubrick êtes-vous le plus attaché et pourquoi ?
Dei 48 ricordo solo Mike Leigh, uno dei più prolissi. Forse perché una cosa del genere non l'avrei mai scritta. Forse avrei scritto una cosa peggiore, o migliore; ma non quella e di certo non così.
Ci penso solo ora: Mike Leigh non fa film per me. Li fa per qualcun altro. Non so chi sia, quel qualcun altro, so solo che non è un cretino. Sarà per questo che Mike Leigh mi è sempre piaciuto.
Ci penso solo ora: Mike Leigh non fa film per me. Li fa per qualcun altro. Non so chi sia, quel qualcun altro, so solo che non è un cretino. Sarà per questo che Mike Leigh mi è sempre piaciuto.
Settimane fa volevo mostrare a un amico della rete quel che Leigh aveva scritto di Kubrick, ma in rete il testo non si trova.
Ora sì.
1. Stanley Kubrick est le plus grand humoriste du cinéma. Son humour n'est pas seulement "noir", comme on le dit souvent, c'est le sourire de l'humanité, le sourire mi-figue mi-raisin qui ne peut venir que d'une inquiétude profonde pour la fragilité de l'existence. Ce n'est pas un humour qui est consciemment forgé, ni le fruit d'une habileté acquise, ni un procédé utilisé à l'occasion dans certaines situations. Ce n'est pas non plus un moyen pour détendre l'atmosphère. Kubrick est un humoriste incontournable, un farceur profond qui ne peut s'empêcher de trouver de l'humour en chaque chose. Sa capacité à nous faire rire, au cœur des moments les plus douloureux, est rare au cinéma.
Il ne peut résister à l'idée d'une plaisanterie, mais ses plaisanteries, jamais gratuites et toujours organiques, ne sont pas séparables de l'événement. Et, parce qu'il avait le courage d'être vraiment créatif pendant le tournage, se donnant le temps et l'espace pour développer et improviser quelle qu'ait été la préparation minutieuse de la scène, son humour était toujours vivant et spontané.
Parfois, il avait de bonnes raisons pour nous heurter de plein fouet avec son humour mais, le plus souvent, il évite le trait évident et la touche comique gît subtilement et implicitement sous la surface, se glisse lentement vers vous, sans que vous ne vous en rendiez compte et au moment où vous vous y attendez le moins.
Ce maître de l'ironie a été élevé à New York et a commencé à gagner sa vie comme photographe. Par nature, il porte un regard dur, impassible et prolongé sur les situations, demeurant à la fois compatissant et détaché, mais n'oubliant jamais le côté comique. Cela ne peut venir que de son premier métier. Il y a peut-être aussi quelque chose de juif dans cette manière tragi-comique de prendre la vie.
Si Kubrick trouve de l'humour dans le monde réel, c'est celui de l'absurde, du ridicule et du grotesque. Aucun autre metteur en scène n'a rendu la violence aussi hilarante qu'elle est horrifiante. La juxtaposition de l'épique et du domestique l'a toujours amusé, et il prend un malin plaisir dans ce que j'appellerais l'humour de l'acharnement.
Sans cesse, Kubrick nous force à faire face aux situations et refuse tout simplement de nous laisser le moindre répit. Alors que plus d'un réalisateur de moindre envergure serait déjà quelques scènes plus avant, Kubrick est toujours là, nous obligeant à regarder plus longtemps et plus durement, à comprendre en fait. Plus nous restons en présence de la scène, plus elle ressemble au temps réel. Et plus Kubrick consacre de temps à l'examiner, plus elle devient réelle pour lui, et plus il la voit en détail. Et le détail réel veut dire la vie vécue comme elle l'est vraiment, en trois dimensions, avec tous ses défauts. Kubrick nous entraîne au delà de la surface, dans une réalité agrandie qui ne peut que nous offrir l'humour inévitable de l'existence. Chaque film de Kubrick est un gag très travaillé, un gag sérieux, mais néanmoins un gag. On a le sentiment qu'il aime mettre en place un projet épique, puis trouver une manière non sentimentale, antihéroïque de le subvertir. Et cela vient, plus que de tout autre chose, de son génie à diriger les comédiens pour qu'ils soient vrais, vulnérables et crédibles. Si bien que, même si ses films sont autant guidés par le destin que par le personnage, ils sont tous néanmoins des films de personnages.
Mais c'est aussi parce que, philosophiquement, il est incapable de voir le monde en noir et blanc, en termes moraux, idéalistes ou simplistes. Kubrick voit la vie comme elle est, dans toute sa complexité ; dès qu'il sent que nous pourrions glisser vers l'émotion facile et la réponse évidente, son merveilleux instinct anarchique est de nous faire méditer sur l'inexplicable et, invariablement, en nous faisant rire.
Bien sûr, Kubrick n'était pas un cynique – il était passionnément attaché à la vie et il l'aimait. Et, en dépit du fondement intellectuel si solide et si impressionnant de ses idées, Kubrick demeure pour moi un metteur en scène spontané, intuitif, subjectif et émotionnel. C'est pourquoi il est toujours divertissant.
Qu'il ne soit pas universellement considéré comme un humoriste vient de ce que son humour est celui, authentique, d'un artiste qui est totalement et profondément sérieux. Mais il est fichtrement drôle et je ne doute pas qu'Eyes Wide Shut nous donnera quelques occasions de glousser. Je l'attends avec impatience.
2. Il m'est impossible de choisir mon film favori de Kubrick, les aimant tous. Mais, puisque l'humour de Stanley a été mon thème, je voudrais citer 2001 comme un des films les plus drôles que je connaisse.
Où existe-t-il, dans l'ensemble du cinéma, une séquence aussi profondément tragi-comique que celle qui commence avec un ordinateur assassinant trois cosmonautes endormis, puis propose une bataille de mots d'un comique inquiétant entre un ordinateur et un être humain, et s'achève par la mort lente de l'ordinateur, tandis qu'il chante, mal, une vieille chanson populaire sur une gentille jeune fille et des cyclistes en tandem ?
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2001: Odissea nello spazio,
Eyes Wide Shut,
Mike Leigh,
Stanley Kubrick
sabato 10 maggio 2014
"Mancano dettagli, rettifiche, messe a punto."
È stato detto che tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici.
Ciò equivale ad affermare che non c'è discussione di carattere astratto
che non sia un momento della polemica di Aristotele e Platone;
attraverso i secoli e le latitudini, cambiano i nomi, le lingue, i volti,
ma non gli eterni antagonisti. Anche la storia dei popoli registra una
continuità segreta. Arminio, quando massacrò in una palude le legioni di
Varo, non si sapeva precursore d'un Impero Germanico; Lutero,
traduttore della Bibbia, non sospettava che il suo fine era quello di
forgiare un popolo che distruggesse per sempre la Bibbia; Christoph zur
Linde, che una pallottola moscovita uccise nel 1758, preparò in qualche
modo le vittorie del 1914; Hitler credette di lottare per un paese, ma
lottò per tutti, anche per quelli che aggredì e detestò. Non importa che
il suo io lo ignorasse; lo sapevano il suo sangue, la sua volontà. Il
mondo moriva di giudaismo e di quella malattia del giudaismo che è la
fede di Gesù; noi gli insegnammo la violenza e la fede della spada. Tale
spada ci uccide, e noi siamo paragonabili al mago che tesse un
labirinto ed è costretto a errarvi fino alla fine dei suoi giorni, o a
David che giudica uno sconosciuto e lo condanna a morte e ode poi la
rivelazione: Tu sei quell'uomo. Molte cose bisogna distruggere, per
edificare il nuovo ordine; ora sappiamo che la Germania era una di
quelle cose. Abbiamo dato più delle nostre vite, abbiamo dato il destino
del nostro amato paese. Altri maledicano e piangano; io sono lieto che
il nostro dono sia circolare e perfetto.
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Jorge Luis Borges,
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non so se mi spiego,
non solo cinema
mercoledì 7 maggio 2014
Per me che sono nullità
un linguaggio di morte le battaje in cui credo il nostro si chiama martin sciulz e il vostro chi è chi è il vostro candidato alla presidenza europea onorevole castelli parliamunpoddeuropa per evitare di dire poi cavolate agli italiani pari al quindici percento non è una cifra da poco io capisco la rabbia di chi vuole che nulla cambi io capisco diciamo gli argomenti diciamo così però però onorevole castelli se lei interrompe continuamente e parla sopra sembra però una vecchia politigante di cui ormai abbiamo piene diciamo le tasche e aggiungo che per la prima volta renzi ha dato ai comuni un miliardo di euro ai comuni dopo anni anni e anni quindi l'esatto contrario di quello che sta sostenendo l'onorevole castelli come al solito quindi dicevo insomma dicevo replicando all'onorevole castelli perché gli ottanta euro di questo insomma questo sono ma basta ma basda con guesti ritornelli non l'ha letto ma gomungue quello che dice lei poco conta onorevole castelli dovrete giustificare agli italiani le bugie che avete raccontato finadesso nel tempo la percentuale di quelli ghe insomma scelgono nzomma così mi pare di ricordare è molto diminuita incentivarli a credere nella politica incentivarli a credere nella VERA politica questo è accaduto per vent'anni l'energia insomma le qualità io sono assolutamente sicura guardi non mi pare proprio questo il caso diciamo così noi facciamo accordi alla luce del sole parlo ovviamente di riforme istituzionali per le riforme appunto costituzionali che si aspettano ci fa a carico tutto alla luce del sole però mi lasci fare una battuta su quanto si diceva prima perché guardi va bene tutto però mi lasci dire una cosa importante ma basta giù le mani giù le mani giù le mani
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Dino Risi,
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Straziami ma di baci saziami
lunedì 28 aprile 2014
Vd, anzi no.
Credo di essere una delle poche persone a ricordare il finale di Gloria, quando, dalla trita Cadillac nera, invece degli annosi killer
Phil vede uscire Gena Rowlands, e quel che Phil vede uscire dalla
Cadillac e dallo schermo è un sogno (tutto il film è un sogno: si
spaccia un'idea del mondo per un'idea del cinema), perché Cassavetes vira
l'immagine in bianco e nero. Cerchi quel finale, che ricordi e sai di aver visto
sette volte al giorno quando avevi nove anni, l'esatta età di Phil (una volta al giorno, per una settimana: il
biglietto costava meno di dieci franchi, eri solo a Montparnasse),
sapevi a nove anni che non ti avrebbe mai abbandonato, quell'abbandono, ossia quella desaturazione, la morte elusa e ritrattata da una beffa cinematografica. Anni dopo la Columbia ti negherà persino la
pensione dell'immaginario, e con il colore ripristinato la verità (ossia il
falso) non trova neppure spazio su google.
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