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martedì 17 settembre 2024
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sabato 15 giugno 2019
Us (Jordan Peele, 2019)
Il primo film di Peele, Get Out, elogiatissimo, era sorprendentemente mediocre, ma del resto se ci si diverte con Black Mirror non mi sorprendo più di nulla. Il suo secondo, essendo meno lodato, speravo fosse più interessante.
Ci ho azzeccato, il film è migliore del precedente, anche se forse oltre al frullare marpionescamente vari materiali non c'è molto altro. Ma rispetto a Get Out, Us ha sicuramente qualche punto in più. L'attesa metafora razziale che invece si rivela esclusivamente sociale non è un brutto spiazzamento, anche se rimane metafora pesantissima e di quello spiazzamento non viene combinato nulla. Nel primo la componente "politica" e le pretese di satira uccidevano tutto, qui si nota un certo gusto (post tutto, ma ormai è la norma) per il genere in sé, una progressione decente, anche se alla fine lo scherzo va per le lunghe. L'ho guardato insomma con indulgenza, chiedendomi spesso dove volesse andare a parare al di là del compitino ben fatto e non trovando risposte soddisfacenti.
La butto lì: di fatto siamo forse di fronte a un paradosso storico. Il cinema americano, principale produttore in termini quantitativi di film horror e similia, e noto per il suo andare "al sodo" rispetto ad altre cinematografie, europee e non solo ("se vuoi mandare un messaggio usa la posta" ecc. ecc.) si trova di fronte a due modelli del genere, Dawn of the Dead e The Shining, che ha visto sempre e solo nell'edizione in cui le componenti politica, sociale, satirica o anche semplicemente confusionaria o arraffatutto erano prevalenti rispetto ai montaggi europei di Argento o dello stesso Kubrick, in cui tutto veniva ricondotto alle esigenze (in teoria pur "americane", qui il paradosso) della spettacolarità immediata, come direzione e senso principali ma senza sminuire – anzi! – gli aspetti di cui sopra, che essendo sfoltiti colpiscono più direttamente, alleggeriti da inutili mediazioni volontaristiche. I Jordan Peele, ma anche il tizio di It Follows, e tanti altri, hanno visto i film giusti, ma nel montaggio sbagliato.
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domenica 25 novembre 2012
Porque ce vai (mozione Ana Torrent)
Alla fine ci sono andato anch'io, abbiamo fatto 'sto bel fioretto. Io a rue des vinaigriers, traversa del Canal St-Martin, di fronte all'Hôtel du Nord, est-ce que j'ai une gueule d'atmosphère, domenica è zona pedonale, io le zone pedonali le odio, una città senza automobili mi fa subito pensare a immagini di Zombi, con la gente che va e viene, tutto senza senso, come un film di zombi con Arletty. Comunque eccoci al 36 rue des Vinaigriers, "primarie al 20", te pareva, al 20 c'è il Cercle des Garibaldiens, lo sapevate che sul Canal St-Martin c'era un Cercle des Garibaldiens? Comunque non lo sapevamo neppure io, di male in peggio, garibaldini zombi che s'ingroppano Arletty approfittando della domenica pedonale, un horror firmato Luigi Magni? Pure il sole dopo la pioggia è unheimlich, da queste parti. Boh. E poi non sono mille, ma quattro, e quando entro sono l'unico, vestito "asc-purtivi" come Capannelle prima dell'audace colpo, quelli manco mi guardano il passaporto, potrei essere Bin Laden e far saltare tutto, invece mi siedo in quell'angolo, vada, prenda la matita (e mi dà una penna blu), quando ha votato pieghi la scheda in quattro così entra nell'urna (bravo, prendi pure per il culo), il passaporto lo vediamo dopo, non abbia paura (sic). Mi siedo in un angolo, compilo per benino il formulario cercando di ricordarmi che non mi chiamo Stenelo ma Luigi Stenelo, la vita è una cagna, firmo che sì, ho ricevuto e letto il fantastico programma, non l'ho mai ricevuto, figuriamoci leggerlo, mica mi chiamo Arletty, mi chiamo Luigi Stenelo, e prometto che darò un euro e tra me e me mi preoccupo perché ho solo una moneta da due, chissà se i prodi Garibaldiens mi daranno il resto o se se lo intascheranno in vista di azioni gloriose tipo breccia di Padre Pio. A un certo punto, mentre sto ancora seduto entra un fiotto di ragazze under 21, divertitissime, che si fa che non si fa, c'è un po' di baraonda, poi si siedono con i loro foglietti, nessuna vicino a me che ho scelto la posizione strategica dell'angolo dell'asino, chissene, tanto sono tutte un po' cozzette, mi alzo, metto la scheda, quella dice "ha votato!" (e capirai), ho dimenticato di mostrare il passaporto, lo tiro fuori, quella lo poggia sul tavolo e non lo apre nemmeno, dico devo pagare, quella risponde che no, un signore che recita la parte del responsabile (sarà Nino Bixio?) dice che hanno deciso di non far pagare perché "non hanno la struttura", tra me e me mi chiedo che fine avranno fatto le infrastrutture, un tempo era tutta un'infrastruttura, da piccolo mi dicevo quando sarò grande imparerò cos'è un'infrastruttura, poi quando sono diventato grande nessuno parlava più di infrastrutture, e ora mancano persino le strutture, le strutture da un euro, e quindi faccio la mia uscita ironica e dico "ma allora ho mentito, nel formulario!", e quella no problem, tanto lo cancelliamo (ah, vabbe', se lo cancellate...) e Nino Bixio (o Sydney Sonnino?) a questo punto ha uno scatto organizzativo, un salto evolutivo e dice altisonante nella stanzetta di 6 metri quadri "ragazze! non dite che contribuite, qui abbiamo deciso di non farlo, non abbiamo la struttura!", e qui si rivolge alle cozzette, tra le quali magari ce n'è pure una che si chiama Anita, forse un giorno sarà famosa per aver vinto il Grande Fratello d'Italia e fra un secolo chi passeggerà tra le vie pedonali di Chiusi Scalo alzando gli occhi troverà una lapide "Qui pernottò Anita". Vabbe'. È stato un gran momento democratico.
Anche Ana Torrent, resa celebre da Victor Erice nello Spirito dell'alveare, è stata un gran momento democratico. A scanso di equivoci Erice fu il più grande regista spagnolo dopo Dom Luis e aspettando il maleducato Pedro. Con due soli film (quello sul melocotogno alla fin fine è un po' 'na pizza): il primo è il suddetto Espiritu, l'altro si chiama El Sur e se possibile è ancora più bello, l'hanno visto in quattro, ci sono Omero Antonutti e Margarita Lozano e Aurore Clément e ciononostante il film è bellissimo. Aurore Clément per me è un mistero, è brutta come la fame, recitazione da filodrammatica, ma appare solo nei capolavori, sarà un portafortuna, non vedo altra spiegazione. El Sur non va confuso con Sur, che è un film di Solanas piuttosto bruttino, malgrado Piazzolla e Gardel, ma nel film di Erice si sente una splendida versione di En er mundo, che però non è un tango ma un paso doble (Guy Marchand: "Tango, ça s'écrit comme un tango?" Michel Serrault: "Non mais comment voulez-vous que ça s'écrive? Comme paso doble?": Guardato a vista di Claude Miller), forse una prossima volta lo posto, ma solo se fai il bravo e mi giuri che alle primarie non hai votato Mastella. Comunque questa non è tratta da un film di Erice ma da Cria Cuervos di Saura, che non è male ma non vale l'Espiritu. Alla fine di Legami! la cantano in automobile Banderas, Abril e la di lei sorella. Ana Torrent oggi ha 39 anni, io l'ho rivista in un remake softcore di Sangue e Arena dove il matador preferiva fare il porcellone con Sharon Stone invece di sposare lei, che effettivamente non era proprio uno schianto. Va' a capi'.
(scritto domenica 27 marzo 2005, per puro caso esattamente alla stessa ora indicata dal post)
venerdì 5 agosto 2011
Entropie 3: Madame Italy
Voglio ricordare che nulla di quello che succede è qualche cosa che si può ascrivere alla responsabilità di uno dei governi di qualunque Paese.
Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi,
conferenza stampa straordinaria del 5 agosto 2011.
Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi,
conferenza stampa straordinaria del 5 agosto 2011.
A peine arrivé chez lui, Rodolphe s'assit brusquement à son bureau, sous la tête de cerf luisant trophée contre la muraille. Mais, quand il eut la plume entre les doigts, il ne sut rien trouver, si bien que, s'appuyant sur les deux coudes, il se mit à réfléchir. Emma lui semblait être reculée dans un passé lointain, comme si la résolution qu'il avait prise venait de placer entre eux, tout à coup, un immense intervalle.
Afin de ressaisir quelque chose d'elle, il alla chercher dans l'armoire, au chevet de son lit, une vieille boîte à biscuits de Reims où il enfermait d'habitude ses lettres de femmes, et il s'en échappa une odeur de poussière humide et de roses flétries. D'abord il aperçut un mouchoir de poche, couvert de gouttelettes pales. C'était un mouchoir à elle, une fois qu'elle avait saigné du nez, en promenade; il ne s'en souvenait plus. Il y avait auprès, se cognant à tous les angles, la miniature donnée par Emma; sa toilette lui parut prétentieuse et son regard en coulisse du plus pitoyable effet; puis, à force de considérer cette image et d'évoquer le souvenir du modèle, les traits d'Emma peu à peu se confondirent en sa mémoire, comme si la figure vivante et la figure peinte, se frottant l'une contre l'autre, se fussent réciproquement effacées. Enfin, il lut de ses lettres; elles étaient pleines d'explications relatives à leur voyage, courtes, techniques et pressantes comme des billets d'affaires. Il voulut revoir les longues, celles d'autrefois; pour les trouver au fond de la boîte, Rodolphe dérangea toutes les autres; et machinalement il se mit à fouiller dans ce tas de papiers et de choses, y retrouvant pêle-mêle des bouquets, une jarretière, un masque noir, des épingles et des cheveux — des cheveux! de bruns, de blonds; quelques-uns même, s'accrochant à la ferrure de la boîte, se cassaient quand on l'ouvrait.
Ainsi flânant parmi ses souvenirs, il examinait les écritures et le style des lettres, aussi variés que leurs orthographes. Elles étaient tendres ou joviales, facétieuses, mélancoliques; il y en avait qui demandaient de l'amour et d'autres qui demandaient de l'argent. A propos d'un mot, il se rappelait des visages, de certains gestes, un son de voix; quelquefois pourtant il ne se rappelait rien.
En effet, ces femmes, accourant à la fois dans sa pensée, s'y gênaient les unes les autres et s'y rapetissaient, comme sous un même niveau d'amour qui les égalisait. Prenant donc à poignée les lettres confondues, il s'amusa pendant quelques minutes à les faire tomber en cascades, de sa main droite dans sa main gauche. Enfin, ennuyé, assoupi, Rodolphe alla reporter la boîte dans l'armoire en se disant:
— Quels tas de blagues!...
Ce qui résumait son opinion; car les plaisirs, comme des écoliers dans la cour d'un collège, avaient tellement piétiné sur son coeur, que rien de vert n'y poussait, et ce qui passait par là, plus étourdi que les enfants, n'y laissait pas même, comme eux, son nom gravé sur la muraille.
— Allons, se dit-il, commençons!
Il écrivit:
«Du courage, Emma! du courage! Je ne veux pas faire le malheur de votre existence...»
— Après tout, c'est vrai, pensa Rodolphe; j'agis dans son intérêt; je suis honnête.
« Avez-vous mûrement pesé votre détermination? Savez-vous l'abîme où je vous entraînais, pauvre ange? Non, n'est-ce pas? Vous alliez confiante et folle, croyant au bonheur, à l'avenir... Ah! malheureux que nous sommes! insensés!»
Rodolphe s'arrêta pour trouver ici quelque bonne excuse.
— Si je lui disais que toute ma fortune est perdue?... Ah! non, et d'ailleurs, cela n'empêcherait rien. Ce serait à recommencer plus tard. Est-ce qu'on peut faire entendre raison à des femmes pareilles!
Il réfléchit, puis ajouta:
« Je ne vous oublierai pas, croyez-le bien, et j'aurai continuellement pour vous un dévouement profond; mais, un jour, tôt ou tard, cette ardeur (c'est là le sort des choses humaines) se fût diminuée, sans doute! Il nous serait venu des lassitudes, et qui sait même si je n'aurais pas eu l'atroce douleur d'assister à vos remords et d'y participer moi-même, puisque je les aurais causés. L'idée seule des chagrins qui vous amènent me torture, Emma! Oubliez-moi! Pourquoi faut-il que je vous aie connue? Pourquoi étiez-vous si belle? Est-ce ma faute? O mon Dieu! non, non, n'en accusez que la fatalité!»
— Voilà un mot qui fait toujours de l'effet, se dit-il.. Ah! Si vous eussiez été une de ces femmes au coeur frivole comme on en voit, certes, j'aurais pu, par égoïsme, tenter une expérience alors sans danger pour vous. Mais cette exaltation délicieuse, qui fait à la fois votre charme et votre tourment, vous a empêchée de comprendre, adorable femme que vous êtes, la fausseté de notre position future. Moi non plus, je n'y avais pas réfléchi d'abord, et je me reposais à l'ombre de ce bonheur idéal, comme à celle du mancenillier, sans prévoir les conséquences.»
— Elle va peut-être croire que c'est par avance que j'y renonce... Ah! n'importe! tant pis, il faut en finir!
« Le monde est cruel, Emma. Partout où nous eussions été, il nous aurait poursuivis. Il vous aurait fallu subir les questions indiscrètes, la calomnie, le dédain, l'outrage peut-être. L'outrage à vous! Oh!... Et moi qui voudrais vous faire asseoir sur un trône! moi qui emporte votre pensée comme un talisman! Car je me punis par l'exil de tout le mal que je vous ai fait. Je pars où? Je n'en sais rien, je suis fou! Adieu! Soyez toujours bonne! Conservez le souvenir du malheureux qui vous a perdue. Apprenez mon nom à votre enfant, qu'il le redise dans ses prières.»
La mèche des deux bougies tremblait. Rodolphe se leva pour aller fermer la fenêtre, et, quand il se fut rassis:
— Il me semble que c'est tout. Ah! encore ceci, de peur qu'elle ne vienne à me relancer:
« Je serai loin quand vous lirez ces tristes lignes; car j'ai voulu m'enfuir au plus vite afin d'éviter la tentation de vous revoir. Pas de faiblesse! Je reviendrai; et peut-être que, plus tard, nous causerons ensemble très froidement de nos anciennes amours. Adieu!»
Et il y avait un dernier adieu, séparé en deux mots A Dieu! ce qu'il jugeait d'un excellent goût.
— Comment vais-je signer, maintenant? se dit-il. Votre tout dévoué?... Non. Votre ami?... Oui, c'est cela.
«Votre ami.»
Il relut sa lettre. Elle lui parut bonne.
— Pauvre petite femme! pensa-t-il avec attendrissement. Elle va me croire plus insensible qu'un roc; il eût fallu quelques larmes là-dessus; mais, moi, je ne peux pas pleurer; ce n'est pas ma faute. Alors, s'étant versé de l'eau dans un verre, Rodolphe trempa son doigt et il laissa tomber de haut une grosse goutte, qui fit une tache pâle sur l'encre; puis, cherchant à cacheter la lettre, le cachet Amor nel cor se rencontra.
— Cela ne va guère à la circonstance... Ah bah! n'importe!
Après quoi, il fuma trois pipes et s'alla coucher.
Gustave Flaubert, Madame Bovary, II, 13.
lunedì 26 gennaio 2009
Le baccanti
Sulla terra, la vera minoranza è la minoranza dei vivi; nel film, questa minoranza di miliardi entra in guerra contro un’armata ben più potente: l’armata dei morti. Faremo questa guerra servendoci di computer, di raggi laser, di film infrarossi e di dischi ultrasensibili. Abbiamo intenzione di finirla una buona volta per tutte con il problema dell’“oltremorte” e dei mondi paralleli.
Dal soggetto di “Murmures dans des chambres lointaines”,
progetto incompiuto di Jacques Tourneur.
Dal soggetto di “Murmures dans des chambres lointaines”,
progetto incompiuto di Jacques Tourneur.
Venuti a deporre fiori sulla tomba del padre, Barbara e suo fratello vengono aggrediti da un uomo dall’andatura goffa e lo sguardo vacuo: solo più tardi, la persone asserragliate in un’isolata casa di campagna scopriranno che gli assedianti un po’ ebeti non sono ubriachi molesti, ma morti rinati per nutrirsi dei vivi. Invece di rivelare coraggio, intelligenza e coesione di fronte al pericolo, il gruppo (campione della società americana e forse dell’umanità) viene sterminato in una sola notte, non tanto a causa degli zombi quanto per la propria stoltezza. Girato in un bianco e nero sgranato e con movimenti di macchina a spalla, interpretato da attori non professionisti, La notte dei morti viventi (1968) continua a terrorizzare grazie a un dispositivo dalla crudeltà ineguagliata. Le approssimazioni delle riprese sono perfettamente sublimate dall’illusione di assistere a un macabro documentario. Incesto, antropofagia, matricidio e parricidio, finale tragico; i principali tabù morali e cinematografici vengono spazzati via grazie a un’invenzione catalizzatrice di pulsioni e brutalità: lo zombi. A differenza della tradizione vudù, secondo la quale lo zombi è un vivo in stato di morte apparente la cui personalità è stata annullata e sostituita dalla volontà di un padrone-burattinaio, quelli di Romero sono cadaveri-baccanti, tornati alla vita per ragioni oscure, privi di qualsiasi movente se non quello — irrazionale ma determinato — di uccidere tutti i viventi, divorandoli, lacerandone il tessuto fisico e sociale.
In Zombi (1978) la malattia ha raggiunto livelli epidemici, gli zombi infestano città e centri commerciali. Onnipresenti e numerosissimi, i morti di Romero diventano spesso pretesto ad ampi totali dove la narrazione cede il passo al gusto diabolico di disporre cadaveri ambulanti nello spazio, o a brevi primi piani dove l’identità del volto umano si decompone in maschera di dolore famelico, tra inerzia dello sguardo vitreo e bestialità di mascelle trituranti. Il film raggiunge in quei casi vette di poesia truculenta, che determina un fantastico “stagnante” e trasforma il soprannaturale da apparizione in presenza. Troppo tardi per consolarsi con la distinzione che vorrebbe relegare il fantastico fuori campo. Ormai gli zombi sono troppi, e le loro gueules cassées hanno preso possesso dell’inquadratura.
Nella storia del genere, il postulato dell’esistenza dopo la morte è segretamente consolatorio; Romero è uno dei pochissimi registi ad aver rappresentato l’immortalità come una condizione spaventosa, riducendo l’umano a corpo putrefatto privo di coscienza, a biologia assurda e fine a se stessa. Freud notava che “ora come in passato è estranea al nostro inconscio l’idea della nostra stessa mortalità”(1): nulla sembra più difficile che pensare quel non-luogo che è la morte in sé. Allo stesso modo, quando si considerano i classici della letteratura fantastica, la morte è certo un’avventura frequente, ma raramente il tema stesso del racconto. Per Romero, invece, nulla merita di esser guardato più a fondo, con ottusa ostinazione. Nei “living dead”, quel che conta è il secondo termine; non a caso, il primo scomparirà dai titoli originali dei seguiti. Lo pensava anche André Bazin: “La morte è uno dei rari eventi che giustifichi il termine di specificità cinematografica”(2).
In Zombi (1978) la malattia ha raggiunto livelli epidemici, gli zombi infestano città e centri commerciali. Onnipresenti e numerosissimi, i morti di Romero diventano spesso pretesto ad ampi totali dove la narrazione cede il passo al gusto diabolico di disporre cadaveri ambulanti nello spazio, o a brevi primi piani dove l’identità del volto umano si decompone in maschera di dolore famelico, tra inerzia dello sguardo vitreo e bestialità di mascelle trituranti. Il film raggiunge in quei casi vette di poesia truculenta, che determina un fantastico “stagnante” e trasforma il soprannaturale da apparizione in presenza. Troppo tardi per consolarsi con la distinzione che vorrebbe relegare il fantastico fuori campo. Ormai gli zombi sono troppi, e le loro gueules cassées hanno preso possesso dell’inquadratura.
(1) Sigmund Freud, Il perturbante, in Opere, vol. 9 - L’Io e l’Es e altri scritti (1917-1923), Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 103. Il testo prosegue con strana serenità nel descrivere il timore della morte come atavico ma destinato a venire sommerso per sempre — ossia a non “tornare” più come unheimlich — dai progressi dell’intelletto, della scienza e della pietà. Quasi un secolo dopo (il saggio di Freud fu pubblicato nel 1919) questo momento sembra ancora lontano, e il cinema non ha smesso di mostrare la paura “secondo cui il morto è diventato nemico dei sopravvissuti e mira a prenderli con sé come compagni della sua nuova esistenza” (ibid.).
(2) André Bazin, “Mort tous les après-midi”, in Qu’est-ce que le cinéma?, vol. 1, Editions du Cerf, Paris 1958, p. 68.
(2) André Bazin, “Mort tous les après-midi”, in Qu’est-ce que le cinéma?, vol. 1, Editions du Cerf, Paris 1958, p. 68.
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