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martedì 8 agosto 2023

Guardians of the Galaxy Vol. 3 (James Gunn, 2023)

La prima parte di Guardiani della Galassia Vol. 3 è placidamente comica con trucchi da B-movie che occhieggiano molto moderatamente, promessa non mantenuta, all'horror anni Ottanta, un po' Cronenberg e un po' Carpenter. Abbastanza stracciona e tirata via, piuttosto divertente.
Quando l'astronave decolla, l'azione è consegnata alla seconda unità e ulteriormente sabotata da scenette ideate da un'intelligenza artificiale a cui è stato chiesto di sbrodolare ignorando drammaturgia e principio di non contraddizione messaggi edificanti a caso. Atroce.

In generale e ovviamente salvo eccezioni (Logan di Mangold, The Fury di De Palma o Legion di Hawley), i film di supereroi dilatano quella che in teatro si chiama "scena di esposizione". A seconda dei casi, può durare cinque, dieci minuti massimo. Poi si entra nel merito.
Nei film di supereroi la scena d'esposizione copre a volte fino a metà della lunghezza già abnorme del metraggio. Appena finisce, finisce il film. Appena si entra nel merito, si va di automatico e di noia celibe e sovrana.

lunedì 17 luglio 2023

A pretty good land

Mi sono appena passati davanti agli occhi i primi secondi di Ciao America (Greetings, 1968) di Brian De Palma. Un televisore inquadrato frontalmente. Dentro, Lyndon Johnson. Discorso ultramilitarista sul Vietnam, poi si passa ai massimi sistemi.
In un pugno di parole tutta la retorica, da Zemmour a Rampini, sul nostro autoflagellarci: il succo della "cultura" dell'ultradestra. Proveniente, più di cinquant'anni fa, da… sinistra.
Nell'ultima immagine sembra quasi di leggere il ", punto." così amato nei social network.






domenica 19 dicembre 2021

Landscapers (Ed Sinclair e Will Sharpe, 2021)

Primo episodio visto ieri sera. Non è una serie cucita su misura per David Thewlis e Olivia Colman, semplicemente perché nessuna serie può essere costruita su una simile coppia d'attori: può solo esserne distrutta. Non a caso i personaggi da loro interpretati nell'ultimo decennio sono quasi tutti vampiri o cannibali, una stirpe che "farebbe della Terra un rottame e inghiottirebbe il mondo in uno sbadiglio" (Baudelaire, dicendo al Lettore della Noia). Mettili insieme e ottieni uno spin-off termonucleare di The League of Gentlemen.
Quindi come fanno gli autori e gli spettatori ad attraversare una devastazione annunciata? Aggirando, svicolando, rasentando i muri, giocando a nascondino e compiendo continue metamorfosi. I creatori (uno è Ed Sinclair, il marito di Colman; l'altro dirige tutti gli episodi e si chiama Will Sharpe, secondo me è l'elemento determinante; ambedue sono sicuramente famosissimi, io non li conoscevo neppure di nome) cambiano toni, punti di vista, scelte fotografiche, immaginari, generi, centri d'attenzione, punti di fuga: tutto, continuamente. Da una sequenza all'altra; da un'inquadratura all'altra (questo era già una caratteristica della prima stagione di Riget); addirittura all'interno della singola inquadratura.
Si ottiene un primo episodio la cui densità è impressionante, quasi sfiancante. È chiaro che questa serie vuole molte cose, quasi sicuramente troppe. Quello che colpisce è che tutto ciò che vuole, fa.

***

(Nota dopo il terzo episodio.)

La tassonomia frenetica, mozzafiato, sempre imprevedibile, del falso nella storia e nelle storie del cinema. Quindi degli artefatti, delle finzioni, delle menzogne, delle omissioni. Immagino De Palma perdere la testa per questa serie. Quindi non tanto il falso come costante ottusa ma come convulsa, compulsiva, malata sottrazione e soprattutto rimozione del reale prima e del vero poi. Dove però il punto sta nell'obbligare lo spettatore a non adagiarsi consolatoriamente di fronte a questa macchina celibe e totalizzante ma a chiedersi senza alcun "aiutino" se qualcosa di quel reale e di quel vero è sopravvissuto, e quando, e dove.

sabato 17 luglio 2021

sabato 3 febbraio 2018

Stenshots

venerdì 20 ottobre 2017

Stenshots






martedì 26 agosto 2014

It's not personal. It's strictly business

Copincollo qui rielaborandole appena alcune mie riflessioni circa il video di James Foley, scritte a caldo nelle ore che sono seguite alla sua diffusione (tranne l'ultimo punto preceduto da asterischi, di oggi) in una conversazione a più voci che si può leggere interamente qui. Ho rivisto il video varie volte e ho cambiato idea varie volte, fino al punto in cui naturalmente non si hanno più idee. Prendi questo post come una sorta di storify.
Una sola considerazione preliminare: nei minuti successivi alla notizia si è immediatamente attivata in rete la gara allo statement "io non lo guarderò". Un amico retwittava alcune di queste dichiarazioni di fede nolente. Gli scrissi per due volte consecutive, con un'insistenza singolare per le nostre modalità di scambio, dicendogli che il video, stavolta, ci toccava vederlo. Capivo e condividevo la sua rabbia, ma sentivo anche che qualcosa non andava. L'indomani hanno iniziato a manifestare il medesimo atteggiamento giornalisti e opinionisti della comunicazione mainstream. Poi sono arrivati gli editoriali. L'informazione italiana, insomma, ci teneva a comunicare a tutti che non avrebbe studiato la fonte, non avrebbe visto il video (alcuni si son spinti iperbolicamente ad affermare che rifiutavano persino di guardare un solo frame), non avrebbe analizzato nulla, e quindi informava i lettori che si considerava libera dal dovere di fornire qualsivoglia informazione che non riguardasse se stessa e i propri "stati d'animo". Questa giunzione tra rete e mezzi di comunicazione, tra l'io del social network e quello della carta stampata, mi sembra chiudere in bellezza l'estate.

Gli snuff movie, nel nostro immaginario (ché nessuno li ha mai visti) puntano sulla continuità temporale, sul dettaglio cruento in bella mostra, su ciò che viene rappresentato e non sul modo in cui viene rappresentato. Puntare sul modo crea una distanza: perché volerla creare, qui? Non ci dovrebbe essere un alternarsi tra immagini iniziali graffiate "alla Grindhouse" (il discorso di Obama), come se appartenessero a un passato remoto, e immagini iperrealiste e patinatissime. In parole povere, uno snuff movie non è girato da De Palma. Questo video, invece, sembra girato da De Palma.

Se non guardi il video, inorridisci; ma se lo guardi, tutto è congegnato in modo da farti interrogare sulla sua fabbricazione.

L'interpretazione di "Le Monde" sarebbe che si è scelta una forma in qualche modo "soft" per non dissuadere eventuali nuove reclute. Di mio aggiungo la possibilità che le nuove tecnologie permettano ormai di ottenere in modo facile e rapido una qualità standard, che proprio in quanto tale si trova sganciata da qualsiasi intenzionalità: una forma insignificante, insomma (scienza senza coscienza ecc.). La maggior parte dei film oggi è così. Un tempo una carrellata poteva essere "oscena", "morale", ecc. Oggi la stragrande maggioranza di esse non è nulla. Ambedue le interpretazioni non spiegano però tutte le stranezze del video. Le stranezze restanti potrebbero essere spiegate da una soluzione agghiacciante, modello "fucilazione di Mario Cavaradossi".

Ripeto, il modello potrebbe essere il filmato vero/finto finto/vero di De Palma, più che le serie tv. In soldoni: gli aguzzini chiedono alla vittima di pronunciare un testo/testamento distintamente, dopodiché lo decapiteranno per finta. E così avviene (la lama che non convince, l'assenza di sangue). Quindi lo decapitano davvero. Moglie piena e botte ubriaca: l'attore ha recitato bene, ora possiamo sbarazzarcene.

La fattura curatissima, ripeto, potrebbe essere legata alle esigenze descritte da "Le Monde", oppure essere frutto di una qualità indifferente, celibe. O un mix delle due cose. (O altro, certo: l'unica cosa sicura è che quella fattura è indiscutibile.)

Ho appena rivisto il video e non credo più all'ipotesi "macchina celibe". È costruito troppo bene, l'intenzionalità è evidente e solida. Colpisce, tra l'altro, l'uso perfettamente calibrato di tre registri d'immagini successivi. Prima la dichiarazione ufficiale di Obama, graffiata artificialmente come se fosse una vecchia vhs, reperto del passato ritrovato dagli alieni: i sogni telepatici inviati dall'avvenire in Prince of Darkness, le immagini mentali di Fino alla fine del mondo. Quindi gli infrarossi delle operazioni militari segrete, anch'esse con il loro retaggio storico e televisivo (ma anch'esse sembrano sfruttate con la consapevolezza delle successive destrutturazioni, compiute appunto da un De Palma e da altri). Infine la verità: spogliata di ogni orpello, "nuda": un mare di sabbia con due uomini al centro, sotto una luce metafisica, iperrealista. Gus Van Sant, mettiamo. I tre registri sono convenzionali, ovviamente, ma in qualche modo ancora efficaci. Ma perché siano efficaci, chi ha costruito il video deve sapere che sono convenzionali (come dire: deve sapere, ad esempio, che il "registro della verità" non è "la verità").

Quel che si ricerca, forse, è appunto l'immagine-archetipo, mentale, diciamo junghiana (se preferite: kubrickiana; Shining è il miglior film della storia sui fantasmi perché è girato da uno che ai fantasmi non crede affatto). Un artefatto assoluto, insomma: quindi fuori dallo spazio e dal tempo. Non colpisce nessuno e colpisce tutti. Tra pochi anni nessuno ricorderà il video di Pearl. Questo is here to stay, come il rock and roll versione horror dell'autoradio di Christine. Produce stupore, paura e recondita ammirazione. Una tragedia greca di due minuti, insomma. Le leggiamo ancora.

Penso che sia un prodotto occidentale, o che comunque attinga a piene mani al linguaggio cinematografico occidentale. È una "nostra" produzione. Il che non significa che non sia roba "loro". Noi, loro. Il problema (che il video curiosamente conferma) è che dei protagonisti del filmato (quel nero che parla da solo all'inizio, quel giornalista di cui si eran perse le tracce da due anni, il tizio incappucciato), per non parlare dei loro rapporti, conflitti, ecc., noi non sappiamo assolutamente nulla. È appunto un assoluto minimale.

C'è un'idea universale, assoluta. Non so neppure se sia un'idea dell'Islam. Io ci vedo l'Idea e basta. L'archetipo. Si può anche chiamarlo Vuoto, o Nulla, se si preferisce.

In questo senso, i due discorsi, quello di Obama e quello del condannato (peraltro il secondo è espresso in un inglese impeccabile, scritto e limato, con tutti gli effetti al posto giusto: si percepiscono tutti i nessi logici, si vedono i punti e virgola), ignorando tutto quello che ho scritto tra parentesi potrebbero essere sostituiti dalla lettura dell'elenco telefonico. Mi chiedo se l'effetto principale cambierebbe.

 ***

Ieri sera per una serie di cortocircuiti ho avuto per la prima volta il sospetto di un'altra stranezza, circa quel video. Vado subito al dunque: l'idea è la scarsa presenza di un messaggio religioso o pseudoreligioso che dir si voglia. A verifica compiuta, l'impressione è confermata ma resta tale o è comunque difficilmente argomentabile a parole. Nelle didascalie (sfondo nero iniziale, sottotitolo dell'immagine del bombardamento), il termine "Islamic State" appare 2 volte, "Muslims" 1 volta. Nel discorso di Foley non è rintracciabile alcun termine appartenente al registro religioso. (In alto a sinistra compare un piccolo logo, con una sorta di moschea sovrastata dall'inevitabile mezzaluna; il logo è spesso coperto da una bandiera svolazzante: è piccolo, ripeto, per posizione e dimensioni non deve distrarre l'attenzione dello spettatore; deve, sostanzialmente, passare inosservato.) Quando parla il terrorista incappucciato, abbiamo: "Islamic State" (2 volte), "Islamic Caliphate" (2 volte); "Islamic Army" (1 volta), "Muslims" (3 volte). Tutte queste occorrenze sono meri dati di fatto, non dichiarazioni di fede (dice "Islamic State" perché è un dato di fatto, così come immagino che sia un dato di fatto che le vittime dei bombardamenti USA fossero musulmane; o se si vuole esser più severi, siamo di fronte a una fraseologia di tipo performativo: nel momento in cui io pronuncio "Islamic State", lo Stato Islamico nasce ed è). Mai la parola "cristiani", mai "miscredenti", "infedeli", "guerra santa", "jihad", eccetera. In compenso, l'oscura e pesantissima accusa fatta agli USA di essere andati "far out of your way to find reasons to interfere with our affairs", laddove l'espressione volutamente ambigua "our affairs" sposa (e quindi condivide) un immaginario tipicamente occidentale, più precisamente americano o di stampo mafioso. Una dichiarazione politica scritta da Michael Corleone, per intenderci: e infatti anche lì la religione era usata sfacciatamente come copertura. 
(Non dimentichiamo che per l'americano medio la saga del Padrino è un po' la sua Iliade: e che se inizialmente la famiglia Corleone doveva raccontare metaforicamente, attraversandolo, il ventesimo secolo degli Stati Uniti, Coppola piegò il progetto fino a farlo diventare anche, com'era naturale che fosse, la storia di Hollywood.)

martedì 1 luglio 2014

Gufi

Perché il gufo gufò? Perché il picchio picchiò.
Throper Fallcaster, collezionista di freddure sugli uccelli e 54° caso esaminato in The Falls (Peter Greenaway, 1980).

Da sempre, appena sento la parola "gufo", la prima cosa a cui penso è un racconto di Ambrose Bierce, An Occurrence at Owl Creek Bridge, che lessi da bambino. Fu pubblicato nel 1890 sul "San Francisco Examiner". Un anno dopo Bierce lo inserì nella raccolta Tales of Soldiers and Civilians. Il titolo riporta chiaramente alla Guerra civile americana. Ma nel racconto che mi colpì (questo blog racconta esclusivamente la storia di un uomo "marqué par une image d'enfance") il contesto storico è irrilevante. Anche i gufi c'entrano poco. Si limitano a dare il nome a un ponte, dove inizia e finisce la storia. Dove finisce, soprattutto. Anche se in realtà finisce dove inizia. Anche se in realtà finisce come inizia.
Sono appena dieci cartelle, ma a causa della trovata finale ha segnato per sempre la storia della narrativa mondiale, e in particolare la narrazione fantastica. Quando incombeva plumbea "l'egemonia culturale della sinistra" e "i professoroni" terrorizzavano la nazione, l'italiano disponeva di decine di migliaia di parole, e in quella babele poteva persino permettersi di ospitare vocaboli repellenti. Per il racconto di Bierce, possiamo star certi che sarebbe stato usato il mostruoso aggettivo "seminale". Oggi, fortunatamente, quell'epoca cupa si è conclusa, e con le nostre 500 parole non riusciremmo neppure a raccontare un fine settimana di Maigret, ma almeno "famo a capirci" e diciamo che il racconto di Bierce è "’na robba".
In letteratura, la stoccata finale delle varianti di Owl Creek Bridge la dà Borges nel suo più bel racconto, El Sur. Fu pubblicato assieme a due altri testi nella seconda edizione di Finzioni. Il colpo di genio di El Sur è l'azzardo supremo: eliminare del tutto la trovata finale per disseminarla lungo tutto il testo, in tal modo che solo il lettore più malizioso potrà sospettare la soluzione (e, più che sospettarla, sentirla: sentirse en muerte, come titolava il primo esperimento narrativo di Borges, ispirato al medesimo incidente autobiografico: un incidente "seminale"). È un'operazione squisitamente letteraria. Molti anni dopo, chiudendo il cerchio, Roberto Bolaño trasformerà il tutto in splendido e mediocre sberleffo, con El gaucho insufrible. Il pastiche di Bolaño elimina il colpo di scena, semplicemente. Non lo trovi né alla fine del racconto, né all'inizio, né durante. È bellissimo.
Al cinema i nipotini di Bierce riempirebbero un orfanotrofio dickensiano (per non parlare della televisione: quel racconto è praticamente il palinsesto di qualsiasi episodio di The Twilight Zone). Il mio preferito è Carnival of Souls di Harold Arnold "Herk" Harvey (dopo quel film, di "Herk" credo non si seppe più nulla). E non solo perché assieme a L'ultimo uomo della Terra di Ubaldo Ragona ispirò a Romero La notte dei morti viventi. Ma anche per quello. Il film più famoso è invece Il sesto senso di M. Night Shyamalan, che a me però non ha mai convinto perché non c'è colpo di scena, per quanto sorprendente (e dal 1890 quel colpo di scena non sorprende più), che giustifichi la tortura di un racconto psicologico. Shyamalan lo ha capito, e i film che ha fatto in seguito mi piacciono moltissimo.
Dal racconto di Bierce è stato girato un cortometraggio, La Rivière du hibou.



Subito dopo Bierce, quando sento la parola "gufo" penso a John Travolta, nel film in cui scoprii che John Travolta era un attore fenomenale. Blow Out è anche il film che preferisco di Brian De Palma. A ripeterlo rapidamente, diventa uno scioglilingua e sembra quasi di sentire il gufo gufare: blow out blow out blowlout.
La prima volta che Travolta raccoglie i suoi miserabili effetti sonori sul ponte dove inizia la storia (ma non finisce, anche se sempre lì si torna; mentre il film, che racconta un'altra storia, comincia prima e quindi finisce dove comincia), il gufo bubola e sembra guardarlo fisso negli occhi. Però quando la raccolta viene ricostituita mentalmente in studio, l'immagine si divide in due, la memoria si sdoppia razionalmente e schizofrenicamente, con il senno e la paranoia di poi: Travolta e il gufo guardano nella medesima direzione: verso l'incidente (o occurrence). Si chiama split screen, a De Palma piace molto perché a lui piacciono le cose più brutte, De Palma è lo spazzino del cine, se fosse italiano sarebbe capace di fare un film intitolato "Il bubolio seminale del gufo".
Naturalmente quell'immagine non l'hai più dimenticata.


Ma alla fine il gufo gufò gufò gufò.

sabato 15 marzo 2014

lunedì 14 giugno 2010

L'ultimo gioco in città

XXIV — DES PALMES

Indovina da quale film ho estratto questo fotogramma e vinci tre tilde per trasformare la signora Fantozzi in Piña colada. Nuovi indizi giovedì e sabato, con progressiva riduzione di tilde.

palmes.jpg

ATTENZIONE: La partita si è conclusa lunedì 7 giugno alle 17.22. Strelnik ha riconosciuto subito Scarface (1983), film ipermorale (malgrado i travisamenti) e anche un po' ipertrofico di Brian De Palma che vidi per la prima volta in un cinema di Anacapri. A undici anni, giuro: "Io dico sempre la verità. Anche quando dico le bugie" afferma Tony Montana, anche se il vero adattamento di Pinocchio è Lolita.
— Ma che cacchio c'entra Pinocchio? — diranno subito i miei piccoli giocatori.
Non chiedete a me, ragazzi: Strelnik sa com'è, Strelnik sa dov'è, Strelnik sa perché.
La prossima sfida si terrà lunedì 21 giugno.

L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ.
GRADUATORIA
Strelnik: ~~~~~~~.
arco: ~~~~~~.
oscar amalfitano: ~~~~~.
nessundorma: ~~~~
.
bianca: ~~~
.
dario: ~.

domenica 8 novembre 2009

L'ultimo gioco in città (LE SCOMMESSE SONO CHIUSE)

XXXII — PULL ZE STRINGS!

In occasione della mia festa, ben sette pensierini a chi riconosce il film da cui ho estratto questa immagine. Ogni giorno della settimana, fino a lunedì prossimo, apparirà un nuovo fotogramma. Ma anche il cervello degli zombi si decompone, e i pensierini si riducono nel tempo.
AGGIORNAMENTO (martedì 3 novembre): Seconda immagine. Ho perso un pensierino.
AGGIORNAMENTO (mercoledì 3 novembre): Terza immagine. Un sobrio ringraziamento alla Corte di Strasburgo riduce i pensierini a cinque.
AGGIORNAMENTO (giovedì 4 novembre): Quarta immagine, quattro pensierini. My mind is going...
AGGIORNAMENTO (venerdì 5 novembre): Quinta immagine. Nancy, Nancy, give me your answer do... I'm half crazy all for the love of you... You'll look sweet upon the seat of a bicycle built for three little thoughts...
AGGIORNAMENTO (sabato 6 novembre): Sesta immagine. Mi sento sempre più come Homer, quando dice a Marge: "Voglio restar solo col mio pensiero".






ATTENZIONE: la partita si è conclusa sabato 7 novembre alle 12.59. Due pensierini per bianca.

Il film da indovinare era Carrie — Lo sguardo di Satana (Carrie, 1976) di Brian De Palma.

Tutti i fotogrammi (tranne il terzo, la coincidenza casuale era troppo ghiotta) sono tratti dalla stessa sequenza, summa magistrale del cinema secondo De Palma. Gli effetti più kitsch (ralenti, split screen, dettagli torbidi, shock e pop) vengono sbandierati, senza alcun pudore. De Palma è Hitchcock, certo, ma un Hitchcoch degradato. Meglio ancora: la sua continuazione ideale, fantasmatica, a partire da Frenzy, ultimo film veramente controllato di Sir Alfred, quello in cui il maestro tratta frontalmente il tema formale del brutto, e di cui si impossessa il suo discepolo per imbastirvi la sua diseguale e sgradevole opera. (Quasi tutti i miei amici odiano Il fantasma del palcoscenico, lo considerano "invecchiato", "vieilli", quando in realtà il film era in partenza un musical deliberatamente marcio, un osceno, stucchevole, scoppiettante e geniale "musichevole", come gracchia Lina Lamont alla fine — De Palmiana ante litteram — di Cantando sotto la pioggia, visto stasera con figlia7.) Hitch passò buona parte della sua vita alla ricerca dell'ur-bionda. Era Grace Kelly. Il tempo che gli restava lo spese a rimpiangerne la perdita. Con le vittime proletarie e sgraziate di Frenzy passò decisamente ad altro. Allora cercava quello che De Palma fabbricherà in Carrie: l'ur-cozza in fiore, straordinariamente incarnata da Sissy Spacek, gran signora (le dobbiamo David Lynch, mica pizza e fichi).
Poi c'è quello che sapete ormai a memoria: in De Palma split screen e ralenti servono a decomporre analiticamente una matassa di visioni, tutte accomunate dall'angoscia e dal desiderio: l'intera sequenza è un susseguirsi cubista di dettagli, soggettive e primi piani di sguardi: Nancy Allen sotto il palco tira le fila della propria vendicativa sensualità; Amy Irving intuisce la goliardica macchina, mezza copulante e mezza celibe, che trova il suo punto di depressione ciclonica in un secchio dove il sangue suino, ondeggiando, compie i cicli della nevrosi: Betty Buckley vede Amy Irving ma sovrappone all'ansia della sua studentessa mai abbastanza innocente l'inane ansia d'ordine e di giustizia della professoressa di ginnastica; i membri della prom night vedono William Katt e Sissy Spacek; William Katt vede solo i flash e Sissy Spacek non vede nulla.
Cala il sipario, pull ze strings e bucket of blood. E a quel punto Carrie vede tutti e tutto, contemporaneamente, in un'ubiqua paranoia (gli split screen, i "they're gonna laugh at you", memori del buñueliano El). Tutto tranne se stessa, la propria follia, ossia sua madre. L'unico a vedere per intero tutta la scena, con al centro questa spaventosa chimera che riesce a essere al contempo Marion Crane, Norma e Norman Bates è lo spettatore, qui invitato a gioire della propria sadica pedofilia con una violenta sfacciataggine, pensabile solo nel delirante cinema USA anni Settanta.
Carrie, ovvero il controllo assoluto della realtà fisica. A quella psichica ci penseranno, pochi anni dopo, i teleapatici di Scanners (David Cronenberg, 1981): e a me la musica di Shore sembra la continuazione ideale di quella di Donaggio. Poi
non resteranno altri territori da esplorare. Almeno al cinema.


La prossima sfida si terrà lunedì 9 novembre.


L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ.
GRADUATORIA
arcomanno: 17 pensierini.
afasol: 14 pensierini.
bianca: 12
pensierini.
maxeramax: 3
pensierini.
YagaBaba: 3
pensierini.
gegio: 3
pensierini.
Andrea: 2
pensierini.

domenica 2 novembre 2008

L'ultimo gioco in città (LE SCOMMESSE SONO CHIUSE)

XIII — NIENTE DA VEDERE?

E allora infila le cuffie e sta' a sentire. Queste note al pianoforte si trovavano in un film. Anni dopo, le hai risentite (ma senza rancore) in un altro film. Due sesterzi, uno per ciascun film riconosciuto.
P.S.: Ti ricordo che le regole de L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ™ sono depositate presso il notaio Martellone e possono essere consultate qui. E che te lo dico a fare che il gioco si svolge anche in un altro juke-box?
AGGIORNAMENTO (Mercoledì 5 novembre): Due indizi.
Il primo lo trovi tra il titolo del post e la prima frase.
Il secondo è in una mia mezza bugia, inserita nei commenti al gioco stesso. Ho scritto: "Salvo smentite, di solito non ci sono indizi all'infuori del post relativo al gioco stesso, né su questo né sull'altro tavolo, e qualora ci fossero sarebbero del tutto involontari". È l'ora della smentita, ma ribadisco la mezza verità: qualsiasi aiuto risolutorio esterno a questo post è involontario. Ma stavolta c'è. E ci sarà anche venerdì, quando aggiungerò nuovi indizi, se nessuno trova prima.
AGGIORNAMENTO (Venerdì 7 novembre): Dovessi dare un titolo alla sequenza del primo film in cui si ascolta questa musica, sceglierei
Un urlo fantastico.
Mentre il secondo, filologicamente:
La vendetta del cinema muto.

SENTI E GIOCA

LA PARTITA SI È CONCLUSA SENZA VINCITORI.
I FILM DA TROVARE ERANO BLOW OUT DI BRIAN DE PALMA E GRINDHOUSE — A PROVA DI MORTE DI QUENTIN TARANTINO.
PUOI VEDERE QUI SOTTO LE DUE SEQUENZE CON LA STESSA MUSICA DI PINO DONAGGIO. MA ATTENZIONE: BLOW OUT È FORSE IL MIGLIOR FILM DI DE PALMA, E SE NON LO HAI MAI VISTO TI SCONSIGLIO DI GUARDARE IL PRIMO SPEZZONE. È QUEL CHE GLI AMERICANI CHIAMANO UNO "SPOILER".
I DUE SESTERZI TORNANO IN PALIO PER LA
SFIDA DI DOMENICA 9 NOVEMBRE.





L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ.
GRADUATORIA

bianca: 7 bomboloni.
arcomanno: 6 bomboloni.
andrea: 2 bomboloni.
desaparecida: 2 bomboloni.
adlimina: 1 bombolone.