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martedì 17 settembre 2024

domenica 11 febbraio 2024

sabato 18 marzo 2023

The Tiarri Valapompa Project

Three… Two… One…
Coming to get you, ready or not!





giovedì 10 marzo 2022

domenica 5 dicembre 2021

Stenshots







venerdì 18 ottobre 2019

Stenshots


venerdì 14 aprile 2017

Stenshots

domenica 2 marzo 2014

Lo splendore del nulla

ALAIN RESNAIS, 3/6/1922 - 1/3/2014

Coincidenza, proprio la settimana scorsa ho mostrato a mia figlia Smoking, No Smoking e Parole, parole, parole… (intraducibile il titolo francese On connaît la chanson, anche se si sarebbe potuto azzardare un "Questa poi la conosco pur troppo").
Ritrovo un articolo che scrissi anni fa per un giornale. Uscì lievemente accorciato. Una retrospettiva e la pubblicazione di una sceneggiatura per un film incompiuto servivano da esili pretesti.
Altra coincidenza, fu in qualche modo questo articolo che mi convinse ad aprire il blog.


Hiroshima mon amour inizia con due corpi allacciati: un viluppo inestricabile di braccia nude, poi coperte di sabbia, poi carbonizzate dalle radiazioni. Lui, giapponese: “Non hai visto niente, a Hiroshima. Niente”. Lei, francese: “Ho visto tutto. Tutto”. Era il 1959, anno cruciale della storia del cinema, ammesso che il cinema abbia una storia. “Tutto” e “niente” sono pronomi di Marguerite Duras; ad Alain Resnais spetta l’onere del verbo “vedere”, ammesso che qualcosa si possa ancora guardare, tra queste immagini d’amore e d’orrore: “Guardare bene è una cosa che si impara” dirà ancora Lei. Resnais ha trentasette anni, e Hiroshima è il suo primo lungometraggio. Ma era dal 1947 che realizzava cortometraggi, e il più celebre di essi, Notte e nebbia (1955), già fissava la cinepresa sul luogo inguardabile per essenza, ossia Auschwitz.
Dal 16 gennaio al 3 marzo il Centro Pompidou ospita la prima retrospettiva integrale della sua opera a cura di François Thomas, mentre le edizioni Capricci pubblicano finalmente la sceneggiatura di Frédéric de Towarnicki Les Aventures de Harry Dickson: un progetto che Resnais tentò invano di realizzare nel corso degli anni Sessanta e che secondo Henri Langlois “avrebbe potuto cambiare il destino del cinema francese”.
Dopo gli omaggi a Scorsese, a Godard, a Erice e Kiarostami, la retrospettiva si inscrive in una sempre più vivace politica cinematografica del centro culturale parigino. Come e cosa ha imparato a guardare Resnais, in sedici film (quasi tutti restaurati) e una ventina di rarissimi e preziosi corti e documentari, tra cui le Visites d’atelier (1947) dei pittori Hans Hartung e Óscar Domínguez, il Van Gogh (1948) raccontato esclusivamente attraverso i quadri (in bianco e nero!), un Gershwin (1992) o l’esilarante Chant du styrène (1958) sul plastificio Péchiney, con testo di Raymond Queneau tradotto da Calvino: “Dimmi, petrolio, è vero che provieni dai pesci? / È da buie foreste, carbone, che tu esci? / È il plancton la matrice dei nostri idrocarburi? / Questioni controverse... Natali arcani e oscuri... / Comunque è sempre in fumo che la storia finisce”.
In fumo, in notte, in nebbia, in niente. Il cinema di Resnais, anche quando adotta un tono ludico e leggero, è sempre minacciato dallo schermo nero: metaforicamente, come le molteplici biforcazioni narrative di Smoking e No Smoking, che finiscono tutte al cimitero; letteralmente, quando l’immagine nera e prolungata fino all’insostenibile irrompe e spezza più volte L’Amour à mort, in qualità di impossibile rappresentazione dell’aldilà. Ma a ben guardare (o a guardare bene), anche in quel film qualcosa danza, nel buio della sala: un fioco pulviscolare di luci microscopiche. Forse quelle luci sono ancora vite, o memorie di vite, forse nella lugubre oscurità battono ancora Cuori, come suggerisce il titolo dell’ultima, gelida commedia. O forse Resnais, finissimo intenditore della musica del ventesimo secolo, pensa a una polvere di stelle, allo Stardust di Hoagy Carmichael. Comunque sono non-nulla.
Se filmare tutto è impossibile e il nulla è inguardabile, bisogna fissare l’occhio su qualcosa. E se il francese non fosse parco di diminutivi, subito la squisita ed esuberante Sabine Azéma, attrice prediletta nonché compagna del regista, si metterebbe a salticchiare correggendoci come una maestrina in pensione: “no, non qualcosa! piuttosto qualcosina!”. O magari preferirebbe canterellare Ces petits riens, un po’ sbigottita di ritrovarsi con la voce di Serge Gainsbourg: “Mieux vaut ne penser à rien / Que ne pas penser du tout / Rien c’est déjà / Rien c’est déjà beaucoup”. È proprio con Azéma, Pierre Arditi e André Dussolier (e da qualche anno uno stupefacente Lambert Wilson) che Resnais ha portato alla perfezione il suo cinema inteso come una bottega, un artigiano atelier dove tutti, dallo scenografo Jacques Saulnier ai direttori della fotografia Sacha Vierny o Renato Berta, concorrono a fabbricare fragilissimi nonnulla.
Un nonnulla, “c’est déjà beaucoup”: è già molto. Ma basta per essere vivi? Ripensando al secondo film di Resnais, il dubbio è legittimo. “Eppure, improvvisamente, in questa greve notte d’estate, i campi erbosi sulla collina si sono riempiti di gente che balla, che passeggia, che fa il bagno nella piscina, come villeggianti sistemati da molti giorni a Los Teques o a Marienbad.” Ecco, Marienbad. Anche se la citazione è tratta dall’Invenzione di Morel, il romanzo che Adolfo Bioy Casares scrisse nel 1941 e che Alain Robbe-Grillet riconobbe quale influenza principale della sua sceneggiatura de L’anno scorso a Marienbad. La trama del racconto di Casares è nota: un naufrago approda su un’isola abitata da persone che si ostinano a non vederlo. Dopo essersi innamorato di una fanciulla, scopre che tutti gli esseri dell’isola sono proiezioni cinematografiche in carne e ossa votate a ripetere in eterno una settimana di spensierate vacanze del 1924, e decide di proiettarsi a sua volta nel film, ben sapendo che se tale operazione sarà forse “capace di riunire le presenze disgregate” (o i tanti cuori infranti dei film di Resnais), essa non è affatto incruenta. Alla fine, il naufrago, irradiato dal diabolico proiettore, attende la morte guardando il simulacro di se stesso simulare una commedia romantica. E sconsolato osserva: “La mia anima non è passata, ancora, nell’immagine”. La speranza dell’amour fou è tutta inscritta in quell’“ancora” chiuso tra due virgole.
Amour fou, o Amour à mort: a volte si ha l’impressione che i personaggi di Resnais vivano ancora nell’isola di Bioy Casares, o a Marienbad, nella villa di Robbe-Grillet, immemori di sé o ricordando passati artificiali, come i replicanti di Blade Runner o come Jack Torrance nell’Overlook Hotel di Shining, inchiodato alla fine del film nella fissità di una fotografia che testimonia di un eterno ritorno del tempo e della memoria. O ancora, tornando a Resnais, come in Muriel, il tempo di un ritorno (1963), il cui titolo francese, Muriel ou Le Temps d’un retour, suggeriva sottilmente l’identità (o il conflitto) tra tempo e individuo. Un destino agghiacciante, stranamente orchestrato con sovrana leggiadria dall’atelier di Alain Resnais. Ma forse la contraddizione è solo apparente, forse aveva ragione Bioy Casares, quando ricordava: “L’eternità rotatoria può sembrare atroce a uno spettatore; è soddisfacente per i suoi attori. Liberi da cattive notizie e da malattie, vivono sempre come fosse la prima volta, senza ricordare le precedenti”. È così che l’eterno ritorno si trasforma in ritornello. E per vivere non serve un motivo: basta un motivetto.
Non sempre Resnais ha raccolto l’unanimità dei consensi. Un critico intelligentissimo quale Jacques Lourcelles definì L’anno scorso a Marienbad “uno dei film più insani che il cinema abbia prodotto”, ma gli si può opporre un memorabile articolo di Luc Moullet, apparso sui “Cahiers du cinéma” ai tempi di Smoking/No Smoking, dove l’opera di Resnais si illumina dello “splendore del nulla”: polvere di stelle, attorno a cui gravitano personaggi costretti a subire non tanto la vita quanto il suo copione. O il suo “romanzo”. O la sua operetta. O la sua canzonetta.

lunedì 2 dicembre 2013

So stop your sighin'

Daniel Cohn-Bendit ripropone l'oligarchia dei "saggi" di destra in versione rivoluzionaria sessantottina. Le due visioni hanno in comune:

– L'idea che i popoli europei non sono in grado di capire i problemi e le misteriose soluzioni dei nostri tempi, le "riforme" eccetera. Sono inoltre incapaci di proiettarsi nel futuro, vivono nel presente immediato, sono gretti, egoisti, limitati. E pensare che nel Medioevo si progettavano cattedrali la cui costruzione richiedeva secoli! (Mai che si ipotizzi la possibilità che ieri come oggi una cattedrale fosse considerata un optional, e che un mattone fosse aggiunto se e quando c'era tempo e denaro per farlo.)
– La scarsa considerazione per le questioni "sociali": se non irrilevanti, comunque non dirimenti. Ci si limita a rattoppare, quando si può, la miseria più nera; la (ex) classe media si arrangi: ad esempio leggendo i volantini promozionali dei supermercati invece dei programmi elettorali, cosa che quasi tutti facciamo da una vita. Peggio per noi: non siamo degni interlocutori della nuova "cultura politica" propugnata dai Monti e Cohn-Bendit.
– Il segno dell'emergenza costante come pietra tombale su qualsiasi obiezione: per gli oligarchi di destra, lo spread, il debito pubblico, la crisi, da cui si sta sempre per "uscire", domani, nel 2014, nel 2015, nel 2016…; da vero rivoluzionario, Cohn-Bendit ci aggiunge l'incubo stalinista del "2043": fra trent'anni ci sarà una catastrofe ecologica globale. Tanto quando la catastrofe (non) verrà ci saremo già attrezzati (rovinati?) e Cohn-Bendit sarà morto e quindi irresponsabile.

Secondo me Cohn-Bendit, come tante altre personalità politiche europee, anche degne di grande stima, non ha mai avuto una gran cultura democratica. Non era la priorità del 68 francese, non è la priorità dei tecnocrati alla Monti o alla Barroso o alla Merkel, che infatti ha una formazione politica DDR.
La figura di Giorgio Napolitano, in questo senso, è un unicum in Europa, perché racchiude in sé tutte queste Eigenschaften. Ancora una volta, come avviene da un secolo, l'Italia è l'esperimento mondiale per eccellenza, la provetta del pianeta.
Nei fatti ha ragione Cohn-Bendit? Può darsi, basta che si sia consapevoli di quel che dice e delle conseguenze di quel che dice. Se nessuno si lamenta, perché "avercela con la propria epoca"? Oltre alla beffa, non sia mai che si debba "subirne i danni".

 

giovedì 22 marzo 2012

Mattatoio C


sabato 2 aprile 2011

Way Out There

È ora che figlia9 cominci a vedere film che la bildunghino come si deve, dico io. È ora che si confronti con modelli paterni migliori di quello che le è toccato in sorte, dico io. Ho proprio qui un dvd che fa alla bisogna, con l'opzione doppiaggio italiano. Io lo vidi a 16 anni.

Il bruttone in moto? Niente, è solo un sogno.

Sì, no, ehm: diciamo che è un sogno diventato realtà, va bene? Ma non aver paura, mica è Chigurh. Cioè, quasi ma non del tutto. Eh? Chi è Chigurh? Ah… Non importa, dai, qui fa ridere. Perché non ridi?

Va bene tutto, capisco i problemi di labiale, capisco che il riferimento geografico negli anni Ottanta poteva sfuggire a un italiano idiota (pleonasma). Capisco tutto. Ma per la spettacolare punchline finale il responsabile del doppiaggio non poteva inventarsi qualcosa di meglio che un miserabile: "Non so, forse era Disneyland"?!


Mentre carico il filmato scopro che quanto scrivo si riallaccia involontariamente non solo all'header ma anche al primo post che scrissi. Quando si dice mordersi la coda.

lunedì 24 maggio 2010

L'ultimo gioco in città (LE SCOMMESSE SONO CHIUSE)

XXI — CRASH

Poche cose sono affascinanti quanto l’ego ferito di uno splendido angelo.
Lo psicopatico Stuntman Mike (Kurt Russell) a Butterfly (Vanessa Ferlito)
in Grindhouse — A prova di morte (Quentin Tarantino, 2007).


Riconosci il film da cui è estratta questa sequenza (attenzione: per ora ho tolto l'audio) e vinci tre airbag. Nuovi indizi giovedì e sabato, ma ogni volta farò scoppiare un cuscino salvavita e la tua carretta sarà sempre meno death proof.
AGGIORNAMENTO (giovedì 27 maggio): Ripristinato l'audio. Due airbag in palio.



ATTENZIONE: La partita si è conclusa venerdì 28 maggio alle 01.17. Manco a farlo apposta, dopo aver riconosciuto The Falls, oscar amalfitano ha indovinato The Fall (Tarsem Singh, 2006), piazzandosi così in una rischiosissima prima posizione.
Ruffiano ma efficace, il film si svolge in un sanatorio ai tempi del muto, protagonisti una bambina e uno stuntman depresso, e si chiude con questo montaggio alla Nuovo cinema Paradiso (le primissime immagini sono apocrife), che ora ti mostro per intero. "Fall" va quindi preso alla lettera, in questo caso: si tratta delle pericolose cadute a cui si sottoponevano le controfigure nei western e nelle comiche. Non a caso, nella scena finale Keaton è onnipresente, fino al tuffo dell'ultima inquadratura: nell'arte del "buster", ossia del capitombolo, era esperto avendola imparata da bambino quando si esibiva nei vaudeville con i genitori. Si ruppe varie ossa lungo tutta la carriera. Se invece di starsene a fare il semaforo dietro la sua bella linea gialla Prodi avesse guardato più slapstick forse oggi non ci ritroveremmo ad avere una faccia che non ride mai.
La prossima sfida si terrà lunedì 31 maggio.

L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ.
GRADUATORIA
oscar amalfitano: 5 airbag.
arco: 4 airbag.
Strelnik: 4 airbag.
bianca: 3
airbag.
dario: 1 airbag.
nessundorma: 1 airbag.

lunedì 17 maggio 2010

L'ultimo gioco in città (LE SCOMMESSE SONO CHIUSE)

XX — CAVE BOWSER

Riconosci il film da cui è estratto questo fotogramma e vinci tre idraulici polacchi. Nuove immagini giovedì e sabato, ma intanto Mariowski e Luigiwski saranno già scappati giù per il tubo.
AGGIORNAMENTO (giovedì 20 maggio): All you need to make a film is a pipe and a gun. Due idraulici polacchi verranno a ripararti le tubature se riconosci il titolo di questo film.
AGGIORNAMENTO (sabato 22 maggio): Dopo quest'ultimo indizio meriteresti francamente di annegare in un bicchier d'acqua. Fortuna per te che Luigiwski è rimasto nei paraggi.

pipes.jpg

pipes2.jpg

Pipes3.jpg

ATTENZIONE: La partita si è conclusa sabato 22 maggio alle 22.09. Il nuovo contendente Dario ha riconosciuto Blood Simple (1981), primo film dei fratelli Coen. La prima immagine del quiz è l'ultima del film.
La prossima sfida si terrà lunedì 24 maggio.

L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ.
GRADUATORIA
arco: 4 idraulici polacchi.
Strelnik: 4 idraulici polacchi.
bianca: 3
idraulici polacchi.
oscar amalfitano: 3
idraulici polacchi.
dario: 1 idraulico polacco.
nessundorma: 1 idraulico polacco.

lunedì 5 ottobre 2009

L'ultimo gioco in città

XXVIII — LAST SHOTS

Due bullets in the head a chi riconosce il titolo del film da cui è tratta questa sequenza. Giovedì e sabato, forse, nuovi indizi.
AGGIORNAMENTO (giovedì 8 ottobre): Direi che nei commenti a questo post ci sono indizi a sufficienza. Niente filmato aggiuntivo, lo riservo per sabato.

P.S.: Ti ricordo che le regole de L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ™ sono depositate presso il notaio Altamante Fruzzetti e possono essere consultate qui.


ATTENZIONE: la partita si è conclusa giovedì 8 ottobre alle 13.10. bianca si aggiudica due bullets in the head.
La sequenza del quiz mostrava le ultime immagini di Voglio la testa di Garcia (Bring Me the Head of Alfredo Garcia, 1974) di Sam Peckinpah.
La prossima sfida si terrà lunedì 12 ottobre.


L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ.
GRADUATORIA
arcomanno: 15 bullets in the head.
afasol: 14 bullets in the head.
bianca: 9 bullets in the head.
maxeramax: 3 bullets in the head.
YagaBaba: 3 bullets in the head.
gegio: 3 bullets in the head.
Andrea: 2
bullets in the head.

sabato 8 agosto 2009

Is this the end of Stenelo?

Date de réception: 7 août 2009

ATTENTION

La ou les vidéos ci-après ont été désactivées de votre compte en raison du non-respect du règlement de la communauté YouTube :

  • An American Werewolf in London — hot bodies, cold corpses - (stenelo)

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lunedì 20 luglio 2009

Flaimituzemun

Uomini sulla Luna!… Uomini a spasso intorno alla Terra!… E non c’è nessuno che rispetta la legge, nessuno che tiene l’ordine, nessuno più!
L’odissea nello spazio vista attraverso gli occhi di un vecchio barbone ubriaco (Paul Farrell) in Arancia meccanica (Stanley Kubrick, 1971).

– Quel che è stato creato, qui, è una comunità internazionale. Lo schema perfetto dell’ordine mondiale. Quando i due blocchi che si fronteggiano si renderanno conto di guardarsi in uno specchio, capiranno che questo è il modello del futuro.
– Tutta la Terra come il Villaggio…
– È quel che spero! E lei?
– Vorrei essere il primo uomo sulla Luna.
Il n° 2 (Leo McKern) spiega al n° 6 (Patrick McGoohan) che dal Villaggio non si evade nella serie televisiva creata da Patrick McGoohan The Prisoner (1967, 2° episodio: “The Chimes of Big Ben”).

Decisi che volevo sposarla quando vidi la luna riflessa sulla canna del fucile di suo padre.
Ali Hakim (Eddie Albert) in Oklahoma! (Fred Zinnemann, 1955).

domenica 21 giugno 2009

L'ultimo gioco in città (LE SCOMMESSE SONO CHIUSE)

XXII — PIGOLATURE

Tre multe del sindaco sceriffo a chi fa tacere questa gallina urlando il titolo del film.
AGGIORNAMENTO (mercoledì 24 giugno): Dal ministero delle Camminate Beote ci è appena pervenuto questo decreto di applicazione. Un condono riduce le multe da tre a due.
AGGIORNAMENTO (venerdì 26 giugno): Rinvenute le armi del delitto, il protagonista è quasi reo confesso. Merita le attenuanti: una sola multa.







P.S.: Ti ricordo che le regole de L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ™ sono depositate presso il notaio Altamante Fruzzetti e possono essere consultate qui. Se non sei Sado vai da Maso.

LA PARTITA SI È CONCLUSA SENZA VINCITORI.
IL FILM DA TROVARE ERA EL (LUIS BUÑUEL, 1953).
LA PROSSIMA SFIDA SI TERRÀ DOMENICA 28 GIUGNO.