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martedì 1 luglio 2014

Gufi

Perché il gufo gufò? Perché il picchio picchiò.
Throper Fallcaster, collezionista di freddure sugli uccelli e 54° caso esaminato in The Falls (Peter Greenaway, 1980).

Da sempre, appena sento la parola "gufo", la prima cosa a cui penso è un racconto di Ambrose Bierce, An Occurrence at Owl Creek Bridge, che lessi da bambino. Fu pubblicato nel 1890 sul "San Francisco Examiner". Un anno dopo Bierce lo inserì nella raccolta Tales of Soldiers and Civilians. Il titolo riporta chiaramente alla Guerra civile americana. Ma nel racconto che mi colpì (questo blog racconta esclusivamente la storia di un uomo "marqué par une image d'enfance") il contesto storico è irrilevante. Anche i gufi c'entrano poco. Si limitano a dare il nome a un ponte, dove inizia e finisce la storia. Dove finisce, soprattutto. Anche se in realtà finisce dove inizia. Anche se in realtà finisce come inizia.
Sono appena dieci cartelle, ma a causa della trovata finale ha segnato per sempre la storia della narrativa mondiale, e in particolare la narrazione fantastica. Quando incombeva plumbea "l'egemonia culturale della sinistra" e "i professoroni" terrorizzavano la nazione, l'italiano disponeva di decine di migliaia di parole, e in quella babele poteva persino permettersi di ospitare vocaboli repellenti. Per il racconto di Bierce, possiamo star certi che sarebbe stato usato il mostruoso aggettivo "seminale". Oggi, fortunatamente, quell'epoca cupa si è conclusa, e con le nostre 500 parole non riusciremmo neppure a raccontare un fine settimana di Maigret, ma almeno "famo a capirci" e diciamo che il racconto di Bierce è "’na robba".
In letteratura, la stoccata finale delle varianti di Owl Creek Bridge la dà Borges nel suo più bel racconto, El Sur. Fu pubblicato assieme a due altri testi nella seconda edizione di Finzioni. Il colpo di genio di El Sur è l'azzardo supremo: eliminare del tutto la trovata finale per disseminarla lungo tutto il testo, in tal modo che solo il lettore più malizioso potrà sospettare la soluzione (e, più che sospettarla, sentirla: sentirse en muerte, come titolava il primo esperimento narrativo di Borges, ispirato al medesimo incidente autobiografico: un incidente "seminale"). È un'operazione squisitamente letteraria. Molti anni dopo, chiudendo il cerchio, Roberto Bolaño trasformerà il tutto in splendido e mediocre sberleffo, con El gaucho insufrible. Il pastiche di Bolaño elimina il colpo di scena, semplicemente. Non lo trovi né alla fine del racconto, né all'inizio, né durante. È bellissimo.
Al cinema i nipotini di Bierce riempirebbero un orfanotrofio dickensiano (per non parlare della televisione: quel racconto è praticamente il palinsesto di qualsiasi episodio di The Twilight Zone). Il mio preferito è Carnival of Souls di Harold Arnold "Herk" Harvey (dopo quel film, di "Herk" credo non si seppe più nulla). E non solo perché assieme a L'ultimo uomo della Terra di Ubaldo Ragona ispirò a Romero La notte dei morti viventi. Ma anche per quello. Il film più famoso è invece Il sesto senso di M. Night Shyamalan, che a me però non ha mai convinto perché non c'è colpo di scena, per quanto sorprendente (e dal 1890 quel colpo di scena non sorprende più), che giustifichi la tortura di un racconto psicologico. Shyamalan lo ha capito, e i film che ha fatto in seguito mi piacciono moltissimo.
Dal racconto di Bierce è stato girato un cortometraggio, La Rivière du hibou.



Subito dopo Bierce, quando sento la parola "gufo" penso a John Travolta, nel film in cui scoprii che John Travolta era un attore fenomenale. Blow Out è anche il film che preferisco di Brian De Palma. A ripeterlo rapidamente, diventa uno scioglilingua e sembra quasi di sentire il gufo gufare: blow out blow out blowlout.
La prima volta che Travolta raccoglie i suoi miserabili effetti sonori sul ponte dove inizia la storia (ma non finisce, anche se sempre lì si torna; mentre il film, che racconta un'altra storia, comincia prima e quindi finisce dove comincia), il gufo bubola e sembra guardarlo fisso negli occhi. Però quando la raccolta viene ricostituita mentalmente in studio, l'immagine si divide in due, la memoria si sdoppia razionalmente e schizofrenicamente, con il senno e la paranoia di poi: Travolta e il gufo guardano nella medesima direzione: verso l'incidente (o occurrence). Si chiama split screen, a De Palma piace molto perché a lui piacciono le cose più brutte, De Palma è lo spazzino del cine, se fosse italiano sarebbe capace di fare un film intitolato "Il bubolio seminale del gufo".
Naturalmente quell'immagine non l'hai più dimenticata.


Ma alla fine il gufo gufò gufò gufò.

sabato 8 dicembre 2012

Les Gens d'en face

Mio nonno aveva svariati fratelli e sorelle. Non ne ho conosciuto nessuno (uno l'ho intravisto da ragazzino) e di loro so poco. Ora sono tutti morti. So che a parte una di loro furono tutti resistenti, ma credo che solo una abbia ammazzato con le proprie mani. Il giorno della fine del fascismo, almeno così mi hanno raccontato, sfila su un carro per le vie di Roma. Arrivati a piazza Venezia, due giovani soldati sotto il famoso balcone puntano il fucile contro il camion. Tutti scendono e scappano. Lei invece si dirige dritta verso quei due, strappa loro il fucile di mano e molla due ceffoni a ciascuno.
1990. Da quel che so, lei soffriva di una grave forma di depressione. Il marito, uno storico, si era rotto una gamba e veniva a medicarlo un'infermiera. Un giorno l'infermiera suonò alla porta. Invece di aprirle, la mia prozia preferì buttarsi dalla finestra. Credo che abitassero al quarantesimo piano.

Mia nonna era nata in Germania ed era ebrea. Nel '33 si dissero che era meglio espatriare. Lei andò in Italia, il fratello in America. La sorella più giovane emigrò a Londra. Durante la guerra si guadagnò da vivere facendo la saldatrice per la RAF, forse fu proprio uno dei "suoi" aerei che rase al suolo la casa di famiglia, a Berlino. È ancora viva e il suo secondo nome è Estrella.


Grazie alla rete, ho scoperto pochissimi anni fa che Stenelo era lo pseudonimo di un altro fratello di mio nonno. Io credevo di chiamarmi così per motivi religiosi (Stenelo figlio di Capaneo, bestemmiatore di Dio). Anche lui si era sposato con un'ebrea tedesca, lei ho fatto in tempo a conoscerla.
Roma fine anni Settanta, retate a gogo. Mio cugino, figlio di Stenelo, mi raccontò di esser stato fermato dalla polizia, per strada, e portato in commissariato. Cominciano a torchiarlo: "Tua madre è ebrea? Eh? Una puttana, eh? Quanti cazzi succhia, eh?". Puntandogli il dito contro, facendolo indietreggiare. Quel poliziotto conosce il tipo che ha di fronte: lombrosianamente, prima o poi risponderà con le cattive, in famiglia siamo abbastanza maneschi e mio cugino può permetterselo: è un armadio, con pugni grossi come incudini. Il poliziotto vuole esattamente quello. Come tutti, mio cugino avrà fatto anche lui qualche fesseria, nella sua vita, ma quella volta non commette l'errore di non guardare dietro di sé: dove lo aspetta, invitante, una finestra, naturalmente aperta. Lui l'ha scampata.


Il 28 luglio 1993, a mezzanotte e otto, mi trovavo a Roma, zona Monteverde vecchio, nel grande appartamento dei miei nonni, ambedue scomparsi. Sentii un forte boato, questo lo ricordo. Non ricordo cosa pensai al momento, probabilmente nulla, e neppure se dopo pochi minuti scoprii quel che era successo perché lo vidi in televisione (credo non funzionasse più) o perché mi telefonò mio cugino, sempre lui. Via del Velabro, certo. Ci vive suo fratello, con la vecchia madre. Pochi minuti dopo siamo lì. La polizia ha già bloccato il quartiere: "Non si può passare". "Come non si può passare, testa di cazzo, lì ci abita mia madre, ti spacco la faccia."
A mezzanotte e otto il cugino del Velabro era per strada e stava infilando la chiave nella toppa del portone. L'autobomba si trovava a pochi metri di distanza. Rientrando, ci era passato davanti una manciata di secondi prima. Il soffio lo ha catapultato all'indietro. Scardinato, il portone pesantissimo è stato proiettato in avanti. Se gli fosse cascato addosso, probabilmente mio cugino sarebbe morto. Se l'è cavata senza un graffio.
Saliamo all'appartamento. Fa buio pesto, in tutta la zona è saltata l'elettricità. Andiamo nella stanza della mia prozia. Tranquilla, in camicia da notte. Ricordo le torce nell'oscurità, e la voce di uno dei figli: "Fortuna che già dormiva invece di leggere seduta, sennò la mamma ce l'eravamo giocata". E il fascio di luce a sciabolare la parete, una trentina di centimetri sopra il letto: un Seurat di schegge di vetro conficcate nel muro, sparate nella stanza dalla finestra esplosa.


La mia prozia morì sette anni dopo. Ricordo che mi recai alla camera ardente, ed entrai nel momento esatto in cui ne usciva Luciano Violante. All'epoca era Presidente della Camera, e il suo discorso d'insediamento è rimasto tristemente celebre. Un Presidente della Camera "non dovrebbe mai agire come se stesse scrivendo la Storia". Non so se la sua presenza risultasse gradita. Ma è anche vero che non puoi sceglierti i dirimpettai e a volte sei costretto a mangiarti la minestra, sperando che non sia cicuta.

venerdì 25 giugno 2010

Dacci due tagli

Un arcobaleno che inizia in un cinema malfamato e finisce in una fabbrica in sciopero.
Roberto Bolaño, Mollate tutto, di nuovo (primo manifesto infrarealista), 1976.

Ed ecco un’altra speranza di Broadway: il Gran Faustino. Per vent’anni ha suonato l’organetto con una scimmia. Poi un giorno la scimmia si è messa in sciopero. Chiedeva orari di lavoro più brevi e banane più lunghe.
Il detective Sam Grunion (Groucho Marx) presenta il Gran Faustino (Chico Marx) in Una notte sui tetti (Love Happy, 1949) di David Miller e Leo McCarey.

sabato 20 marzo 2010

Interferencia secreta

PAROLE VENUTE DALLO SPAZIO

Che cos'è Interferencia secreta? È un nastro registrato illegalmente. Sono voci che parlano e trasmettono ordini e contrordini l'11 settembre del 1973. Voci che abbiamo sentito vagamente in qualche momento della nostra vita, ma alle quali non riusciamo a dare un volto, come se provenissero da immagini senza sostanza. Voci che sono echi di una paura sconnessa annidata in qualche punto del nostro corpo. Fantasmi immaginari. Una paura reale e, al tempo stesso, comune.
Alcuni ordini sono tassativi: si parla di uccidere immediatamente, si parla di arresti, si parla di bombardamenti. Gli uomini che parlano qualche volta scherzano: questo non ce li rende più vicini, al contrario, li inabissa, sono uomini che vengono fuori da fosse invisibili e impercettibili e con un linguaggio vagamente militare si assumono il compito di instaurare l'ordine. L'umorismo di cui fanno sfoggio è, malgrado tutto, familiare. Un umorismo che riconosciamo e non vorremmo riconoscere.
Chi parla potrebbe essere mio padre o mio nonno. Chi trasmette gli ordini potrebbe essere un mio vecchio compagno di scuola, quello prepotente o quello diligente, quello insignificante oppure quello che soltanto una volta ha partecipato ai nostri giochi. In queste voci familiari possiamo osservarci, di riflesso, come se ci vedessimo in uno specchio. Non è lo specchio di Stendhal, lo specchio che passeggia lungo la strada, ma potrebbe esserlo e per molti di coloro che ascoltano le voci lo sarà certamente in via definitiva.
All'inizio le voci sono indistinguibili. A poco a poco, però, ciascuna acquista una personalità, sebbene tutte condividano l'impronta della cilenità, ossia l'impronta lasciata da un'infanzia immersa nella nebbia e in qualcosa che in mancanza di una parola migliore chiameremo felicità. Le voci venute dallo spazio non solo ridisegnano l'isola infantile chiamata Cile: ci mostrano con la bacchetta del maestro la nostra realtà, ci chiedono di aprire gli occhi e anche le orecchie. Sono voci di uomini reali. Alcuni di loro, è evidente dal timbro, dalle esitazioni, sono spaventati e nervosi. Altri mantengono la compostezza con un sangue freddo invidiabile. Il nastro avanza e a poco a poco le voci si fanno sempre più familiari, come se fossero sempre state lì, a parlarci, a minacciarci. La similitudine è superflua. Infatti, sono sempre state lì. Sono gli uomini che ordinarono a un padre di sodomizzare il proprio figlio se non voleva che li uccidessero entrambi, sono i capetti che introdussero topi vivi nella vagina di una militante del MIR di ventidue anni cui davano della puttana.
L'apparenza, però, è quella di un gioco. Le voci si trascinano dalla nostra infanzia come numi tutelari decisamente buontemponi: se Dio non esiste, tutto è possibile, se la patria chiama, tutto si può fare. Alcune voci esitano. La maggior parte accetta, dubbiosa. La loro ingenuità, a volte, è immensa. Un ufficiale d'alto grado, in comunicazione diretta con un altro ufficiale d'alto grado, dice che da quel momento, data l'importanza di quel che deve trasmettergli, gli parlerà in inglese. Come se l'inglese fosse una lingua morta o come se nessuno, dall'altra parte, sapesse l'inglese.
Non c'è niente da fare: sono le voci della nostra infanzia. Voci cilene, come infiltrate in un film troppo grande per loro, voci che trasmettono un messaggio che loro stesse non capiscono del tutto. Un dialogo al di là della realtà, là dove il dialogo è impossibile. Eppure l'immagine finale, per quanti fatti straordinari accumuli, non sfugge a una banalità troppo familiare, ripetuta fino alla nausea. Tutti noi, in qualche momento della nostra vita, abbiamo conosciuto gli uomini che stanno parlando. Le voci, come in un immenso romanzo radiofonico a puntate, recitano per noi, ma soprattutto recitano per loro stessi. Pornografia, snuff movies. Finalmente hanno trovato il ruolo della loro vita. Alla fine i soldati hanno la loro guerra, la loro guerra più bella: di fronte a loro ci siamo noi, disarmati, ma a guardare e ad ascoltare.
Roberto Bolaño, Tra parentesi (trad. Maria Nicola), Milano 2009, pp. 88-90.



— Ti aspetto sabato al Circo Massimo.
— Mi sa che non posso. Conto comunque di rivederti a Filippi.
Dust.

mercoledì 27 gennaio 2010

La trasparenza e lo stupido

L'America Latina è stata il manicomio d'Europa così come gli Stati Uniti ne sono stati la fabbrica. La fabbrica ora è in mano ai caposquadra, e i matti evasi dal manicomio ne sono la mano d'opera. Il manicomio, da più di sessant'anni, sta bruciando nel proprio olio, nel proprio grasso.
Roberto Bolaño, "I miti di Chtulhu", Il gaucho insostenibile (trad. Maria Nicola), Palermo 2006, p. 170.

Rousseau dice che... Posso citarlo?
Luca Zaia, ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali a La storia siamo noi, Rai Due, 27 gennaio 2010.

A volte mi dico che per fare ordine nella mia testa e avere l'impressione di conservare un minimo controllo (intendi: comprensione) su questi tempi bui, vorrei stilare una breve lista delle sue costanti: principalmente italiane, ma non solo, non sempre. Ne butto sbrigativamente giù tre, le altre aggiungile te, se il gioco ti diverte.

1) La trasparenza. Chiamala se vuoi sfacciataggine, anche se preferisco il termine trasparenza, a me una certa idea di trasparenza fa orrore: penso all'inizio dell'era dei cellulari, dove si ripeteva continuamente che tutti potevano trovarti ovunque; penso anche alla celebre scena di Playtime, in cui un appartamento si ritrova con un'immensa vetrata al posto della parete che dà sulla strada. Tutto sembra perfettamente leggibile, le intenzioni più recondite vengono squadernate davanti agli occhi di tutti. Nessuno darà prova di essere un sottile analista, ad esempio, sostenendo che la riabilitazione della figura di Bettino Craxi non ha alcun interesse in sé, alcuna necessità teorico-politica e pochissime ragioni storiche d'essere, che essa ha come unico fine la salvaguardia d'interessi attualissimi di persone vivissime, e ovviamente dannosissime. Che essa ha come unico fine l'impresa totalizzante nella quale sono concretamente imbarcate tutte le forze di governo (e, per usare l'espressione usata in una soprendente intervista, anche le forze, sebbene "debolezze" qui sarebbe più adatto, che non governano): la salvaguardia assoluta del capo. Assoluta, nel senso letterale e storico del termine. A costo di eliminare il potere giudiziario, e magari tutti gli altri poteri, che in una democrazia funzionante sono indipendenti ma relativi (e responsabili). Chi lo ripete, nessuno prova neppure più a smentirlo, come se lo spazio politico si fosse ridotto a un semplice e mafioso (v. Donnie Brasco) "che te lo dico a fare".
La moltiplicazione di leggi-porcate già varate o attualmente discusse nelle Camere e commentate (leggi: giustificate e imposte) dai vari tg indigna e scandalizza (forse). A me atterrisce l'ovvietà delle intenzioni che le sottendono, e il modo in cui tali intenzioni vengono sprezzantemente palesate ai cittadini da coloro che dovrebbero rappresentarli e che sembrano non temere più nulla. Una trasparenza senza ostacolo, insomma. A una legislatura che ha poggiato i sederi delle veline sulle poltrone ministeriali si addice la pravda degli editoriali minzoliniani: quando un didietro si espone in primo piano, il dietrologo finisce in cassa integrazione.
(Esempio all'estero: la folgorante ascesa politica di Jean Sarkozy, figlio dell'attuale Presidente della Repubblica francese: questo il suo unico merito. Anche se Neuilly non è ancora la Francia, mentre qui si assiste da vent'anni a un'arcorizzazione dell'Italia.)

2) L'umorismo. Tutto quel che esula dagli interessi sopra descritti, tutte le questioni rimanenti (riforme, crisi, occupazione, precarietà, ecc.) scompaiono, risucchiate da un buco nero di scherzi, battute, motti di spirito. Ecco un'altra costante: Bush jr. era irresistibilmente comico, e su questo giocava spesso e volentieri. È la storia della proposta paradossale fatta dal ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione Renato Brunetta di cacciare di casa i cosiddetti bamboccioni, che lo stesso on. Brunetta ha definito "uno scherzo". Un editorialista reputava sintomatico del degrado antropologico il fatto che non si fosse più in grado di capire che di scherzo si trattava, piuttosto che interrogarsi sulla natura di una classe politica ridotta a rappresentare e autorappresentare (consapevolmente, in modo ripeto deliberato e trasparente) una pagliacciata non-stop. Al racconto pirandelliano C'è qualcuno che ride, letto come possibile critica al fascismo, oggi si rimedia con un E tutti risero. Si stila così una nuova clausola del contratto sociale, che annulla tutti gli articoli precedenti: ai sovrani il diritto di essere dei buffoni; ai cittadini il dovere di avere senso dell'umorismo.

3) Il manicomio. Da ricondurre ovviamente ai due punti precedenti. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, descritto dalla moglie Veronica come uno che "non sta bene". Ma non solo: ricordo Francesco Merlo, in un'intervista radiofonica, definire "materia da psicoanalisi" la dichiarazione del già citato ministro Brunetta sulla sinistra ("può andare a morire ammazzata"). Il suo commento non mi sembrò costituire una scusante. Lo reputai convincente. Meglio: ovvio, ancora una volta. Mi limiterò a esempi noti a tutti, che curiosamente hanno in comune una mimica e spesso un vocabolario da teppista. Il corpo scosso dai tic di Nicolas Sarkozy, quando si trova in difficoltà o anche solo quando è contraddetto, magari invitando un pescatore che lo insulta da un parapetto a "scendere un po'"; il ministro della Gioventù Giorgia Meloni, vittima di un raptus isterico davanti a una giornalista dell'australiana ABC che le sta ponendo normalissime domande; il ministro della Difesa Ignazio La Russa che in una trasmissione televisiva, in nome di un suo autoconcesso diritto all'"incazzatura", sostiene che i membri della Corte europea dei diritti dell'uomo e di "quei cinque organismi internazionali che non contano nulla possono morire". Silvio Berlusconi che minaccia, anzi "giura" di strozzare quelli che scrivono di mafia. Eccetera.
A fare il punto della questione, di tanto in tanto, come il massone guzzantiano spunta Minzolini: sempre out of the blue, eppure ormai prevedibilissimo, nella puntualità dei suoi interventi (cf. punto 1), sempre con occhi assatanati e tono minatorio, come se volesse piegare il braccio dello spettatore dietro la schiena per obbligarlo a promettere che "non lo farà più" (ma cosa?!). Solo che almeno nel Caso Scafroglia alla fine arrivavano i dottori: quello non era un set televisivo, ma la messinscena terapeutica di un ricovero per malati di mente.

Tempi bui, governati da un cavaliere oscuro. Gotham City, Italia.


lunedì 4 gennaio 2010

L'ultimo gioco in città (LE SCOMMESSE SONO CHIUSE)

I — THE BIG CHILL

Oltre questa non vi è niente, se non freddo e nemici.
Prime parole del narratore nel documentario Bosphore (Maurice Pialat, 1962). (Lo scrive Ovidio in esilio, Tristia, Libro II.)

Sembra provenire da un paese dove fa sempre freddo.
Travis Bickle (Robert De Niro) descritto da Paul Schrader nella sua sceneggiatura di Taxi Driver (Martin Scorsese, 1976).

— Ha mai provato la fame feroce, il freddo che penetra nelle ossa, il caldo che lascia senza fiato?
— Come dice Vittorio Gassman in un film: modestamente, sì.
Roberto Bolaño intervistato da Mónica Maristain per l’edizione messicana di “Playboy”, luglio 2003. L’intervista uscì pochi giorni dopo la scomparsa di Bolaño, morto il 15 luglio. Ora la trovi integralmente tradotta qui.

Sciogli l'enigma di questi frosty frames e vinci tre Amalia de Lana. Giovedì e sabato ti farò vedere nuove immagini, ma mi imbacuccherò (di) altrettante amalie: rischi di fare la fine del custode alcolizzato.
AGGIORNAMENTO (giovedì 7 gennaio): Grazie a qualche vecchia cartolina, ho allungato il filmato. Ma qui continua a far freddo, Bersani indossa sempre la stessa giacca sformata, Berlusconi sfoggia sempre lo stesso cerottino e l'unico problema della politica italiana, ce lo dicono tutti i giorni sul tg1 alle 20.14 precise, si chiama Di Pietro. Fosse il 2 febbraio mi preoccuperei, come diceva sempre Rossella O'Hara alla sua marmotta. Meglio uscire coperti, con 2 Amalia de Lana.
AGGIORNAMENTO (giovedì 9 gennaio): Il filmato è sempre più lungo, e la soluzione talmente ovvia che persino io riuscirei a indovinarla, non so se mi spiego. Non meriteresti neppure un'Amalia de Lana.



LA PARTITA SI È CONCLUSA SENZA VINCITORI.
LA SCENA ERA TRATTA DA EL SUR (1982), IL PIÙ BEL FILM DI VICTOR ERICE, SEBBENE INCOMPIUTO.
LA PROSSIMA SFIDA SI TERRÀ LUNEDÌ 11 GENNAIO.

venerdì 16 ottobre 2009

Santa Teresa, Italia, annoduemilaseicentosessantasei


A quella stessa ora i poliziotti che smontavano dalla notte si ritrovavano a far colazione da Trejo's, una tavola calda lunga e stretta, con poche finestre, simile a una bara. Là bevevano caffè o mangiavano uova alla ranchera o uova alla messicana o uova con la pancetta o uova fritte. E si raccontavano barzellette. A volte erano monotematiche. Le barzellette. E abbondavano quelle sulle donne. Per esempio, un poliziotto diceva: com'è la donna perfetta? Be', alta mezzo metro, con gli orecchi grossi, la testa piatta, senza denti e bruttissima. Perché? Be', di mezzo metro perché ti arrivi esattamente ai fianchi, imbecille, con gli orecchi grossi per maneggiarla con facilità, con la testa piatta per avere un posto dove appoggiare la birra, senza denti perché non ti faccia male all'uccello e molto brutta perché nessun figlio di puttana te la rubi. Certi ridevano. Altri continuavano a mangiare le loro uova e a bere il loro caffè. E quello che aveva raccontato la prima barzelletta continuava. Diceva: perché le donne non sanno sciare? Silenzio. Perché in cucina non nevica mai. Certi non capivano. La maggior parte dei poliziotti non aveva mai sciato in vita sua. Dove si scia in mezzo al deserto? Ma altri ridevano. E quello che raccontava le barzellette diceva: forza, belli, definitemi una donna. Silenzio. E la risposta: be', un insieme di cellule mediamente organizzate che circondano una vagina. E allora qualcuno rideva, un agente della giudiziaria, fantastica questa, Gonzàlez, un insieme di cellule, sissignore. E un'altra, stavolta internazionale: perché la Statua della Libertà è donna? Perché per metterci il belvedere avevano bisogno di qualcuno con la testa vuota. E un'altra ancora: in quante parti è diviso il cervello di una donna? Be', dipende, belli! Da cosa dipende, Gonzàlez? Dipende da quanto la picchi duro. E ormai infervorato: perché le donne non sanno contare fino a settanta? Perché quando arrivano al sessantanove hanno già la bocca piena. E ancora più infervorato: che cos'è più scemo di un uomo scemo? (Questa era facile). Be', una donna intelligente. E sempre più infervorato: perché gli uomini non prestano la macchina alla moglie? Perché dalla camera alla cucina non c'è la strada. E nello stesso stile: cosa ci fa una donna fuori dalla cucina? Aspetta che si asciughi il pavimento. E una variante: cosa ci fa un neurone nel cervello di una donna? Be', turismo. E allora lo stesso agente della giudiziaria che aveva riso rideva ancora e diceva bellissima, Gonzàlez, molto azzeccata, un neurone, sissignore, turismo, molto azzeccata. E Gonzàlez, instancabile, continuava: come sceglieresti le tre donne più stupide del mondo? Be', a caso. L'avete capita, belli? A caso! Tanto è uguale! E poi: cosa bisogna fare per ampliare la libertà di una donna? Be', darle una cucina più grande. E di nuovo: cosa bisogna fare per ampliare ancora di più la libertà di una donna? Be', attaccare al ferro da stiro una prolunga. E qual è la giornata della donna? Be', una giornata senza pensieri. E quanto ci mette una donna a morire per un colpo in testa? Be', sette o otto ore, dipende da quanto ci mette la pallottola a trovare il cervello. Il cervello, sissignore, borbottava l'agente della giudiziaria. E se qualcuno rimproverava a Gonzàlez di raccontare troppe barzellette maschiliste, Gonzàlez rispondeva che era più maschilista Dio, che ci aveva fatto superiori. E proseguiva: come si definisce una donna che ha perso il novantanove per cento del suo quoziente di intelligenza? Be', muta. E cosa ci fa il cervello di una donna in un cucchiaino da caffè? Be', galleggia. E perché le donne hanno un neurone in più dei cani? Perché quando puliscono il bagno non bevano l'acqua del water. E cosa fa un uomo quando butta una donna dalla finestra? Be', inquina l'ambiente. E in cosa somiglia una donna a una pallina da squash? Be', più forte la batti, più velocemente torna da te. E perché le cucine hanno una finestra? Be', perché le donne vedano il mondo. Finché Gonzàlez non si stancava e beveva una birra e si lasciava cadere su una sedia e gli altri poliziotti ricominciavano a occuparsi delle loro uova. Allora l'agente della giudiziaria, esausto dopo una notte di lavoro, borbottava quanta sacrosanta verità era nascosta nelle barzellette popolari. E si grattava le parti basse e posava sul tavolo di plastica il suo revolver Smith&Wesson 686, quasi un chilo e duecento grammi di peso, che sbattendo contro la superficie del tavolo faceva un rumore secco, come quello di un tuono in lontananza, e riusciva ad attrarre l'attenzione dei cinque o sei poliziotti più vicini, che ascoltavano, no, che vedevano le sue parole, le parole che l'agente della giudiziaria voleva dire, come se fossero clandestini persi nel deserto e vedessero un'oasi o un villaggio o una mandria di cavalli selvaggi. Quanta sacrosanta verità, diceva l'agente della giudiziaria. Chi cazzo inventerà le barzellette?, diceva l'agente della giudiziaria. E i proverbi? Da dove cazzo vengono? Chi è il primo a pensarli, chi è il primo a dirli? E dopo qualche secondo di silenzio, con gli occhi chiusi, come se si fosse addormentato, l'agente della giudiziaria socchiudeva l'occhio sinistro e diceva: date retta all'orbo, imbecilli. Le donne dalla cucina al letto, e per la strada legnate. Oppure diceva: le donne sono come le leggi, sono fatte per essere violate. E le risate erano generali. Una grande coperta di risate si innalzava nel locale lungo e stretto, come se i poliziotti la usassero per lanciare in aria la morte. Non tutti, naturalmente. Alcuni, ai tavoli più distanti, finivano le loro uova con il chili o le loro uova con la carne o le loro uova con i fagioli in silenzio o parlando fra loro, delle loro cose, isolati dal resto. Facevano colazione, per così dire, coi gomiti appoggiati sull'angoscia e sul dubbio. Appoggiati sull'essenziale che non porta da nessuna parte. Intirizziti dal sonno: cioè voltando le spalle alle risate che sostenevano un altro sogno. Altri invece, coi gomiti appoggiati in fondo al bancone, bevevano senza dire nulla, limitandosi a guardare quella baraonda, o a mormorare che roba, o senza mormorare nulla, imprimendosi semplicemente sulla retina i poliziotti e gli agenti della giudiziaria.

Roberto Bolaño, 2666**, traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi, Milano 2008, pp. 259-62.

domenica 6 settembre 2009

L'ultimo gioco in città (LE SCOMMESSE SONO CHIUSE)

XXIV — DELL'ULTIMO ORIZZONTE

La quarta dimensione, diceva, contiene le altre tre dimensioni e conferisce loro, incidentalmente, il loro valore reale, cioè annulla la dittatura delle tre dimensioni, e annulla, pertanto, il mondo tridimensionale che conosciamo e in cui viviamo. La quarta dimensione, diceva, è la ricchezza assoluta dei sensi e dello Spirito (con la maiuscola), è l'occhio (con la maiuscola), cioè l'Occhio, che si apre e annulla gli occhi, che confrontati con l'Occhio sono appena due poveri orifizi di fango, fissi nella contemplazione o nell'equazione nascita-apprendistato-lavoro-morte, mentre l'Occhio risale il fiume della filosofia, il fiume dell'esistenza, il fiume (rapido) del destino.
Roberto Bolaño, 2666, traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi, Milano 2008, pp. 396-7.

Il gioco riprende: tre dimensioni a chi riconosce il titolo di questo film.
AGGIORNAMENTO (mercoledì 9 settembre): Due fotogrammi, due dimensioni: Flatlandia. Approfondire non serve a niente, tanto le apparenze non ingannano mai, anche se Paco Coelho sostiene che "[…] non tutto sembra ciò che realmente poi, a ben vedere, dovrebbe, o potrebbe, sembrare" (L'aura del divino che è in noi illumina l'aura celeste fino alla beatitudine che guida alla dimensione dell'armonia, ed. Stacchia, Misterbianco 2007).
AGGIORNAMENTO (venerdì 11 settembre): Nuovo fotogramma. È ora di fare il punto della situazione. Per esistere una dimensione basta e avanza.
AGGIORNAMENTO (domenica 13 settembre): Bonus frame. Il gioco resta aperto fino a lunedì mattina. Watch the skies, folks, non il dito.





P.S.: Ti ricordo che le regole de L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ™ sono depositate presso il notaio Altamante Fruzzetti e possono essere consultate qui. Se ne hai il coraggio, vai a giocare nell'andere Seite.

ATTENZIONE: la partita si è conclusa domenica 13 settembre alle 12.47. Ancora una volta, Bianca ha trovato la soluzione: il film da riconoscere era Gli invasori spaziali (Invaders from Mars, 1953) dello scenografo William Cameron Menzies. Un bambino è convinto che un'astronave sia atterrata oltre il colle che vede dalla finestra. Ma si scontra con l'incredulità di genitori e autorità. È tutto frutto di un sogno o gli abitanti della cittadina sono posseduti dagli alieni del pianeta rosso? Anche se non esistono prove certe, pare che inizialmente il film fosse pensato per essere proiettato in 3D.
AGGIORNAMENTO (16.30): Solo ora scopriamo che sull'altro tavolo da gioco anche maxeramax aveva trovato la soluzione, sebbene con tre ore di ritardo rispetto a Bianca. Oggi mi sento generoso e ho deciso — in via del tutto eccezionale, finita e trasparente — di premiare anche lui: per la sua
onestà, per la sua assiduità e per la sua complicatissima facilità.

La prossima sfida si terrà lunedì 14 settembre.


L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ.
GRADUATORIA

afasol: 14 dimensioni.
arcomanno : 11 dimensioni.
bianca: 7 dimensioni.maxeramax: 3 dimensioni.
YagaBaba: 3 dimensioni.
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lunedì 17 agosto 2009

Due 666

Quella notte, mentre Liz Norton dormiva, Pelletier ricordò una sera ormai lontana in cui lui ed Espinoza avevano visto un film del terrore nella camera di un albergo tedesco.
Il film era giapponese e in una delle prime scene comparivano due ragazze adolescenti. Una di loro raccontava una storia. La storia era su un bambino che stava trascorrendo le vacanze a Kobe e voleva uscire in strada a giocare con gli amici proprio alla stessa ora in cui alla televisione davano il suo programma preferito. Così il bambino metteva una cassetta per registrare il programma e poi usciva. Il problema a quel punto stava nel fatto che il bambino era di Tokyo e a Tokyo il suo programma andava in onda sul canale 34, mentre a Kobe il canale 34 era vuoto, cioè era un canale dove non si vedeva nulla, solo nebbia televisiva.
E quando il bambino, rientrando a casa, si sedeva davanti al televisore e metteva la cassetta, invece del suo programma preferito vedeva una donna con la faccia bianca che gli diceva che stava per morire.
E nient'altro.
E poi squillava il telefono e il bambino rispondeva e sentiva la voce della stessa donna che gli domandava se per caso credeva che si trattasse di uno scherzo. Una settimana dopo trovavano il corpo del piccolo in giardino, morto.
E tutto questo lo raccontava la prima adolescente alla seconda adolescente e a ogni parola che pronunciava sembrava morire dal ridere. La seconda adolescente era notevolmente spaventata. Ma la prima adolescente, quella che raccontava la storia, dava l'impressione di essere lì lì per rotolarsi sul pavimento dal ridere.
E allora, ricordava Pelletier, Espinoza aveva detto che la prima adolescente era una psicopatica da quattro soldi e che la seconda adolescente era una cogliona, e che quel film avrebbe potuto essere un buon film se la seconda adolescente, invece di fare smorfie piagnucolose e una faccia tremendamente angosciata, avesse detto alla prima di starsene zitta. E non in modo dolce ed educato, ma piuttosto tipo: «Zitta tu, figlia di puttana, di cosa ridi? Ti eccita raccontare la storia di un bambino morto? Godi a raccontare la storia di un bambino morto, brutta succhiacazzi immaginaria?».
E cose del genere. E Pelletier ricordò che Espinoza aveva parlato con tale veemenza, imitando persino la voce e le espressioni che la seconda adolescente avrebbe dovuto assumere davanti alla prima, che lui aveva ritenuto più opportuno spegnere la televisione e andarsene a bere qualcosa al bar con lo spagnolo prima di ritirarsi ognuno nella sua stanza. E ricordava anche di aver provato affetto per Espinoza, un affetto che rievocava l'adolescenza, le avventure rigorosamente condivise e i pomeriggi in provincia.
Roberto Bolaño, 2666, traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi, Milano 2007, pp. 47-9.



Parlò di nuovo con Rosa Maria Medina. Stavolta la aspettò seduto sul gradino della porta di casa. Quando la ragazza arrivò gli chiese scandalizzata perché non aveva suonato il campanello. Ho suonato, disse Epifanio, mi ha aperto tua madre e mi ha invitato a bere un caffè, ma poi è dovuta andare a lavorare e io sono rimasto ad aspettarti qui. La ragazza lo invitò a entrare ma Epifanio preferì rimanere seduto fuori, perché faceva meno caldo che dentro, a quanto pare. Le chiese se fumava. La ragazza prima rimase in piedi, da una parte, e poi si sedette su un sasso piatto e gli disse che non fumava. Epifanio contemplò il sasso: era molto strano, a forma di sedia, ma senza schienale, e il fatto che la madre o qualcuno della famiglia l'avesse messo lì, in quel giardinetto, era segno di buon gusto e persino di tatto. Chiese alla ragazza dove era stato trovato il sasso. L'ha trovato mio padre a Casas Negras, disse Rosa Maria Medina, e l'ha portato fin qui di peso. È là che hanno rinvenuto il corpo di Estrella, disse Epifanio. Lungo la strada, disse la ragazza chiudendo gli occhi. Mio padre ha trovato questo sasso proprio a Casas Negras, a una festa, e se ne è innamorato. Era fatto così. Poi gli disse che suo padre era morto. Epifanio volle sapere quando. Un mucchio di anni fa, disse la ragazza con una smorfia di indifferenza. Epifanio accese una sigaretta e le chiese di raccontargli di nuovo, come voleva, le uscite che faceva la domenica con Estrella e con l'altra, come si chiama?, Rosa Màrquez. La ragazza iniziò a parlare, con lo sguardo fisso sulle poche piante in vaso che sua madre teneva nel minuscolo giardino, anche se ogni tanto alzava gli occhi e lo guardava come per valutare se quello che gli raccontava era utile o solo una perdita di tempo. Quando ebbe finito Epifanio aveva chiara una cosa sola: che non uscivano soltanto la domenica, a volte andavano al cinema il lunedì o il giovedì, o a ballare, dipendeva tutto dai turni della maquiladora, che erano flessibili e obbedivano a protocolli di produzione incomprensibili per gli operai. Allora cambiò le domande e volle sapere come si divertivano il martedì, per esempio, se era quello il giorno libero della settimana. La routine, secondo la ragazza, era simile, anzi da un certo punto di vista era anche meglio perché i negozi in centro erano tutti aperti, cosa che non accadeva nei giorni festivi. Epifanio strinse un po'. Volle sapere qual era il loro cinema preferito, a parte il Rex, a quali altri cinema erano andate, se qualcuno aveva abbordato Estrella in qualche posto, quali negozi visitavano, anche se non entravano e restavano fuori a guardare le vetrine, quali bar frequentavano, il loro nome, se qualche volta erano state in una discoteca. La ragazza disse che non erano mai state in discoteca, che a Estrella non piacevano quei posti. Ma a te sì, disse Epifanio. A te e alla tua amichetta Rosa Màrquez sì. La ragazza non volle guardarlo in faccia e disse che a volte, quando uscivano senza Estrella, andavano nelle discoteche in centro. Ed Estrella no? Estrella non le aveva mai accompagnate? Mai, disse la ragazza. Estrella voleva sapere dei computer, voleva imparare, voleva fare strada, disse la ragazza. Sempre computer, computer di qua e computer di là, non mi bevo una parola di quello che dici, bocconcino, disse Epifanio. Io non sono il suo bocconcino di merda, disse la ragazza. Per un po' stettero lì senza dirsi nulla. Epifanio fece una risatina e poi si accese un'altra sigaretta, là, seduto sul gradino, contemplando il viavai della gente. C'è un posto, disse la ragazza, ma non ricordo più dove, è in centro, è un negozio di computer. Ci siamo andate un paio di volte. Rosa e io l'aspettavamo fuori, entrava solo lei e si metteva a parlare con un tipo molto alto, davvero altissimo, molto più di lei, disse la ragazza. Un tipo molto alto, e poi?, disse Epifanio. Alto e biondo, disse la ragazza. E poi? Be', Estrella all'inizio sembrava entusiasta, intendo la prima volta che entrò a parlare con quell'uomo. Da quanto mi disse era il padrone del negozio e sapeva un sacco di cose sui computer e per di più si vedeva che aveva soldi. La seconda volta che andammo a trovarlo Estrella uscì arrabbiata. Le chiesi cos'era successo ma non volle dirmi nulla. Eravamo noi due sole e poi andammo alla fiera nel quartiere Veracruz e dimenticammo tutto. E questo quando è successo, bocconcino?, disse Epifanio. Le ho già detto che non sono il suo bocconcino di merda, sfacciato, disse la ragazza. Quando è successo?, disse Epifanio, che iniziava già a vedere un tipo molto alto e molto biondo che camminava nell'oscurità, in un lungo corridoio buio, su e giù, come se stesse aspettando lui. Una settimana prima che la ammazzassero, disse la ragazza.
Roberto Bolaño, 2666**, traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi, Milano 2008, pp. 156-8.


lunedì 4 maggio 2009

2666 — La parte di Les Adams

… ladri da due soldi che prendevano il sole delle sette di sera come zombie (o come messaggeri senza messaggio o con un messaggio intraducibile) meccanicamente predisposti a consumare fino all'ultimo un altro tramonto sul DF.Roberto Bolaño, I detective selvaggi, traduzione di Maria Nicola, Sellerio Editore, Palermo 2003, p. 390.

3 ottobre 2006, ore 17.52. Spedisco questa mail a un amico.

Caro Lapis,
cinque minuti fa, per ragioni che ti risparmio, sono ansato su imdb per verificare l'effettiva esistenza di un film intitolato Bomber's Moon, e per avere un'idea di che cavolo fosse. Il film esiste, è una roba di guerra di Edward Ludwig e Harold D. Schuster, con George Montgomery e Annabella, anno 1943. Ma il punto non è questo. Il punto è che esiste un riassunto della trama, di una buona ventina di righe, firmato da un utente di nome Les Adams (c'è persino il suo indirizzo elettronico, longhorn@abilene.com, nel caso volessi scrivergli per sapere se gioca a pollonario [all'epoca eravamo intrippati con un giochino demente che si chiama Chicktionary, volevamo battere il record, volevamo scriverci sopra un romanzo, volevamo farne la nostra vita]). E come quasi tutto in imdb, tu clicchi sulla firma e il sito ti sciorina la lista dei film di cui Les Adams ha gentilmente, volontariamente e gratuitamente scritto il riassunto della trama. Mi segui, malgrado l'inflazione di avverbi e genitivi? Bene. Ora stai a sentire: Les Adams ha scritto 2660 riassunti (cifra minima, poi la ricerca dichiara di essere "aborted"). Hai capito? 2660 riassunti, più o meno della stessa lunghezza, ossia notevolmente dettagliati per la media imdb. 2660 riassunti, da 10,000 Kids and a Cop (1948) a Zurück aus dem Weltall (1959). 2660 film, della cui stragrande maggioranza neppure conoscevo il titolo: Wild West Whoopee (1931), What's Buzzin', Cousin? (1943), Two Blondes and a Redhead (1947), Tonga Tika (1953), di cui Les sostiene che il vero titolo sarebbe Tanga-Tika, e qui mi fermo con gli esempi. A occhio sembra che Les prediliga un trentennio circa, dall'inizio dei Trenta alla fine dei Cinquanta, e soprattutto western e film di guerra, assolutamente sconosciuti, probabilmente già quando uscirono (se uscirono, e dove? ad Abilene?), di certo dimenticati (e forse dimenticabili). Ma non voglio fare l'esegesi, non è questo il punto. Il punto sono i 2660 (cifra minima, ripeto) riassunti.
Les Adams, 2660 riassunti di film. L'opera di una vita. Un brivido mi è risalito lungo la schiena. Dovevo pur dirlo a qualcuno.


3 maggio 2009, ore 18.58.

Si potrebbe buttarla sulla paranoia, sommare (2006 - 2000) + 2660, ricordarsi che il primo a parlarmi di Bolaño fu proprio l'amico in questione, farne un post e intitolarlo 2666.
Andiamo comunque a vedere a che punto è la notte di Les Adams, andiamo a verificare l'orrore del cuore di tenebra che fa battere internet.
Fatto (non ci ero più tornato).
Ho scoperto che i 2660 titoli nel frattempo sono diventati 5326. Il che, in meno di tre anni, aspetta che prendo il calcolatore per vedere cosa ottengo scrivendo 5326 - 2660.
No. Non è possibile.
Lo so che credi che ho inventato tutte queste cifre per ottenere quel numero. Serve a qualcosa giurarti che è tutto vero, persino il fatto che ho effettivamente svolto le azioni descritte (verifica dello status di Les Adams e uso della calcolatrice) nel momento esatto in cui le descrivevo?

P.S.: "Ansato" è un bel refuso. Lo tengo.

martedì 24 marzo 2009

Dacci un Taglio

Scrivere male, parlare male, dissertare di fenomeni tettonici nel bel mezzo di una cena di rettili, quant'è liberatorio e quanto me lo merito, espormi alla compassione altrui e poi insultare a destra e a sinistra, sputare mentre parlo, svenire indiscriminatamente, trasformarmi nell'incubo dei miei amici più disinteressati, mungere una vacca e poi gettarle in faccia il latte, come dice Nicanor Parra in un verso magnifico e anche misterioso.
Roberto Bolaño, "Letteratura + malattia = malattia", ne Il gaucho insostenibile, Sellerio, Palermo 2006, pp. 136-7.

lunedì 2 marzo 2009

Un risveglio 3

Mi è capitata una cosa curiosa: ho capito che non morirò giovane.
Jack Weil (Robert Redford) in Havana (Sydney Pollack, 1990).

Dieci cose che ho imparato nelle ultime due settimane, dormendo:

1) In alcune ore del giorno, nello Stato di Sonora si registrano le temperature più alte del mondo, forse.
2) Renato Soru ha perso le regionali in Sardegna, le ha vinte un altro, Veltroni ha chiesto scusa a tutti e si è dimesso.
3) Franco La Polla, 1943 — 2009.
4) Nei pici all'aglione c'è molto più aglio e meno peperoncino che nelle penne all'arrabbiata. Il piccì invece si è sciolto il 3 febbraio 1991. Scusa a tutti, aggiungere 'sti pici q.b. e servire in tavola.
5) La cattiva notizia è che Dio non esiste. La buona è che GOD è tornato dal Brasile, forse.
6) Quando era sindaco, Veltroni ha rinchiuso i Rom in un campo che pare un lager e ora si occuperà dell'Africa.
7) A Sanremo qualcuno ha vinto. Non la brutta canzone sui gay, interpretata da un tale.
8) Franceschini è il nuovo leader del PD, Borges sarà letto nei tunnel nel 2045 e l'opposizione batterà Berlusconi nel 2666.
9) Quando s’avvicina la fine, non restano più immagini del ricordo: restano solo parole ecc. ecc.
10) Si facevano i tortellini, a Bologna. Oppure le lasagne. Comunque Pranzo di ferragosto è un bel film.


giovedì 18 settembre 2008

Il cerchio e la retta: quando il cinema incontra la Storia.

Tutto quel che inizia come commedia finisce in film dell’orrore.
Roberto Bolaño, I detective selvaggi (trad. di Maria Nicola, Sellerio Editore, Palermo 2003, p. 680).

Il filo spinato e le donne sono i principali fattori di civiltà.
John L. Bridges (Jeff Bridges) ne I cancelli del cielo (Michael Cimino, 1980).

1. Round and round (and along History railroad)



2. Nathan D. Champion meets the masses



3. Heaven's Gate waltz



4. Rally round the flag




AVVERTENZA: Mo' però già ti vedo che cerchi di procurarti questo capolavoro in tutti i modi, anche illegali. Furbetto del cinemino avvertito, mezzo salvato: se ti ritrovi tra le mani una copia di due ore e mezza e non ti piace, non venire a piangere da me. Quella è la versione massacrata dalla United Artists (fece fallimento in seguito a questo film, la cui scena più costosa è la terza che hai visto). Io me ne son sempre tenuto alla larga. Qualche anno dopo, iniziò a circolare una copia di tre ore e quaranta, il più conforme possibile alla volontà di Cimino (un amico mi disse un giorno che in realtà il vero director's cut durerebbe sei ore, ma non ho mai verificato quanto di vero ci fosse in quest'affermazione). È da quella che ho estratto i filmati. Non so se esista un dvd zona 2. Il mio infatti è zona 1.

giovedì 24 luglio 2008

No por mucho madrugar amanece más temprano

"Cos'hai fatto in questi giorni? gli chiesi. Niente, disse, pensare, vedere dei film. Che film hai visto? Shining, disse lui. Che orrore di film, dissi, lo vidi anni fa e poi non riuscii a dormire. Anch'io lo vidi molti anni fa, disse Arturo, e passai una notte in bianco. È un film stupendo, dissi. È molto bello, disse lui. Rimanemmo in silenzio per un po', guardando il mare. Non c'era la luna e le luci della barca da pesca non si vedevano più. Ti ricordi del romanzo che scriveva Torrance? disse all'improvviso Arturo. Torrance chi? dissi io. Il cattivo del film, quello di Shining, Jack Nicholson. Sì, quel bastardo stava scrivendo un romanzo, dissi, anche se per la verità me ne ricordavo appena. Più di cinquecento pagine, disse Arturo, e sputò verso la spiaggia. Non l'avevo mai visto sputare. Scusa, ho lo stomaco sottosopra, disse. Sta' tranquillo, dissi io. Aveva scritto più di cinquecento pagine ripetendo un'unica frase all'infinito, in tutti i modi possibili, a lettere maiuscole, a lettere minuscole, su due colonne, sottolineata, sempre la stessa frase, nient'altro. E che frase era? Non te la ricordi? No, non me la ricordo, ho una memoria da schifo, mi ricordo solo dell'accetta e che il bambino e sua madre alla fine del film si salvano. Il mattino ha l'oro in bocca, disse Arturo. Era pazzo, dissi e in quel momento smisi di guardare il mare e cercai la faccia di Arturo, accanto a me, e sembrava come sul punto di crollare. Magari era un bel romanzo, disse. Mi fai venire i brividi, dissi io, come può essere bello un romanzo dove si ripete una sola frase? È una mancanza di rispetto per il lettore, la vita è già abbastanza merdosa di per sé, senza che per di più ti tocchi di comprare un libro dove c'è scritto solo 'il mattino ha l'oro in bocca', è come se io servissi tè al posto del whisky, è un imbroglio e una mancanza di rispetto, non credi? Il tuo buon senso mi spaventa, Teresa, disse lui."

Roberto Bolaño, I detective selvaggi, traduzione di Maria Nicola, Sellerio Editore, Palermo 2003, pp. 727-728.



giovedì 5 giugno 2008

Penélope, detta Pe, a Calcutta



Da Roberto Bolaño, “I miti di Chtulhu”, ne Il gaucho insostenibile (traduzione di Maria Nicola), Sellerio, Palermo 2006, pp. 176-177:


La vicenda di Penélope Cruz in India è all’altezza dei nostri più insigni prosatori. Penélope, detta Pe, arriva in India. Visto che le piace il colore locale, che le piace l’autenticità, va a mangiare in uno dei peggiori ristoranti di Calcutta o di Bombay. Così racconta Pe. Uno dei peggiori o uno di quelli che costano meno o uno dei più popolari. Sulla porta vede un bambino affamato che a sua volta non le toglie gli occhi di dosso. Pe si alza ed esce e chiede al bambino cosa vuole. Il bambino le chiede se può avere un bicchiere di latte. Strano, perché Pe non sta bevendo latte. In ogni caso la nostra attrice si fa dare un bicchiere di latte e lo porta al bambino, che rimane sulla porta. Subito il bambino beve il bicchiere di latte sotto lo sguardo attento di Pe. Quando ha finito, racconta Pe, lo sguardo di gratitudine e di felicità del bambino le fa pensare alla quantità di cose che lei possiede e di cui non ha bisogno, anche se su questo Pe si sbaglia, perché tutto, assolutamente tutto quel che possiede, le è indispensabile. Dopo qualche giorno Pe ha una lunga conversazione filosofica ma anche di ordine pratico con madre Teresa di Calcutta. A un certo punto Pe le racconta questa storia. Parla del necessario e del superfluo, dell’essere e del non essere, dell’essere in relazione a e del non essere in relazione a, a cosa? e come? in fin dei conti cos’è questa storia dell’essere? essere se stessi? Pe si confonde. Madre Teresa, nel frattempo, non la smette di aggirarsi come una donnola reumatica per la stanza o sotto il portico che le ripara entrambe, mentre il sole di Calcutta, sole balsamico e insieme sole dei morti viventi, sparge i suoi raggi estremi calamitato già dal ponente. Ecco, ecco, dice madre Teresa di Calcutta, e poi mormora una cosa che Pe non riesce a capire. Cosa? dice Pe in inglese. Sii te stessa. Non preoccuparti di sistemare il mondo, dice madre Teresa, aiuta, aiuta, aiutane uno, porgi un bicchiere di latte a uno soltanto e questo basterà, adotta un bambino, soltanto uno, e questo basterà, dice madre Teresa, in italiano e con evidente malumore. Al cader della sera Pe torna in albergo. Si fa una doccia, si cambia d’abito, si mette qualche goccia di profumo ma non riesce a togliersi dalla testa le parole di madre Teresa di Calcutta. Al momento del dolce, di colpo, l’illuminazione. Tutto sta nel privarsi di un pizzico microscopico dei suoi risparmi. Tutto sta nel non tormentarsi. Se dai a un bambino indiano dodicimila pesetas all’anno starai già facendo qualcosa. Non tormentarti e non farti problemi di coscienza. Non fumare, mangia frutta secca e non farti problemi di coscienza… Il risparmio e il bene sono indissolubilmente uniti.

Rimangono alcuni enigmi a fluttuare come ectoplasmi nell’aria. Se Pe aveva mangiato in un ristorante che costava così poco, com’è che non le è venuta una gastroenterite? E perché Pe, che i soldi li ha, andava a mangiare precisamente in un ristorante di quel genere? Per risparmiare?


Repetita iuvant: Roberto Bolaño, “I miti di Chtulhu”, ne Il gaucho insostenibile (traduzione di Maria Nicola), Sellerio, Palermo 2006, pp. 176-177:

giovedì 1 maggio 2008

La grande domanda

Bolaño.jpg

Se sine significa sì e none significa no, cosa significa ne?
Oggi non mi sento molto bene.
Roberto Bolaño, I detective selvaggi, traduzione di Maria Nicola, Sellerio Editore, Palermo 2003, p. 152.