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lunedì 19 aprile 2010

L'ultimo gioco in città (LE SCOMMESSE SONO CHIUSE)

XVI — HAL

Riconosci il film dal quale ho estratto questo fotogramma e vinci tre cotolette d'agnello da lanciare attraverso la nube vulcanica. Nuove immagini giovedì e sabato, ma le cotolette me le mangio una dopo l'altra.
AGGIORNAMENTO (Giovedì 22 aprile): Nuova immagine, radicalmente diversa. Due cotolette d'agnello. Io ne ho appena mangiata una cruda con le mani e ora sogno di recarmi alla riunione di condominio di stasera con una mazza da baseball in mano e urlare per due ore di seguito all'amministratore: "You are entering a world full of pain". Cosa c'entra col gioco? Nulla, ma come dice Aida Turturro in Romance & Cigarettes: "Questa è la mia manifestazione emozionale. Grazie e arrivederci".
AGGIORNAMENTO (Sabato 24 aprile): Come da sesto commento, un coltello. Usalo per tagliare la cotoletta rimasta.

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ATTENZIONE: La partita si è conclusa lunedì 26 aprile alle 11.24. Il tagliagole (Le Boucher, 1969) di Claude Chabrol è stato riconosciuto dal madrido arco. E mi sudrano le mani, mi sudrano.La prossima sfida si terrà lunedì 26 aprile.
L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ.
GRADUATORIA
Strelnik: 4 cotolette.
bianca: 3
cotolette.
oscar amalfitano: 3
cotolette.
arco
: 2 cotolette.

venerdì 21 agosto 2009

Figli di Marx e

Questo è whisky, sulle bottiglie c'è scritto così, ma sembra quasi-cola.
Don Rafael Acosta (Fernando Rey) nel Fascino discreto della borghesia (Luis Buñuel, 1972).



lunedì 8 giugno 2009

Un risveglio 4: From Dusk Till Dawn

I (20.00-22.30) — IL FIUME ROSSO E L'USCITA POSTERIORE

I Tempi moderni coltivavano il sogno di un’umanità che, divisa in varie civiltà separate, avrebbe trovato un giorno l’unità e con essa la pace eterna. Oggi, la storia del pianeta è giunta a costituire un tutto indivisibile, ma ciò che realizza e assicura quest’unità così a lungo sognata è, ambulante e perpetua, la guerra. L’unità dell’umanità significa: non c’è possibilità di fuga, in nessun posto e per nessuno.
Milan Kundera, L’Arte del romanzo.

Gin outlet + Schweppes light, limone finito, niente fettina, due gocce di concentrato basteranno. Televisore acceso su canale di Stato francese, il cui processo di autononomia dal potere, ufficialmente avviato il 31 dicembre 1974, è stato arrestato qualche mese fa grazie a una riforma dell'audiovisivo applaudita da tutti. Ora la televisione è tornata a essere quella pre-'68: come fosse la RAI, di niente, di meno. Stasera Brice Hortefeux gongola. Penso che l'unica ragion d'essere al Governo di questo sinistro personaggio era garantire l'anello mancante tra Sarkozy e il Fronte Nazionale, nel 2012: just in (suit)case. (Ma non "full of blues", purtroppo.) Ora il Presidente non ha più bisogno di lui. Sono consolazioni.
Mia figlia intanto cerca di controllare una mandria di cavalli in fuga: devono attraversare il fiume che separa il salone dalla cucina. La guardo come fosse Monty Clift in un ultimo spettacolo: "Take 'em to Missouri, Matt". Le bambine sognano cavalli playmobil?
Ma sì, spegniamo la caja tonta. Andiamo in cucina. Uova, parmigiano, pepe da una parte. Pancetta (ma anche cipolla e vino bianco, sì sì, è la morte sua) dall'altra.
Mentre mangiamo la carbonara, decido che è giunta l'ora di mostrarle la seconda parte di quel film. Io avevo nove anni, quando lo vidi la prima volta. All'epoca, quando un film mi piaceva, tornavo a guardarlo. Quello lo vidi almeno 10 volte, in un solo mese. La prossima volta le farò vedere Il fiume rosso.
Arrivano le 22.00. Domani c'è scuola. Dovrebbe andare a letto. Ma non si può. A quel punto del film bisogna andare avanti per forza. Yahoo. Volume a manetta, finestre aperte, nessun vicino protesta. Ci alziamo e ci mettiamo a ballare, è la prima volta che lo vede, ma i gesti sono precisi, giusti: come se lo conoscesse a memoria. Sembra Joliet Jake: stessa leggerezza, stessa grazia, mentre cheek to cheek ci buttiamo saltellanti nella fossa dei leoni, dal podio alla rampa, in quel R'n'B, in realtà un tango camuffato, che infatti inizialmente pare fosse un ballo per soli uomini. Come faccia a conoscere i passi è un mistero. Deve essere un fatto ereditario, non c'è altra spiegazione.
Fino al minuto 5'36''. A partire da lì, il filmato è per soli adulti.



Visto? Bene. Ora: lavati i denti, spazzolali bene, ovunque, almeno due minuti, attenta che se bari me ne accorgo, sai, anche quando sono in cucina a lavare i piatti collosi di carbonara io ti vedo, ho un terzo occhio dietro la testa, io, come Peter Lorre. No, niente, lascia perdere, sbrigati, chi era Peter Lorre te lo spiego un'altra volta. Su, dai pigiama, a letto, presto. Dice "Scosta un attimo la tenda". Io "No, è ora di dormire e basta, domani c'è scuola". Lei: "Ti prego, un attimo solo, unattimosolounattimosolounattimosolounattimosolounattimosolo". Io scosto, e guardandola esasperato: "E allora?". "C'è ancora luce: è proprio estate!".

Non si è neppure addormentata che squilla il telefono. Un amico che fa il matematico nel deserto di Sonora. Non riceve la tv italiana, e non ha internet. Mi chiede dei risultati. "Non li conosco, e non me ne frega assolutamente nulla. Cosa? Eh? Parla più forte, c'è il vento che fischia nella cornetta. Eh? iesuichen? No no, guarda, non possumus proprio, ma manco per niente. Piuttosto six and three is nine, nine and nine is eighteen, gli altri calcoletti elettorali fatteli da solo e poi buttati nel Rio Grande".


II (08.00) — COME SE L'AVESSI LETTA E HO UN ALTRO PROGETTO

— Vorrei fare un gran colpo, e poi ritirarmi.
— Ritirarsi? E dove?
Pike Bishop (William Holden) e Dutch Engstrom (Ernest Borgnine) ne Il mucchio selvaggio (Sam Peckinpah, 1969).


Lei intontita dal sonno mangia biscottini davanti a "Dora l'esploratrice". È un cartone animato senza ubi consistam, se non la vaga intenzione di iniziare alla lingua inglese. A tre anni, lo guardava con passione. A quattro, ha iniziato a insultare Dora e i suoi amichetti ad alta voce. A partire dai cinque anni, lo guarda con un occhio solo, muta e con una smorfia sprezzante stampata sul volto. Dora pensa forse "non mi tenere il broncio", mentre dice sempre e soltanto la stessa frase, da almeno quattro anni: "letzgo". Non l'ho mai sentita pronunciare un'altra parola di inglese. Mentre bevo il caffè scorrendo i siti d'informazione, mi dico che forse dovrei scrivere agli sceneggiatori, per suggerire un'innovazione, mica si può andare avanti per anni con "letzgo". E poi per andare dove, questo penso mentre guardo le foto di una ripugnante cozza che all'anagrafe denuncia diciotto anni, ma io lo so benissimo che è un lifting, che in realtà quella non è sua figlia ma sua nonna, ritoccata dalla plastica playmobil. Allora appena ho il tempo, scrivo agli sceneggiatori di "Dora l'esploratrice", cerco di farli ragionare: tenuto conto che a) non c'è più nulla da esplorare, gli antropologi lo sanno da più di mezzo secolo, che i Tropici sono tristi; b) Dora è in missione per conto di Dio, ossia insegnare ai mocciosi l'inglish, provino a infilarle in bocca un bel: "Dear World, I am leaving because I am bored. I feel I have lived long enough. I am leaving you with your worries in this sweet cesspool. Good luck". Distinti saluti.
Bastano i titoli dei giornali, e le foto pornoelettorali. Via dalle pazze folli, andiamo su youtube. Su youtube c'è il canale di giuliodavid. Il migliore (assieme al mio, eh, che cazzo): Bene, Pietrangeli, Godard, Bergman, Fellini, Antonioni, Renoir, Sordi, Volonté, Guzzanti: di tutto, di più. Un anno fa, quando ero ancora molto maldestro, cliccai inavvertitamente su "contenuto offensivo", credo fosse in quella scena in cui lui dice: "Non sono d'accordo: andiamocene via". Gli scrissi scusandomi, lui Tranquillo, la RAI mi ha già chiuso il canale una volta, ormai sono abituato. Poi: Ma sei francese o italiano? Io: Italiano, purtroppo. Lui: Mi piace quel purtroppo.
Stamattina il mio canale mi avverte che giuliodavid ha messo su un film minore, bello solo a tratti. Ma questo, nella sua ovvia banalità, oggi direi che "ci sta".



08.25. È ora di andare a scuola. Ci incamminiamo come due zombi. Poi a un certo punto io comincio a canticchiarle all'orecchio: "Come on... baby don't you wanna go... back to that same old place... sweet home Chicago...". Lei non batte ciglio, una maschera di cera intontita dal sonno e con lo sguardo fisso sul marciapiede davanti. Ci riprovo: "Hidehidehidehi...". Le punto il dito addosso. Niente. Come onomatopare a un muro. "Hodehodehodeho." Peggio che andar di notte, l'inverno. "Hedehedehedehe." E lì, improvvisamente, spunta un mezzo sorriso. Poi si volta, e il mezzo diventa pieno, dentini compresi e forniti dalla ditta. Solitamente, quando arriviamo davanti al portone della scuola, lei scappa dentro tutta contenta, senza neppure salutarmi. Questo non lo ha preso da me. Andare all'asilo dall'età di nove mesi ti aiuta a sorridere al mondo, là fuori. Ma stavolta si ferma sulla soglia, si volta e mi dà un bel bacino.

Scusate, non abbasso perché mi piace troppo. Volume a manetta, è vero che questa canzone è proprio bella bella bella.


mercoledì 3 giugno 2009

456 occhi

Due fotografi del giornale passarono una settimana nella casa di Don Orione a fotografare, uno per uno, i mutilatini e venne lanciata la prima sottoscrizione. Il giornale usciva con strani titoli, che dicevano, per esempio, così: “Occorre mezzo milione — per comprare 456 occhi” oppure: “In tre — una mano sola” e nella fotografia, sotto, tre bambini in circolo, un’unica mano, che pareva grandissima, afferrava l’occhio del lettore, se lo inchiodava addosso. Arrivarono alcuni milioni; a forza di cinquecento, mille, duemila, cinquemila lire, le offerte del pubblico anonimo, della gente della strada. I nomi di alcuni mutilatini diventarono popolari: Bruno Pellegrina, per esempio, piccolo contadino di Campoformido, fotografato nell’atto di portarsi una mela alla bocca, coi due moncherini inguainati in una fodera di cuoio: aveva bisogno delle pinze che gli sostituissero le mani, alla maniera di Harold Russel, il macellaio di Boston, protagonista de I più begli anni della nostra vita, il film che in quei giorni riempiva le platee dei cinema; Vittorio Moré, pastorello di Valmasino, ridotto con una sola mano, una sola gamba e un unico occhio, che tuttavia s’arrangiava a rilegare libri; e la fotografia lo aveva fissato così, col volto intento, chino sulla costola d’un volume, a sorvegliare, con l’unico occhio, il lavoro dell’unica mano.

Roberto De Monticelli, Cercava milioni per comperare mani, “Epoca”, VII, 284, 11 marzo 1956.


giovedì 28 maggio 2009

Dacci un Taglio

Rome est très belle… Sua cuscina casarescia… Bucatilli alla marchinacia, fetturicci mantecalle, scottimbocca a saltadito, popotete ciancitacche!
“Il Leopardo” (José María Mendoça), mercenario belga in Angola, sanguinario e fangurmé in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (Ettore Scola, 1968).

giovedì 26 marzo 2009

Scene madri: questo è questo, questo e questo

Su Nemico pubblico si è scritto a sufficienza, o forse troppo. La scena in cui Cagney spiaccica mezzo pompelmo sulla faccia di Mae Clarke, per sconvolgente che potesse sembrare nel 1931, ormai è stata analizzata più volte di quella della scalinata d'Odessa nella Corazzata Potemkin di Eisenstein. E non si può certo dire che abbia altrettanto valore: quando si vede il film la scena è già finita prima ancora che si faccia in tempo a dire "Ah, ecco la famosa scena in cui…". (Tra parentesi, va detto che da questa scena Cagney fu ossessionato per anni, quando era letteralmente costretto a fuggire dai ristoranti, perché clienti faceti pagavano i camerieri perché servissero mezzi pompelmi al suo tavolo.)
Andrew Bergman, James Cagney, Milano Libri Edizioni, Milano 1976, p. 19.




— SCENE MADRI. Questa non la dimenticherò mai, neppure quando a ottant'anni suonati uscirò di casa in mutande per non fare tardi a scuola. Cimino fu il più grande regista della sua generazione, che se ti azzardi a criticare esco la rivoltella con sei colpi nel tamburo e uno in canna e vediamo un po' who's laughing.
— C'è John Savage che avrebbe poi perso le gambe trainato da un elicottero. C'è John Cazale che, dopo essersi guardato in faccia in uno specchio crepato, sarebbe morto (ma davvero) per un cancro alle ossa e perché si ostinava a non capire che "questo è questo". C'è Christopher Walken che diventa in breve tempo uno zombie. E poi c'è De Niro che non muore mai, ma è come se.
Cimino non è un grandissimo regista, ma questo è un grande film. Prendi pure la rivoltella. Ne ho una anch'io.
Dialogo con un amico maltese su fb.




In Paura nella città dei morti viventi di Lucio Fulci si vede una donna vomitare sangue, poi le viscere, infine la totalità dell’intestino. Per questa scena è stato necessario un trucco. Da un lato c’è un’attrice che sputa sangue e pezzi di carne. Dall’altro c’è una bocca artificiale, ripresa in dettaglio, nel momento in cui vengono espulsi i metri di trippa. Lo diciamo per rassicurarvi e per spiegarvi alcuni “trucchi del mestiere” (come si dice nel gergo pittoresco degli artisti) davanti ai quali, senza di noi, rimarreste a bocca aperta, e perplessi.
Jean-Patrick Manchette, Les Yeux de la momie, Rivages / Ecrits noirs, Paris 1997, p. 324.


lunedì 2 marzo 2009

Un risveglio 3

Mi è capitata una cosa curiosa: ho capito che non morirò giovane.
Jack Weil (Robert Redford) in Havana (Sydney Pollack, 1990).

Dieci cose che ho imparato nelle ultime due settimane, dormendo:

1) In alcune ore del giorno, nello Stato di Sonora si registrano le temperature più alte del mondo, forse.
2) Renato Soru ha perso le regionali in Sardegna, le ha vinte un altro, Veltroni ha chiesto scusa a tutti e si è dimesso.
3) Franco La Polla, 1943 — 2009.
4) Nei pici all'aglione c'è molto più aglio e meno peperoncino che nelle penne all'arrabbiata. Il piccì invece si è sciolto il 3 febbraio 1991. Scusa a tutti, aggiungere 'sti pici q.b. e servire in tavola.
5) La cattiva notizia è che Dio non esiste. La buona è che GOD è tornato dal Brasile, forse.
6) Quando era sindaco, Veltroni ha rinchiuso i Rom in un campo che pare un lager e ora si occuperà dell'Africa.
7) A Sanremo qualcuno ha vinto. Non la brutta canzone sui gay, interpretata da un tale.
8) Franceschini è il nuovo leader del PD, Borges sarà letto nei tunnel nel 2045 e l'opposizione batterà Berlusconi nel 2666.
9) Quando s’avvicina la fine, non restano più immagini del ricordo: restano solo parole ecc. ecc.
10) Si facevano i tortellini, a Bologna. Oppure le lasagne. Comunque Pranzo di ferragosto è un bel film.


giovedì 29 gennaio 2009

Bistecche 6

… la madre di quei marmocchi aggrappati ai cenci, il catino smaltato dove si lava il seno, l’adolescente che fuma come un adulto, le coperte militari sui letti dei bambini, diversi bambini per letto, e l’idea che tutti hanno fame…
Jean Louis Schefer — ricordando un’immagine dei Figli della violenza (Los Olvidados, 1950) di Luis Buñuel —, L’uomo comune del cinema (traduzione di Michele Canosa), Quodlibet, Macerata 2006, p. 110.


giovedì 30 ottobre 2008

Bistecche 4 — Un risveglio 2

Non ho insegnato al computer né a impazzire per la carne, né la poesia della bistecca.
Lo scienziato Seth Brundle (Jeff Goldblum) ne La mosca (David Cronenberg, 1986).

giovedì 10 luglio 2008

Banane colombiane



Eccoci di nuovo soli. Tutto questo è così lento, così pesante, così triste… Presto sarò vecchio. E finalmente sarà finita. È venuta tanta di quella gente in camera mia. Han detto delle cose. Non mi han detto granché. Sono andati via. Sono diventati vecchi, miserabili e lenti, ciascuno in un angolo del mondo. [Però, quant'è bello Céline in portoghese]

Stanotte non ho chiuso occhio. Il mio corpo è coperto di macchie rosse. Mi gratto con la punta delle dita, leggermente, per evitare cicatrici. Se ci metto l’unghia, e la tentazione non manca, sono fottuto. Quando sono uscito dovevano essere le tre del mattino. Avevo battiti in testa, non ne potevo più. Le sentivo ancora passeggiare su di me, fregandosi le zampette dalla soddisfazione. Mi sforzavo di non muovere un pelo, e improvvisamente: zac. Accendevo la luce, scuotevo le lenzuola, e mi mettevo a frugare il letto come un pazzo. Nemmeno una. Nemmeno una che potessi finalmente schiacciare tra le unghie facendo schizzar sangue dappertutto. Vigliacche, escono solo col buio. E anche così, riescono a camuffarsi, ricoperte dalla polvere delle fessure e degli angoli ammuffiti della mia stanza. Lanciare un fiammifero su tutto ciò, dare alle fiamme il pagliericcio marcio, e danzare allegro nel rogo mentre quelle, crac, crac, scoppiano come castagne al fuoco.
L’umidità proveniente dal fiume mi entrava nelle ossa. Cessavo di sentire i rintocchi della campana della cattedrale. E la cosa peggiore è che non avevo più tabacco. Il prurito non mi tormentava più tanto, tranne sulle mani. Il prurito ai coglioni cominciò più tardi, in mattinata. Imprecavo da non so quanto tempo. Non si vedeva anima viva, neppure un ladro di macchine con cui chiacchierare e a cui chiedere una sigaretta. Finalmente ho trovato una panetteria aperta. Come sempre, le pagnottelle mi hanno fatto male. Ho un panetto di burro nascosto nella mia stanza. Scommetto che quella vecchia mignotta non riuscirà a trovarlo neppure mandando tutto all’aria. Non mi fregherà più. “Signor João… non può farsi da mangiare in camera…” La vecchia ha trovato un casco di banane putride sopra l’armadio: fu un pandemonio… Non comprerò mai più banane provenienti dalla Colombia. Le compri belle verdi, e due giorni dopo sono completamente marce.

giovedì 19 giugno 2008

Bistecche 3

La mia coscienza vuole la vittoria dei vegetariani nel mondo, e il mio subconscio langue per una fetta di carne saporita. Io che cosa voglio?
Lo Scrittore (Anatolij Solonitsyn) in Stalker (Andrej Tarkovskij, 1979).

giovedì 5 giugno 2008

Penélope, detta Pe, a Calcutta



Da Roberto Bolaño, “I miti di Chtulhu”, ne Il gaucho insostenibile (traduzione di Maria Nicola), Sellerio, Palermo 2006, pp. 176-177:


La vicenda di Penélope Cruz in India è all’altezza dei nostri più insigni prosatori. Penélope, detta Pe, arriva in India. Visto che le piace il colore locale, che le piace l’autenticità, va a mangiare in uno dei peggiori ristoranti di Calcutta o di Bombay. Così racconta Pe. Uno dei peggiori o uno di quelli che costano meno o uno dei più popolari. Sulla porta vede un bambino affamato che a sua volta non le toglie gli occhi di dosso. Pe si alza ed esce e chiede al bambino cosa vuole. Il bambino le chiede se può avere un bicchiere di latte. Strano, perché Pe non sta bevendo latte. In ogni caso la nostra attrice si fa dare un bicchiere di latte e lo porta al bambino, che rimane sulla porta. Subito il bambino beve il bicchiere di latte sotto lo sguardo attento di Pe. Quando ha finito, racconta Pe, lo sguardo di gratitudine e di felicità del bambino le fa pensare alla quantità di cose che lei possiede e di cui non ha bisogno, anche se su questo Pe si sbaglia, perché tutto, assolutamente tutto quel che possiede, le è indispensabile. Dopo qualche giorno Pe ha una lunga conversazione filosofica ma anche di ordine pratico con madre Teresa di Calcutta. A un certo punto Pe le racconta questa storia. Parla del necessario e del superfluo, dell’essere e del non essere, dell’essere in relazione a e del non essere in relazione a, a cosa? e come? in fin dei conti cos’è questa storia dell’essere? essere se stessi? Pe si confonde. Madre Teresa, nel frattempo, non la smette di aggirarsi come una donnola reumatica per la stanza o sotto il portico che le ripara entrambe, mentre il sole di Calcutta, sole balsamico e insieme sole dei morti viventi, sparge i suoi raggi estremi calamitato già dal ponente. Ecco, ecco, dice madre Teresa di Calcutta, e poi mormora una cosa che Pe non riesce a capire. Cosa? dice Pe in inglese. Sii te stessa. Non preoccuparti di sistemare il mondo, dice madre Teresa, aiuta, aiuta, aiutane uno, porgi un bicchiere di latte a uno soltanto e questo basterà, adotta un bambino, soltanto uno, e questo basterà, dice madre Teresa, in italiano e con evidente malumore. Al cader della sera Pe torna in albergo. Si fa una doccia, si cambia d’abito, si mette qualche goccia di profumo ma non riesce a togliersi dalla testa le parole di madre Teresa di Calcutta. Al momento del dolce, di colpo, l’illuminazione. Tutto sta nel privarsi di un pizzico microscopico dei suoi risparmi. Tutto sta nel non tormentarsi. Se dai a un bambino indiano dodicimila pesetas all’anno starai già facendo qualcosa. Non tormentarti e non farti problemi di coscienza. Non fumare, mangia frutta secca e non farti problemi di coscienza… Il risparmio e il bene sono indissolubilmente uniti.

Rimangono alcuni enigmi a fluttuare come ectoplasmi nell’aria. Se Pe aveva mangiato in un ristorante che costava così poco, com’è che non le è venuta una gastroenterite? E perché Pe, che i soldi li ha, andava a mangiare precisamente in un ristorante di quel genere? Per risparmiare?


Repetita iuvant: Roberto Bolaño, “I miti di Chtulhu”, ne Il gaucho insostenibile (traduzione di Maria Nicola), Sellerio, Palermo 2006, pp. 176-177:

giovedì 22 maggio 2008

Bistecche 2

— Emile, stasera preferisci carne o pesce?
— Pesce.
— E se avessi detto carne, cosa avresti preferito?
— Mah, non so… Vitello.
— E se invece del vitello avessi scelto manzo, avresti preferito una bistecca o un arrosto?
— Una bistecca.
— E se avessi detto arrosto, ti sarebbe piaciuto cotto o al sangue?
— Molto al sangue.
— Ebbene caro, sei sfortunato perché il mio arrosto di manzo è un po’ troppo cotto.
Angela (Anna Karina) serve ad Emile Récamier (Jean-Claude Brialy) un pezzo di carne carbonizzata ne La donna è donna (Jean-Luc Godard, 1961).



venerdì 18 aprile 2008

Bistecche

La porcona Milena Busi, fiorentina doc, come la bistecca, ama farsi degustare molto al sangue. Per lei e le altre ninfomani Kristal, Valentina e Nikky sono pronti dei veri stalloni italiani.
Riassunto trovato in rete di A piedi nudi sul porco (Marzio Tangeri, 2003).