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domenica 3 novembre 2013

Demander à DICTONE




"Cahiers du cinéma", n° 51, ottobre 1955, terza di copertina.

La prima mostra Katharine Hepburn sgranata, capelli a spazzola, seduta a un tavolino, ride guardando credo un giocattolo in un film che non riconosco o in una foto di scena, sopra e sotto il giallo mitico e orrendo del mensile.

Il sommario presenta, tra l'altro:

[nota: tutti i testi sono stampati piccolissimo, tipo corpo 8 : che occhi avevano i nostri antenati? O forse non erano gli occhi?]

– Eric Rhomer [sic], Le celluloïd et le marbre (III) : de la métaphore. 8 pagine, guardo le immagini: Un montaggio iniziale (due pezzi di pellicola, riconosco nel secondo un avanguardista, forse Man Ray, poi Io ti salverò, poi il busto classico di un efebo); Balzac par Nadar; Alfred Hitchcock; Ingrid Bergman in Siamo donne (episodio di Rossellini); Dies Irae; tre fotogrammi incolonnati di Tabu.

– pp. 10-22: Resoconti del festival di Venezia. Firme: André Bazin, Lotte H. Eisner [mia prozia, mai conosciuta], Georges Sadoul, François Truffaut e Etienne Loinod. Viene descritta la giuria, non conosco alcuni di loro, ma mi colpisce l'assenza di divi dello spettacolo. È una giuria che oggi giudicheremmo grigia, e certamente, e giustamente, si noterebbe la totale assenza di donne. Cionondimeno il Leone d'Oro viene attribuito a Carl Theodor Dreyer, per l'opera, per la "vita d'artista" e per Ordet. È così, non è colpa mia. Truffaut si occupa de Il bidone: "Tous les films de Fellini m'agacent : Le Sheik blanc par sa mesquinerie, Agence Matrimoniale par sa sensiblerie, Les Vitelloni par le bâclage, La Strada par sa littéraire et laborieuse chinoiserie. Il Bidone cumule les qualités de ces quatre films à tel point que les défauts de Fellini – toujours les mêmes : putanât, ficelage épais, symbolisme grossier, maladresses techniques – passent à l'arrière-plan, très loin en profondeur de champ, masqués et peut-être même dilués et [sic] par le sublime visage de Broderick Crawford, le plus bel acteur du monde, au sens où Renoir dit quelque part : '… un homme aussi beau que Jean Gabin…'". Non sono per niente d'accordo con Truffaut, ma non finirò come d'obbligo la frase perché non sopporto Voltaire e perché Truffaut fu il più grande di tutti loro, forse il miglior critico d'arte francese del secolo scorso. Godard lo sapeva bene, e lo disse. E poi "putanât" non l'ho letto da nessuna parte, è puro Truffe, sa di argot fantasticato, di piccolo borghese teso, da un canto, verso il rimbaldiano encrapulement, e, dall'altro, verso il rispetto di un Littré borgesiano, di sabbia, e che pure "ne se trompe jamais": quando al bar diceva "putanât", quell'assurdo circonflesso, ci scommetto, riusciva a pronunciarlo.
– Uno strano diario impressionistico, Petit journal du cinéma. Firme: André Bazin, André Martin, Fereydoun Hoveyda e Robert Lachenay. Lachenay, se la memoria non m'inganna, è sempre lui, Truffe.
– Dalla pagina 44 alla pagina 55, giuro che non sto scherzando: L'Enigme du Sphinx – Histoire du cinéma egyptien – II. Firma: Maurice-Robert Bataille, da "Alger". Sottotitoli: Mélodrames (Suite); Musique, musique, musique; Depuis la révolution de 1952; Vers le monde réel; De la religion…; … à la politique; La Tentation de l'Occident; L'Enigme du sphinx.
– Doppia pagina 56-57 firmata Jacques Audiberti, scrittore e drammaturgo venerato da Truffe. Firma il Billet XI. Nessuna immagine. Mi casca l'occhio su: "Nous en sommes au temps où le langage meurt dans un pullulement optique qui le remultiplie. Un titre tel que 08/15 en chiffres, précise à merveille ce que nous imaginons d'un monde où les figures de style ne se composeraient plus de lettres et de paroles. Mais bien plus qu'en fonction de cette formule millimétrique et balistique, ce film est à retenir pour la sensationnelle vertu visuelle de ses effets militaires". Naturalmente quando l'occhio casca (come scrivevo usando un'immagine che, me ne rendo conto solo ora, quell'Audiberti avrebbe già bollato come antica e comunque imprecisa, dato che il mio occhio sta ancora al suo posto), non ho la benché minima idea di cosa diavolo stia parlando, quell'Audiberti, con quel suo 08/15. Poi sono andato su wikipedia e ho saputo cos'era, e così facendo ho dato ragione a Audiberti. Forse. Credo.
– Le ultime pagine sono dedicate ai film (40) usciti tra il 3 agosto e il 13 settembre 1955, ordinati per nazionalità. Scheda tecnica, una frase di descrizione. È un mese morto, per la distribuzione. (E a scanso d'equivoci non sono un nostalgico: in quegli anni salvo eccezioni il cinema sta messo assai maluccio, qua in Francia e là in USA.) La Francia (Parigi) si accorgerà che la stagione estiva è sfruttabile solo nell'84, con All'inseguimento della pietra verde di Zemeckis. Me lo ricordo, c'ero, stavo lì. 9 film francesi. Tra essi, Nana di Christian Jaque, con Martine Carol e Charles Boyer. "Si vous avez lu Zola et si vous avez aimé l'admirable Nana de Jean Renoir, alors vous ne serez pas contents. Pas contents du tout". 5 film inglesi. Penitenziario braccio femminile, di Jack Lee Thompson. "Encore un sujet rebattu et rien n'a été fait pour renouveler le genre. Principale attraction : Diana Dors, la Marylin Monroe anglaise". 19 film americani. Saadia, di Albert Lewin. "Le premier film de Lewin qui soit vraiment décevant. On ne demande pas à croire à cette rocambolesque histoire…, mais au moins à être séduit. La beauté tapageuse de Rita Gam et la finesse de Mel Ferrer n'arrivent pas à ce résultat". È vero, Saadia non è un granché. Chissà cosa pensarono, pochi anni dopo, de L'idolo vivente. Io lo vidi da bambino, ricordo che mi piacque assai. Poi chissà. E comunque fu l'ultimo film di Lewin. Lord Brummell, di Curtis Bernhardt. "Du danger de s'attaquer aux légendes. Malgré les efforts conjugués du réalisateur et des interprètes, celle-ci n'arrive pas à prendre corps sur l'écran. Il la fallait plus irréelle ou plus sordide". Anche quello visto da bambino, piaciuto anche quello, ma stavolta mi colpisce l'ultima frase: parola per parola, era quello che dicevo e dico ancora agli amici a proposito di Ed Wood di Burton. Un bacio e una pistola. "Voir la critique de ce film page 42." Mica scemi. Anche se esce ad agosto quelli se ne accorgono, che è un pugno nei denti. A pagina quarantadue. La rivolta delle recluse, di Lewis Seiler con Ida Lupino. "Dans une prison de femmes où les exactions d'une surveillante conduiront à la révolte. Cette dure histoire est contée sans trop de concessions à la sentimentalité du grand public et Ida Lupino, en vraie comédienne, a accepté un rôle odieux où elle demeure ce qu'elle a toujours été : talentueuse et intelligVA BENE LA SMETTO

Il fatto è che ho comprato oggi da un bouquiniste sotto casa il volume che raccoglie in anastatica l'anno 1955 dei "Cahiers". Uscì nel 1989. Nel 1990 costava 340 FF (280 FF se lo compravi prima del 31/12/1989). L'ho pagato 15 €.
So' contento.

lunedì 30 novembre 2009

Bara con nighthawk e cowboy

Don't that picture look dusty?
Jesse James (Brad Pitt) nell'Assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (Andrew Dominik, 2007).


Parlo da ex cinefilo e poi ex cinefago. Per entrambi, senza Hopper non si dà né lo Huston urbano di Città amara né il Malick agreste dei Giorni del cielo (dove la fotografia dell'ormai quasi cieco Almendros si nutre di moltissime altre influenze, da Vermeer a Wyeth). Ognuno parla guardando le storie, i film che si proietta: il che significa che ognuno parla senza ascoltare quel che dice. Proprio stasera, rivedendo un pezzo del would-be Malick ma non disonorevole Jesse James di Dominik, mi sono detto che se proprio si volesse fare un appunto a Hopper, esso muoverebbe da una blanda critica per un eccesso di nitidezza iperrealista, che sembra rassicurare sulla presenza viva dell'essere proprio mentre vorrebbe rappresentarne la sottrazione. Non dico che l'artista avrebbe avuto in pugno l'Unheimlich se si fosse limitato a rendere blurry le sue figure come nelle immagini di questo strano film dove il futuro assassinio di un uomo si rappresenta borgesianamente agli occhi dell'omicida come già compiuto, inesorabile: "His fingers skittered over his ribs to construe the scars where Jesse was twice shot. He manufactured a middle finger that was missing the top two knuckles. He imagined himself at 34. He imagined himself in a coffin. He considered possibilities and everything wonderful that could come true". È come se Hopper fosse scivolato sulla rutilante superfice della tradizione americana senza mai scrivere la propria Isola del tesoro, che infatti firmò uno scozzese ma in cui c'era già tutto Peckinpah, più classico di quel che si pensa, se "classico" significasse qualcosa. Raccontare the ultimate pirate story, sapendo che quel tempo è concluso, e integrare la consapevolezza di questa narrazione post mortem all'interno del quadro stesso.
L'isola del tesoro è scritto come in soggettiva, da una bara. Più che alla celebre sequenza di Vampyr, penso a Long John Silver e ai suoi pirati come a un mucchio selvaggio ante litteram o anche alla didascalia finale di Barry Lyndon, assente dal romanzo di Thackeray. E forse ci ho pensato anche perché sono convinto che la grandezza del romanzo di Stevenson risieda nella sua perfetta inadattabilità, nel suo essere un libro fatto esclusivamente di carta, che comincia e finisce in letteratura. Il fallimento dei vari adattamenti mi sembra confermarlo, e persino il Fleming richiede allo spettatore di non aver letto o di accantonare il ricordo del libro e di guardare esclusivamente Wallace Beery. Mentre in effetti ci sono pittori che sembrano aspettare di essere adattati (e risolti, spesso in modo migliore) al cinema, il che non toglie nulla al loro genio ma ai miei occhi li rende l'equivalente pittorico e "alto" di uno Stephen King, scrittore tutt'altro che spregevole, a scanso d'equivoci.
Ma d'altra parte, può darsi che Hopper abbia avuto l'intuizione della contemporaneità, qualcosa che Stevenson forse non poteva immaginare, ossia la presa del potere non da parte di Luigi XIV, e neppure da parte del "popolo" o del "cittadino", ma dell'ascensore, e che si sia adattato a rappresentare una metafisica d'ascensore, un'attesa dell'ascensore, un'assenza di Dio nell'ascensore.

venerdì 29 maggio 2009

The Millionaire

Via libera per il signor Teschi, che non lascia addirittura tempo a Mike Bongiorno di formulare la domanda e dice subito il nome del regista (von Sternberg) e il titolo (Le notti di Chicago) del film che poco prima della morte Ridolini interpretò, sostenendovi eccezionalmente un ruolo drammatico. L'"esame", per così dire, del signor Teschi ha una piccola coda: egli offre a Bongiorno una rarità da cineteca, un fotogramma del film di Dreyer La passione di Giovanna d'Arco e racconta, con gran disinvoltura, come alcuni suoi colleghi insegnanti, per indurlo a raddoppiare, gli abbiano offerto, in caso di insuccesso, di rifondergli la differenza. Il maestro di Cremona se ne va fra gli applausi: ha ormai conquistato 640 mila lire ed è in gioco per il premio di 1 milione e 280 mila lire, fra due settimane.
L'impiegato milanese Gino Tomaselli, appassionato di jazz, che gli succede per tentare il premio di 1 milione e 280 mila lire, è la terza vittima della serata. Richiesto di dire il titolo di una famosa composizione sui quartieri di Londra (il titolo era London Suite) risponde subito franco e secco: "Rinuncio"; ad ogni modo, appena uscito dalla cabina di vetro, prende possesso del suo premio di consolazione, un'auto utilitaria.
Ed eccoci infine al clou della trasmissione: il professor Lando Degoli di Carpi, matematico e appassionato d'opera lirica: se imbroccherà la risposta, vincerà 2 milioni e 560 mila lire. "Mi ritiro" dice il professor Degoli alla richiesta se vuol giocare ancora; poi, sul chiaro mormorio di delusione che sale dalla platea, aggiunge maliziosamente: "Mi ritiro nella cabina, per rispondere alla domanda"."Nelle sue partiture Verdi usò mai il controfagotto? e in quale opera?" chiede Mike Bongiorno. Entro la garitta il professor Degoli suda di pena, poi dice piano: "Non lo so". Bongiorno l'incoraggia mentre l'orologio scandisce i secondi: "Il Falstaff" azzarda il professore. Ma la risposta esatta è invece: Don Carlos.

Giuliano Gramigna, Fatale il
Don Carlos al professore musicofilo, "Il nuovo Corriere della sera", 18 dicembre 1955.