I bambini ci guardano; e noi esegeti, noi
camarlinghi dell’estetica cinematografica, maneggiamo camorri verbali
come valido e messaggio; estendiamo, fino a non capirci più nulla, i
participiali vibrante e allucinante (rampini nel vuoto), e alimentiamo il debole pensiero con troppo comode atmosfere e suggestioni. Leo Pestelli, Parlare italiano, Longanesi & C., Milano 1967, p. 44.
Non
è tanto che scoprano solo ora il piano sequenza. È che scoprendolo
male, senza porsi il problema di sapere cosa sia, le
questioni che implica, quando è nato, come si è sviluppato e infine come
è morto ECCO il punto è che lo scoprono da morto. Ricordo mesi fa una
conversazione in un social network, qualcuno sosteneva che un
virtuoso e lungo movimento di macchina girato al computer in
non so quale produzione Marvel non fosse neppure
lontanamente paragonabile, mettiamo, all'inizio de L'infernale Quinlan. E
non lo è, si badi, a monte ma anche a valle (e a valle
i commentatori digrignavano, lanciando "rampini nel vuoto"). Portando
all'estremo quel discorso, direi che ormai il pianosequenza è un
espediente kitsch, da sbruffoni maleducati, e probabilmente persino un De Palma
oggi lo userebbe solo in quel senso (ma in realtà credo che lo
abbia sempre fatto). Ma come, nel 2015 giri due ore e mezza senza mai tagliare
e te ne vanti pure? Forse i piani sequenza che salvo sono ormai solo quelli
"fantasticati in diretta" e che "in realtà" comportano un numero notevole
di stacchi.
P.S.: La prima immagine della sequenza (inizia prima, ed è proprio l'inizio la parte più bella, ma purtroppo in rete non si trova intera) è un omaggio all'ultima scena di Barry Lyndon. Pochi giorni fa mi son reso conto che probabilmente in tutta l'opera di Kubrick non si trova un solo piano sequenza. Forse non era nel suo character.
C'est du jamais vu/C'est du déjà-vu. Un hebdomadaire (sept jours de réflexion, ça itch rien du tout?) qui se présente comme la résistance suprême aux pouvoirs, aux violences, aux pensées uniques et qui adopte la phraséologie de Tony Soprano et des polémistes les plus démunis des réseaux sociaux. Le tout pour ne rien ébrécher d'une "valeur" dont la solidité ne devrait plus être prouvée, et donc prête à affronter toute discussion avec une cargaison d'arguments relevants d'une sprezzatura universelle. Non, la laïcité-point-final est "intouchable", comme la mère de Bardamu et les vierges qui nous attendent dans l'au-delà.
È stato detto che tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici.
Ciò equivale ad affermare che non c'è discussione di carattere astratto
che non sia un momento della polemica di Aristotele e Platone;
attraverso i secoli e le latitudini, cambiano i nomi, le lingue, i volti,
ma non gli eterni antagonisti. Anche la storia dei popoli registra una
continuità segreta. Arminio, quando massacrò in una palude le legioni di
Varo, non si sapeva precursore d'un Impero Germanico; Lutero,
traduttore della Bibbia, non sospettava che il suo fine era quello di
forgiare un popolo che distruggesse per sempre la Bibbia; Christoph zur
Linde, che una pallottola moscovita uccise nel 1758, preparò in qualche
modo le vittorie del 1914; Hitler credette di lottare per un paese, ma
lottò per tutti, anche per quelli che aggredì e detestò. Non importa che
il suo io lo ignorasse; lo sapevano il suo sangue, la sua volontà. Il
mondo moriva di giudaismo e di quella malattia del giudaismo che è la
fede di Gesù; noi gli insegnammo la violenza e la fede della spada. Tale
spada ci uccide, e noi siamo paragonabili al mago che tesse un
labirinto ed è costretto a errarvi fino alla fine dei suoi giorni, o a
David che giudica uno sconosciuto e lo condanna a morte e ode poi la
rivelazione: Tu sei quell'uomo. Molte cose bisogna distruggere, per
edificare il nuovo ordine; ora sappiamo che la Germania era una di
quelle cose. Abbiamo dato più delle nostre vite, abbiamo dato il destino
del nostro amato paese. Altri maledicano e piangano; io sono lieto che
il nostro dono sia circolare e perfetto.
Jorge Luis Borges, "Deutsches Requiem", L'Aleph, Milano 1989 [1959], pp. 87-8.
ecco, vedi, lei era una bella pazzesca, infatti gli americani diventavano matti, si appiccicavano le sue foto dappertutto, sì, i manifesti, sì brava! è proprio quella che hai visto in quel film pazzesco di evasione bellissimo, bellissimo forse no ma diciamo bellissimo per il momento, ecco, nella realtà la appiccicavano persino sui bombardieri, infatti lei era una bomba, di una donna veramente molto sensuale si dice ora che è una bomba non a caso, non a caso, poi, cioè non poi prima di questo ha fatto un filmetto, non un brutto film ma insomma un filmetto dove cantava pure con una chioma nera però luminosa, insomma i capelli ma come una nappa di colore scuro abbagliante sul volto, nero luminoso capisci, forse se ci fosse stato il colore avrebbe avuto dei riflessi rossi, all'henné come si dice ora, cioè ora da molto tempo, e gli uomini ci impazzivano per quella cosa di luce cupa, capisci, gli uomini soprattutto americani magari piloti di aerei con bombe, lei era una bomba (non che fosse una novità, pensa nel medioevo, quelle navi con le sirene sulla prua, si chiamavano polene), sì, brava, come l'aeronave di Final Fantasy VIII, una polena, una bomba, insomma e lui se l'era sposata, non che fosse il grande amore, allora lui gli taglia tutti i capelli, quella chioma lì, là, quella nappa di scuro fulgente, là, e quel che resta lo fa biondo platino, ossigenato, e quindi comunque ormai lui non faceva mica quello che gli pareva come prima, i produttori volevano una scena dove lei canta, non che cantasse benissimo ma se c'era lei doveva cantare per far impazzire gli uomini soprattutto americani magari piloti di aerei, e quindi lui fa questa scena qua, capisci, un po' se ne fotte, e intanto fa tutto un casino, ricordi i film prima, ti dicevo, ricordi, la profondità di campo, i piani sequenza, l'organizzazione dello spazio, tu sai sempre dove ti trovi, e se non lo sai è perché lui vuole che tu non lo sappia, che tu ti perda, qui invece è tutto diverso, capisci, qui lui taglia tutte le inquadrature, a volte non si capisce perché lo fa o non lo fa, lo hai notato, vero, hai notato che della storia non si capisce nulla e non si capisce persino se c'è, la storia, è una cosa tipica del noir, che vuol dire nero, a volte luminoso a volte no, e allora insomma comunque qui è tutto una serie di stacchi senza senso, apparentemente senza senso, forse davvero senza senso, perché mica puoi fare un piano sequenza come e quando ti pare, se vuoi fare un piano sequenza ci vogliono tanti soldi, a lui i soldi non glieli davano più e quindi andava di stacchi, tutto un film di stacchi, no, ho detto una cazzata, non è vero, a volte fai un piano sequenza proprio perché è più economico, ora non lo sai ma lui ha fatto un piano sequenza pazzesco anni dopo, una bomba, no, non nel senso che c'è una bella donna, c'è proprio una bomba nel piano sequenza che lui ha fatto come piano sequenza proprio perché costava meno che fare tanti stacchi, nelle prossime settimane capirai, te lo spiego bene preciso come te lo sto spiegando adesso, dicono alcuni è il più bel piano sequenza della storia del cine, er mejo piano sequenza come direbbe Lucciconio in Ni No Kuni, quindi ora vedi guarda in questa scena tutto sembra normale ma improvvisamente vedi lui nella stiva mentre lei bomba canta ripresa dal basso, ricordi quello che ti dicevo sui soffitti nei film precedenti, be', un po' è quello è la stessa cosa un po' dimenticatelo è un'altra cosa, qui sta come cavolo a merenda, serve a squilibrare il tutto, a mostrare il turbamento, quel turbamento là che c'è quando una bomba lei pazzesca canta magari male e tutti impazziscono, i piloti di aerei e navi e carrozze, tutto si sbilancia, poi, ecco, ora guarda vedi attenta, vedi il rovescio, l'angolatura dall'alto, ecco, questo è importantissimo, perché lui sta salendo le scale, sta in qualche modo ascen elevand okay insomma, capisci, sta salendo salendo verso qualcosa che è alto, bello, giusto, gajardo come direbbe Lucciconio, e invece lui lo riprende, lui se stesso intendo, riprende se stesso che sale dall'alto, schiacciandolo insomma, capisci, come se la salita fosse una discesa insomma come dire, come dire che quella donna bella dea bomba forse non è proprio quella cosa là, giusta, bella e bionda, o bruna, o luminosa, e insomma è un filmetto, certo, ma non su quello che cercano di raccontarci, che come in tutti i noir nessuno sa mai cos`è né come né quando, è un film che racconta di gente che non capisce più lo spazio, cosa sta sopra e sotto e accanto, ecco, non so se mi sono spiegato ma questo volevo dire, insomma
Dieudonné è davvero un comico mediocre ma quando oggi ha detto a
proposito di Ariel Sharon: "Après une longue carrière militaire et
politique, il a fait le choix de se tourner vers le dialogue avec les
Palestiniens", confesso di essermi fatto una bella risata.
Lo so che è una castroneria ma Dieudonné non è mica uno storico, non è mica il Presidente della Repubblica francese.
DESTIN. — C'est au moment même où, l'Histoire témoignant une fois de plus de sa liberté, les peuples colonisés commencent à démentir la fatalité de leur condition, que le vocabulaire bourgeois fait le plus grand usage du mot Destin. Comme l'honneur, le destin est un mana où l'on collecte pudiquement les déterminismes les plus sinistres de la colonisation. Le Destin, c'est pour la bourgeoisie, le truc ou le machin de l'Histoire.
Naturellement, le Destin n'existe que sous une forme liée. Ce n'est pas la conquête militaire qui a soumis l'Algérie à la France, c'est une conjonction opérée par la Providence qui a uni deux destins. La liaison est déclarée indissoluble dans le temps même où elle se dissout avec un éclat qui ne peut être caché. Phraséologie : "Nous entendons, quant à nous, donner aux peuples dont le destin est lié au nôtre, une indépendance vraie dans l'association volontaire." (M. Pinay à l'ONU.) […] GUERRE. — Le but est de nier la chose. On dispose pour cela de deux moyens : ou bien la nommer le moins possible (procédé le plus fréquent) ; ou bien lui donner le sens de son propre contraire (procédé plus retors, qui est à la base de presque toutes les mystifications du langage bourgeois). Guerre est alors employé dans le sens de paix et pacification dans le sens de guerre. Phraséologie: "La guerre n'empêche pas les mesures de pacification." (Général de Monsabert.) Entendez que la paix (officielle) n'empêche heureusement pas la guerre (réelle). MISSION. — C'est le troisième mot mana. On peut y déposer tout ce qu'on veut : les écoles, l'électricité, le Coca-Cola, les opérations de police, les ratissages, les condamnations à mort, les camps de concentration, la liberté, la civilisation et la "présence" française. Phraséologie: "Vous savez pourtant que la France a, en Afrique, une mission qu'elle est seule à pouvoir remplir." (M. Pinay à l'ONU.) POLITIQUE. — La politique se voit assigner un domaine restreint. Il y a d'une part la France et d'autre part la politique. Les affaires d'Afrique du Nord, lorsqu'elles concernent la France, ne sont pas du domaine de la politique. Lorsque les choses deviennent graves, feignons de quitter la Politique pour la Nation. Pour les gens de droite, la Politique, c'est la Gauche : eux, c'est la France. Phraséologie : "Vouloir défendre la communauté française et les vertus de la France, ce n'est pas faire de la politique." (Général Tricon-Dunois.) Dans un sens contraire et accolé au mot conscience (politique de la conscience), le mot politique devient euphémique ; il signifie alors: sens pratique des réalités spirituelles, goût de la nuance qui permet à un chrétien de partir tranquillement "pacifier" l'Afrique. Phraséologie : "... Refuser a priori le service dans une armée à destination africaine pour être sûr de ne pas se trouver dans une situation semblable (contredire un ordre inhumain), ce tolstoïsme abstrait ne se confond pas avec la politique de la conscience, parce qu'il n'est à aucun degré une politique." (Editorial dominicain de La Vie intellectuelle.) Roland Barthes, Mythologies ["Grammaire africaine"], 1957, ora in Roland Barthes, Œuvres complètes, Paris , 1993, p. 648.
***
On a pu lire dans l’un des premiers numéros de l’Express quotidien, une profession de foi critique (anonyme), qui était un superbe morceau de rhétorique balancée. L’idée en était que la critique ne doit être "ni un jeu de salon, ni un service municipal" ; entendez qu’elle ne doit être ni réactionnaire, ni communiste, ni gratuite, ni politique. Il s’agit là d’une mécanique de la double exclusion qui relève en grande partie de cette rage numérique que nous avons déjà rencontrée plusieurs fois, et que j’ai cru pouvoir définir en gros comme un trait petit-bourgeois. On fait le compte des méthodes avec une balance, on en charge les plateaux, à volonté, de façon à pouvoir apparaître soi-même comme un arbitre impondérable doué d’une spiritualité idéale, et par là même juste, comme le fléau qui juge la pesée. Les tares nécessaires à cette opération de comptabilité sont formées par la moralité des termes employés. Selon un procédé terroriste (n’échappe pas qui veut au terrorisme), on juge en même temps que l’on nomme, et le mot, lesté d’une culpabilité préalable, vient tout naturellement peser dans l’un des plateaux de la balance. Par exemple, on opposera la culture aux idéologies. La culture est un bien noble, universel, situé hors des partis pris sociaux : la culture ne pèse pas. Les idéologies sont, elles, des inventions partisanes : donc, à la balance ! On les renvoie dos à dos sous l’œil sévère de la culture (sans s’imaginer que la culture est tout de même, en fin de compte, une idéologie). Tout se passe comme s’il y avait d’un côté des mots lourds, des mots tarés (idéologie, catéchisme, militant), chargés d’alimenter le jeu infamant de la balance ; et de l’autre côté des mots légers, purs, immatériels, nobles par droit divin, sublimes au point d’échapper à la basse loi des nombres (aventure, passion, grandeur, vertu, honneur), des mots situés au-dessus de la triste computation des mensonges ; les seconds sont chargés de faire la morale aux premiers : d’un côté des mots criminels et de l’autre des mots justiciers. Bien entendu, cette belle morale du Tiers-Parti aboutit sûrement à une nouvelle dichotomie, tout aussi simpliste que celle qu’on voulait dénoncer au nom même de la complexité. C’est vrai, il se peut que notre monde soit alterné, mais soyez sur que c’est une scission sans Tribunal : pas de salut pour les Juges, eux aussi sont bel et bien embarqués. Ibid. ["La critique ni-ni"], pp. 651-2.
Vidi il popò di Briatore, vidi cani e gatti, vidi le moltitudini della Padania, vidi una caprese in cui si alternavano fette di mozzarella blu e fette di pomodori marci al centro di un piatto di plastica, vidi una mascella spezzata (era Berlusconi), vidi infiniti denti che addentavano i miei denti come nel gabinetto di un'igienista, vidi tutte le igieniste e nessuna mi spazzolò, vidi a corso Rinascimento le stesse teste di cazzo che trent’anni prima avevo viste a via degli Uffici del vicario, vidi sgrammaticature, sx, coca light, peni di cartone, jacuzzi fai da te, vidi contorti disegni di legge e ciascuno dei loro emendamenti, vidi a Milano Due una meteorina che levati, vidi l'extension, il culo a mandolino, vidi un tumore nella 32AA in 40D, vidi un buco in mezzo all'autostrada, dove prima era un giudice, vidi in una casa di Secondigliano un Meridiano di Guia Soncini, vidi insieme la prescrizione e la decorrenza dei termini di quella prescrizione, vidi un tramonto sul plastico di Brembate di Sopra che sembrava riflettere il colore di un trifoglio del plastico di Brembate di Sotto, vidi la mia stanza da letto occupata da Alessandro D'Avenia, vidi in un cesso di Avetrana un orologio Cartier Miss Pasha con cinturino intercambiabile posto tra due mortadelle che lo ammodernizzano più meglio, vidi chihuahua impellicciati su una spiaggia di Fregene il pomeriggio, vidi tutte le venuzze del naso di Ferrara alle 20.33, vidi Fede e Mora al dopolavoro mandarsi messaggini, vidi in uno stand di arredamento beato chi s'oo fa' 'n sofà, vidi 33 ragazze sul pianerottolo di un ascensore con aglio e oglio, vidi dildi, tsunami, vulnus e La Russa, vidi tutti gli elettori del Pdl che esistono sottoterra, vidi una nipote di Mubarak, vidi in un cassetto della scrivania (e la calligrafia mi fece tremare) lettere impudiche, incredibili, precise, che Kafka aveva dirette a Milena Jensenká, vidi la tomba di Fede ad Arcore scaraventata in una fossa comune, vidi i resti meravigliosi di quel che forse era Simona Ventura, vidi una chiazza del mio vomito per terra, vidi il meccanismo regionale delle liste elettorali provinciali e la politicizzazione comunale della Corte costituzionale borgatara, vidi Radiolondra, da tutti i punti, vidi in Radiolondra il fattoquotidiano e nel fattoquotidiano di nuovo Radiolondra e in Radiolondra ilfattoquotidiano, vidi i miei denti sporchi e la mia prostata, vidi i tuoi denti sporchi, e provai acidità e presi un maalox, perché il mio palato aveva pregustato il pasto indigesto e sconnesso, la supposta, il cui nome deridono i coglioni, ma che nessun coglione ha contemplato: l'indistruttibile spazioazzurro.
In seguito all'inspiegabile e soprattutto immotivato[1] incremento di accessi, i G.O.D. (GhostwritersOnDemand) Dust, Mirumir e Sten accolgono in musica i nuovi lettori.
— Ti prego, cara Giulia: non essere sempre così didascalica. Giulia (Dominique Blanchar) e Corrado (James Addams) ne L'avventura (Michelangelo Antonioni, 1960).
— Vieni, cara! — Eh, sto controllando il soffritto… — Ma vieni, cazzo! Corri!! — Ma che c'è?! — C'è Minzolini! Corri! Minzolini, cazzo, vieni!!! Corri… — … — …
Non è la prima volta che mi capita. Sarà almeno un anno che mi porto dietro questa sensazione, senza riuscire a darle un nome. Ma perché grido così. La vanità dell'urgenza, quasi dovesse veramente succedere qualcosa, e per salvare una miserabile rotella cipollina si perdesse chissà quale messaggio in codice, l'occhiolinata definitiva, la gestualità massonica dell'unirsi, incrociarsi, aggrovigliarsi di quegli artigli. Appuntarlo, inchiodarlo come una spaventosa farfalla rinchiusa in un quadro-bacheca, badando a non ritrovarsi tra i piedi quell'impiastro di Jerry Lewis. Quelle dita, soprattutto. Cogliere il maneggio fuggente. Come quell'indimenticabile rotear di polso dell'ascensorista Shirley nell'Appartamento. E quando accade, soprattutto: avere un complice, accanto. Un testimone oculare. Quindi, il ricadere dell'attenzione, schiacciata dall'evidenza del tutto. La compattezza scomposta di quegli "editoriali" ti vota al fallimento, sempre, lasciandoti con la certezza che il particolare essenziale ti è sfuggito, anche stavolta. Semplicemente perché non c'era.
L'indomani sono in auto, e mi vengono addosso colline, vigneti e olivi, ce n'è uno smisuratamente alto, come certi alberi del nordovest americano, dove non sono mai stato. Un carrello in avanti (quelli laterali sono un'esclusività del solitario di Croisset), e di colpo penso, e aggravando il satori con un'emissione pomposa dico ad alta voce: "Minzolini è un paesaggio".(1) O un tramonto. Stai lì a guardarlo, ma con i nervi tesi, mai sereno ("sono sereno" era la frase preferita dei politici un attimo prima del tintinnar di manette, questo lo ricordo come fosse ieri). Ci fosse un raggio verde, chi può mai dire? E in quel caso, l'opportunità di brillare, vedendolo per primo in un istante preciso, indimenticabile, collocabile nello spazio della memoria, lasciando un'indelebile incisione nell'immaginario altrui: "Guarda! Hai visto?!". Oppure pensare che la tua ansia insoddisfatta partecipi dell'orizzonte, modificandolo nel delirio solipsistico riservato ai bambini o a certi tedeschi ("C’è un tale in Germania, uno tipo Fritz. O Werner. Ha questa teoria: se vuoi fare un test, tipo perché i pianeti girano attorno al sole, di cosa sono fatte le macchie solari, perché l’acqua esce dal rubinetto, insomma queste cose devi guardarle. Ma quando le guardi, a guardarle le cambi. E a quel punto non sai più cosa è successo, o cosa sarebbe successo se non ci avessi ficcato il naso. Si chiama 'Principio d’indeterminazione'. Sembra un delirio, ma persino Einstein dice che quel tale ci ha preso"). E invece. Niente da vedere niente da nascondere. Minzolini è arte concettuale. Nei dettagli non si nasconde nulla: non è mica Dio. Solo un fatto estetico: l'imminenza di una rivelazione che non si produce. Queste cose devi guardarle. Come un guardiano di polli renitente, che quando scrisse di libri e muraglie si immaginava cieco (era solo una finzione premonitrice). Allora "the horror… the horror…"? La battuta sarebbe davvero azzeccata, credo, ma solo se a pronunciarla fosse un indolente, annoiatissimo George Sanders. Sogni d'oro, sweet cesspool.
1) E in auto c'è anche una bambina di otto anni. A proteggerla da Avatar, che ha già visto con me, ci pensa Bondi. Ma chi la salverà, se nel futuro dovesse ricordare, suo malgrado, "questo carrello contro natura"?
[…] j'aimais bien Casey Affleck, le fait que tout le monde passe son temps à se tirer littéralement dans le dos, l'impression générale que le film a en quelque sorte intégré la présence invisible de ses propres spectateurs, ceux du présent au cinéma et ceux du passé au théâtre (et la dernière partie me semble confirmer cette impression), l'attente créée par la voix off, dont on soupçonne toujours qu'elle va nous sortir une réflexion métaphysique et qui reste toujours en deça de nos espérances (ce qui est un choix judicieux, la plupart du temps, art de la déception etc.) en restant platement descriptive, non sans une sorte de bizarre stupeur heideggerienne, bref une voix off quelque part entre Malick et Barry Lyndon, et qui confère au film une petite musique qui au fond me semble une petite invention. Et puis les scènes pesantes où Jesse James pose une question, et on sait qu'il connaît déjà la réponse, et ses interlocuteurs aussi, et pourtant ils continuent à mentir, mollement, sans conviction, sans même savoir pourquoi, en attendant qu'un ange passe, ou plutôt un diable, et qu'il les emporte tous en enfer.
[…] questa scena resta un capolavoro di condensazione forma-senso, la storia degli Stati Uniti d'America in due minuti di film girati da un neozelandese.
— Dove siamo? — Non te lo so dire. Alex Joyce (George Sanders) e la moglie Katherine (Ingrid Bergman) in automobile: prime parole di Viaggio in Italia (Roberto Rossellini, 1954).
[…] Vana opera è quella di chi pratica l'arte del futuro e attende al fuoco e all'are! Se dai segni trae nemiche le sorti, spiace a quelli che ne hanno gli auspici. Se al contrario vinto dalla pietà non dice il vero, fa ingiustizia agli dèi. Tiresia a Creonte in Euripide, Le Fenicie (trad. di C. Diano).
Vedo disastri. Vedo catastrofi. Peggio: vedo avvocati! Cassandra (Danielle Ferland) nella Dea dell’amore (Mighty Aphrodite, 1995) di Woody Allen.
Alla fine d'agosto, come capita a ciascuno di noi, la morte raggiunse Charles Foster Kane e mi si smagnetizzò il Bancomat. Telefonai alla mia banca italiana per chiedere, dato che vivo in un altro paese dell'UE, di spedirmi una nuova carta per posta. La richiesta parve esosa al bancario, particolarmente irritato: era chiaro che l'avevo smagnetizzata apposta, la carta. Alla fine desistetti, e mi limitai a comunicargli i miei dati. O almeno ci provai. Un'impresa disperata, vista la furia del bancario. E poi ormai ci ho fatto il callo: ho un nome difficile da capire (per non parlare del cognome). — Mi chiamo Altiero… — … — … Vuole… che le faccia lo spelling…? — (tono piccato) No, guardi che ce la faccio benissimo da solo, signor Alfiero! — … con la "t", veramente… — (seccatissimo) Alfieto!
Fleshbech. Un mese prima. Ho un amico con il quale non ho nulla in comune. È solo che si chiama Gualtiero, e allora ci siamo detti che la quasi omonimia bastava, se non per sigillare l'inizio di una grande amicizia (anni fa scrisse: "Come si fa sulla Terra a pronunciare la battuta 'Ricordo tutto di Parigi, i tedeschi erano in grigio, tu eri in blu'? Come si fa in un solo film ad avere due personaggi che si chiamano Ferrari e Renault? A Casablanca si può"), almeno per passare qualche giorno in vacanza assieme in una villa in campagna, dove ero ospite. (No, la casa non appartiene a Jack Nicholson.) Lo invitai. Commise l'errore di accettare. In vacanza io mi sveglio nevroticamente tardi. Gualtiero si sveglia nevroticamente presto, sempre, non solo in vacanza. Si sveglia all'alba, per vederla, ma poi guarda sempre a ovest. Così, all'ora in cui le piante puzzano di rugiada, incontra un giardiniere che è solito bazzicare da quelle parti. E che gli chiede, insospettito dalla presenza di uno sconosciuto che volge le spalle al sole che sorge: "Mi scusi, ma dov'è finito il signor Gualtiero"? Gualtiero, la fronte imperlata di sudore freddo, mi racconta tutto al mio primo caffè, verso le undici e mezza. Dice che non ha osato, che non ha avuto il coraggio, che le labbra gli tremavano mentre si tratteneva dal dire: 'Veramente… il signor Gualtiero… sarei io'. Dice di aver pensato ad Alain Delon, in quel film di Joseph Losey: "Forse è meglio così, meglio tacere. Pensa, bastava che lui, la prima volta che glielo chiedono, avesse risposto: 'No, vi sbagliate, non sono il Monsieur Klein che cercate, mi avete confuso con un altro', e si sarebbe salvato".
Sempre così, in vacanza, d'estate: o si parla di calciomercato o si legge un'intervista a Rupert Everett sul supplemento di un qualsiasi quotidiano (è chiaro che Everett ha venduto una ventina d'interviste, tutte uguali, tutte insieme, a vari supplementi italiani: ne smaltiscono una all'anno, più o meno alla fine di luglio). Oppure si parla di universi paralleli, di casi nella vita, di destini incrociati. Io da anni vedo film senza guardarli e dimenticandoli immediatamente; Gualtiero non va al cinema dal 1996, ma si ricorda tutti i film che ha visto prima di quella data. O comunque si ricorda i film memorabili. Ci sono dei registi, magari non sono geniali "en el sentido nocturno y más alemán de esta mala palabra", come disse un tale a proposito di Quarto potere, ma sono dei registi intelligenti. Sono quelli che quando fanno un film lo girano in modo tale che esso produca memoria. Forse perché la loro vita o la loro opera o ambedue hanno proprio a che fare con la memoria, in qualche modo. Non lo so. E comunque non è questo il punto. Il punto è che subito dopo aver ricordato Mr. Klein, Gualtiero aggiunge un altro esempio: "… o come l'inquilino del terzo piano. Pensaci, bastava che in quella scena avesse detto al tabaccaio: 'No, grazie mille, ma io fumo solo Gauloises' e il film finiva lì".
In questo tipo di storie, la figura prediletta è quella della metafora spaziale: bivi, incroci, ecc. Un tale, sempre lui, ci ha scritto pure un racconto in cui si immaginava un parco tutto così, fatto solo di biforcazioni, non ricordo come si chiamasse, la prossima volta che vedo il giardiniere glielo chiedo, magari lui lo sa.
A dire il vero, io una domanda ce l'avrei, Mr. Polanski. Giuro che non ha nulla a che fare con la sua predilezione per le fanciulle in fiore. Pensando piuttosto alla sua opera, che spesso, retrospettivamente, è sembrata a molti una strana e amara profezia della sua stessa vita: se quest'impressione ha qualche oscura fondatezza, come mai, il 27 settembre scorso, invece di fumarsi una Marlboro, si è imbarcato per Zurigo?
Un centrino se riconosci il film da cui è tratto questo fotogramma. Nuovi indizi giovedì e sabato. AGGIORNAMENTO (giovedì 1° ottobre): Nuovo fotogramma. Se il titolo non fosse già preso lo avrei intitolato No se culpe a nadie. AGGIORNAMENTO (sabato 3 ottobre): Nuovo fotogramma, ovvero Se questa è una donna che visse due volte.
P.S.: Ti ricordo che le regole de L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ™ sono depositate presso il notaio Altamante Fruzzetti e possono essere consultate qui.
ATTENZIONE: la partita si è conclusa sabato 3 ottobre alle 14.49. arcomanno si piazza in testa alla graduatoria. Il film da riconoscere era L'inquilino del terzo piano (Le Locataire, 1976) di Roman Polanski. Pecché? Pecché me so' scassat'! Oh. La prossima sfida si terrà lunedì 5 ottobre. Magara. A seconda del riporto di Schifani.
AGGIORNAMENTO (lunedì 1° giugno). Erano almeno due mesi che aspettavo di scrivere questo post. E come diceva Fritz Lang nel Disprezzo di Godard, "Bisogna sempre finire quello che si è cominciato". Infatti L'Odissea non l'aveva né cominciata né finita. Un altro, splendido film inesistente. Quindi ho fatto 'sto post, file under "me lo giro e me lo guardo". Tanto da noi c'è sempre un condono, dietro la porta verde.
Via libera per il signor Teschi, che non lascia addirittura tempo a Mike Bongiorno di formulare la domanda e dice subito il nome del regista (von Sternberg) e il titolo (Le notti di Chicago) del film che poco prima della morte Ridolini interpretò, sostenendovi eccezionalmente un ruolo drammatico. L'"esame", per così dire, del signor Teschi ha una piccola coda: egli offre a Bongiorno una rarità da cineteca, un fotogramma del film di Dreyer La passione di Giovanna d'Arco e racconta, con gran disinvoltura, come alcuni suoi colleghi insegnanti, per indurlo a raddoppiare, gli abbiano offerto, in caso di insuccesso, di rifondergli la differenza. Il maestro di Cremona se ne va fra gli applausi: ha ormai conquistato 640 mila lire ed è in gioco per il premio di 1 milione e 280 mila lire, fra due settimane.
L'impiegato milanese Gino Tomaselli, appassionato di jazz, che gli succede per tentare il premio di 1 milione e 280 mila lire, è la terza vittima della serata. Richiesto di dire il titolo di una famosa composizione sui quartieri di Londra (il titolo era London Suite) risponde subito franco e secco: "Rinuncio"; ad ogni modo, appena uscito dalla cabina di vetro, prende possesso del suo premio di consolazione, un'auto utilitaria.
Ed eccoci infine al clou della trasmissione: il professor Lando Degoli di Carpi, matematico e appassionato d'opera lirica: se imbroccherà la risposta, vincerà 2 milioni e 560 mila lire. "Mi ritiro" dice il professor Degoli alla richiesta se vuol giocare ancora; poi, sul chiaro mormorio di delusione che sale dalla platea, aggiunge maliziosamente: "Mi ritiro nella cabina, per rispondere alla domanda"."Nelle sue partiture Verdi usò mai il controfagotto? e in quale opera?" chiede Mike Bongiorno. Entro la garitta il professor Degoli suda di pena, poi dice piano: "Non lo so". Bongiorno l'incoraggia mentre l'orologio scandisce i secondi: "Il Falstaff" azzarda il professore. Ma la risposta esatta è invece: Don Carlos. Giuliano Gramigna, Fatale il Don Carlos al professore musicofilo, "Il nuovo Corriere della sera", 18 dicembre 1955.
… ladri da due soldi che prendevano il sole delle sette di sera come zombie (o come messaggeri senza messaggio o con un messaggio intraducibile) meccanicamente predisposti a consumare fino all'ultimo un altro tramonto sul DF.Roberto Bolaño, I detective selvaggi, traduzione di Maria Nicola, Sellerio Editore, Palermo 2003, p. 390.
3 ottobre 2006, ore 17.52. Spedisco questa mail a un amico.
Caro Lapis,
cinque minuti fa, per ragioni che ti risparmio, sono ansato su imdb per verificare l'effettiva esistenza di un film intitolato Bomber's Moon, e per avere un'idea di che cavolo fosse. Il film esiste, è una roba di guerra di Edward Ludwig e Harold D. Schuster, con George Montgomery e Annabella, anno 1943. Ma il punto non è questo. Il punto è che esiste un riassunto della trama, di una buona ventina di righe, firmato da un utente di nome Les Adams (c'è persino il suo indirizzo elettronico, longhorn@abilene.com, nel caso volessi scrivergli per sapere se gioca a pollonario [all'epoca eravamo intrippati con un giochino demente che si chiama Chicktionary, volevamo battere il record, volevamo scriverci sopra un romanzo, volevamo farne la nostra vita]). E come quasi tutto in imdb, tu clicchi sulla firma e il sito ti sciorina la lista dei film di cui Les Adams ha gentilmente, volontariamente e gratuitamente scritto il riassunto della trama. Mi segui, malgrado l'inflazione di avverbi e genitivi? Bene. Ora stai a sentire: Les Adams ha scritto 2660 riassunti (cifra minima, poi la ricerca dichiara di essere "aborted"). Hai capito? 2660 riassunti, più o meno della stessa lunghezza, ossia notevolmente dettagliati per la media imdb. 2660 riassunti, da 10,000 Kids and a Cop (1948) a Zurück aus dem Weltall (1959). 2660 film, della cui stragrande maggioranza neppure conoscevo il titolo: Wild West Whoopee (1931), What's Buzzin', Cousin? (1943), Two Blondes and a Redhead (1947), Tonga Tika (1953), di cui Les sostiene che il vero titolo sarebbe Tanga-Tika, e qui mi fermo con gli esempi. A occhio sembra che Les prediliga un trentennio circa, dall'inizio dei Trenta alla fine dei Cinquanta, e soprattutto western e film di guerra, assolutamente sconosciuti, probabilmente già quando uscirono (se uscirono, e dove? ad Abilene?), di certo dimenticati (e forse dimenticabili). Ma non voglio fare l'esegesi, non è questo il punto. Il punto sono i 2660 (cifra minima, ripeto) riassunti.
Les Adams, 2660 riassunti di film. L'opera di una vita. Un brivido mi è risalito lungo la schiena. Dovevo pur dirlo a qualcuno.
3 maggio 2009, ore 18.58.
Si potrebbe buttarla sulla paranoia, sommare (2006 - 2000) + 2660, ricordarsi che il primo a parlarmi di Bolaño fu proprio l'amico in questione, farne un post e intitolarlo 2666.
Andiamo comunque a vedere a che punto è la notte di Les Adams, andiamo a verificare l'orrore del cuore di tenebra che fa battere internet.
Fatto (non ci ero più tornato).
Ho scoperto che i 2660 titoli nel frattempo sono diventati 5326. Il che, in meno di tre anni, aspetta che prendo il calcolatore per vedere cosa ottengo scrivendo 5326 - 2660.
No. Non è possibile.
Lo so che credi che ho inventato tutte queste cifre per ottenere quel numero. Serve a qualcosa giurarti che è tutto vero, persino il fatto che ho effettivamente svolto le azioni descritte (verifica dello status di Les Adams e uso della calcolatrice) nel momento esatto in cui le descrivevo?
La curiosa attrazione che prese il nome di Hale’s Tours, se davvero venne presentata [all’Esposizione Universale di Saint Louis, del 1904] nei modi previsti dal suo inventore, certo William Keefe, doveva consistere in un vagone ferroviario privo di una delle fiancate, che girava dentro un tunnel circolare la cui parete veniva a formare uno schermo continuo, senza inizio né fine. Sullo schermo venivano proiettate immagini prese da un treno in movimento. Noël Burch, Il lucernario dell’infinito (trad. di Paola Cristalli, Il Castoro 2001), p. 40.
Inutile spiegare perché ieri sera ho ripensato a questa scena, che collocherei senza dubbio tra le dieci preferite del mio pantheon personale, se solo avessi un pantheon personale. Poi mi sono detto che la scena poteva servire a illustrare sia i vent'anni dalla nascita di internet, sia i dieci dalla morte di Stanley Kubrick, inutile spiegare perché.
Ma poi lo so che potrebbe servire a illustrare qualsiasi cosa, in fondo. Se un’immagine, guardata a parte, esprime nettamente qualcosa, se comporta un’interpretazione, essa non si trasformerà entrando in contatto con altre immagini; le altre immagini non avranno alcun potere su di essa, ed essa non avrà alcun potere sulle altre immagini. Né azione, né reazione: essa è definitiva e inutilizzabile, nel sistema del cinematografo. Jean-Luc Godard, Histoire(s) du cinéma, 2b — Fatale beauté (1997).
Mi è capitata una cosa curiosa: ho capito che non morirò giovane. Jack Weil (Robert Redford) in Havana (Sydney Pollack, 1990).
Dieci cose che ho imparato nelle ultime due settimane, dormendo:
1) In alcune ore del giorno, nello Stato di Sonora si registrano le temperature più alte del mondo, forse. 2) Renato Soru ha perso le regionali in Sardegna, le ha vinte un altro, Veltroni ha chiesto scusa a tutti e si è dimesso. 3) Franco La Polla, 1943 — 2009. 4) Nei pici all'aglione c'è molto più aglio e meno peperoncino che nelle penne all'arrabbiata. Il piccì invece si è sciolto il 3 febbraio 1991. Scusa a tutti, aggiungere 'sti pici q.b. e servire in tavola. 5) La cattiva notizia è che Dio non esiste. La buona è che GOD è tornato dal Brasile, forse. 6) Quando era sindaco, Veltroni ha rinchiuso i Rom in un campo che pare un lager e ora si occuperà dell'Africa. 7) A Sanremo qualcuno ha vinto. Non la brutta canzone sui gay, interpretata da un tale. 8) Franceschini è il nuovo leader del PD, Borges sarà letto nei tunnel nel 2045 e l'opposizione batterà Berlusconi nel 2666. 9) Quando s’avvicina la fine, non restano più immagini del ricordo: restano solo parole ecc. ecc. 10) Si facevano i tortellini, a Bologna. Oppure le lasagne. Comunque Pranzo di ferragosto è un bel film.