Inizio di To Play the King, BBC, 1993.
Non solo vent'anni prima del remake americano, House of Cards.
Anche quindici anni prima dell'inizio de Il divo.
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martedì 17 maggio 2022
Stenshots
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To Play the King
domenica 8 luglio 2018
Carlo Vanzina nello specchio congelato dello schermo
La morte di Carlo Vanzina è una notizia che interessa l'Italia e lì si esaurisce: né per vari motivi si possono immaginare recuperi in futuro da parte di critica e pubblico internazionali: come avvenne con Risi, Germi, Bava, Margheriti, Pietrangeli; o con Sordi e Totò. Per vari motivi, non solo legati alla "qualità", questo non avverrà: ricordo un festival dedicato al nostro cinema pecoreccio vari anni fa alla Cinémathèque-bis di République, che forse non a caso venne chiusa poco dopo.
È quindi una questione nazionale e sociologica, non proprio materie sulle quali mi sento di poter pontificare. Ciò detto, questo vale per quasi tutto il cinema italiano da più di quarant'anni. Non ho nulla da rimproverargli, è solo che non ci penso mai. Non penso mai a Virzì, o a Sorrentino, o a Garrone che pure non mi dispiace, o a Moretti (se non in chiave di memorialistica pseudoantropologica, pseudosociologica) che dopo Habemus papam grazie ma mai più, o a Guadagnino di cui non ho mai visto e forse mai vedrò una mera polaroid. Sono proprio del tutto estranei alla mia contingenza, da troppi anni. È come se si occupassero di neuropsichiatria, di botanica, di algebra, che sembra una battuta sarcastica nei confronti di Moretti, ma un po' è vero e comunque non è mai riuscito fino in fondo a far qualcosa per non meritarsela.
Il problema è che la maggior parte di questi registi confezionavano e confezionano prodotti esclusivamente industriali, riproducibili e infatti riprodotti pigramente da loro stessi: Sorrentino per esempio ha creduto fin dall'inizio che l'autore cinematografico deve proiettare sullo schermo i propri fantasmi privati e da questo fellinismo d'accatto non si schioderà mai più, non si interrogherà mai sull'interesse di quella proiezione, né verrà attraversato dal dubbio che i suoi fantasmi non sono privati ma solo un'espressione, a monte e a valle, del Kitsch.
Un simile discorso vale se si paragona un Vacanze di Natale a Ferie d'agosto. L'unica differenza risiede nel pubblico di riferimento, borghesia medio-bassa nel primo caso, medio-alta nel secondo. Ambedue i prodotti mirano a meccanismi di identificazione dei "loro" spettatori; il film è tutto conchiuso in quel processo. Non c'è nient'altro, né nei Vanzina, né nei Virzì. In ambedue i casi il presente non viene né fotografato, né documentato, né archiviato, come invece si legge ovunque: il cinema non è nato per farlo e non lo ha mai fatto. Non foss'altro che per i tempi tecnici: rispetto all'ideazione arriva in sala con minimo un anno di ritardo. Quel presente è già passato.
Fotografa quindi, documenta, archivia, i suoi stessi spettatori compiaciuti, identificati, identificabili, e riconoscenti. Questo è ripeto da quarant'anni il vero panorama di una cinematografia nazionale che fu tra le più belle del mondo e di cui fuori dall'Italia non importa più nulla a nessuno.
Possiamo quindi – ma solo tra noi – notare che la morte di Carlo Vanzina vede, grosso modo e ancora una volta, contrapporsi un tipo di consumatori, appartenenti alla borghesia medio-alta, a un altro tipo di consumatori, appartenenti alla borghesia medio-bassa. Il cinema non c'entra nulla. La questione è politica: in questo come in vari altri casi non c'è più alcun punto di contatto tra le due classi. Un tempo quel punto di contatto c'era, e il fatto che non ci sia più è il principale problema politico che dovremmo porci.
martedì 18 gennaio 2011
Consolazioni
Male che vada almeno avremo portato a casa il fedelelismo.
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domenica 8 marzo 2009
L'ultimo gioco in città
VII — PERCHANCE TO DREAM
Gelli l’avevo conosciuto sommariamente a Frosinone. Era il direttore della Permaflex. Anni dopo lo rividi in Argentina ad un ricevimento, e pensai: “Toh! Quello somiglia al direttore della Permaflex di Frosinone”.
Giulio Andreotti (Toni Servillo) interrogato dalla Commissione parlamentare ne
Il divo — La spettacolare vita di Giulio Andreotti (Paolo Sorrentino, 2008).
Giulio Andreotti (Toni Servillo) interrogato dalla Commissione parlamentare ne
Il divo — La spettacolare vita di Giulio Andreotti (Paolo Sorrentino, 2008).

Indovina da quale film è tratto questo fotogramma e vinci tre guanciali. Mercoledì aggiungerò un fotogramma e dormirai tra due cuscini. Venerdì ne aggiungerò un altro e ti sfilerò il penultimo guanciale da sotto la tua testolina.
P.S.: Ti ricordo che le regole de L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ™ sono depositate ecc. ecc., tanto ormai celosai. Se non riesci a trovar sonno affidati a Morfeo.
ATTENZIONE: LA PARTITA SI È CONCLUSA LUNEDÌ 9 MARZO ALLE 14.33. IL FILM DA TROVARE ERA "THE ELEPHANT MAN" (DAVID LYNCH, 1980). GEGIO SI AGGIUDICA TRE GUANCIALI.
LA PROSSIMA SFIDA SI TERRÀ DOMENICA 15 MARZO.
L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ.
GRADUATORIA
afasol: 8 guanciali.
arcomanno: 3 guanciali.
gegio: 3 guanciali.
bianca: 2 guanciali.
P.S.: Ti ricordo che le regole de L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ™ sono depositate ecc. ecc., tanto ormai celosai. Se non riesci a trovar sonno affidati a Morfeo.
ATTENZIONE: LA PARTITA SI È CONCLUSA LUNEDÌ 9 MARZO ALLE 14.33. IL FILM DA TROVARE ERA "THE ELEPHANT MAN" (DAVID LYNCH, 1980). GEGIO SI AGGIUDICA TRE GUANCIALI.
LA PROSSIMA SFIDA SI TERRÀ DOMENICA 15 MARZO.
L'ULTIMO GIOCO IN CITTÀ.
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afasol: 8 guanciali.
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lunedì 8 settembre 2008
Bicchieri 2 (“Il divo”)
Andreotti — tutto cognome (anche sua Mamma — v. — lo chiamava: ♫ Andreotti). Capo storico della Democrazia Cristiana, con Fanfani (v.), ma di lui più pervicace (v. anche Almirante). Da non confondere con Andreotti, Giulio: immortale — Divino (v. Jicca). Cfr. Nixon, Pinochet, Suarto, et alii: che possano, e sia il silenzio, scomparire del tutto. E v., per il problema della reductio ad cognomen: Leoncini; Leoni.
Giuseppe A. Samonà, Quelle cose scomparse, parole (Dizionario), Ilisso, Nuoro 2004, p. 14.
Gli piacerebbe vedere un Alka-Seltzer, ecco cosa gli piacerebbe vedere adesso come adesso, un Alka-Seltzer che affonda sfrigolando in un bicchiere d’acqua fredda.
Don DeLillo, Underworld (traduzione di Delfina Vezzoli), Einaudi, Torino 1999, p. 386.
Avvicinati, Francesco: voglio rivelarti un segreto. Una cosa che non ho mai detto a nessuno.
Giulio Andreotti (Toni Servillo) a Francesco Cossiga ne Il divo (Paolo Sorrentino, 2008).
Giuseppe A. Samonà, Quelle cose scomparse, parole (Dizionario), Ilisso, Nuoro 2004, p. 14.
Gli piacerebbe vedere un Alka-Seltzer, ecco cosa gli piacerebbe vedere adesso come adesso, un Alka-Seltzer che affonda sfrigolando in un bicchiere d’acqua fredda.
Don DeLillo, Underworld (traduzione di Delfina Vezzoli), Einaudi, Torino 1999, p. 386.
Avvicinati, Francesco: voglio rivelarti un segreto. Una cosa che non ho mai detto a nessuno.
Giulio Andreotti (Toni Servillo) a Francesco Cossiga ne Il divo (Paolo Sorrentino, 2008).
Best scene: lo schermo ridotto a guardiola, dentro il faccione di Riina: “potreiavereunbicchiered'acquaconlebollicinedentrocortesemente?”. In generale tutte le scene con la corrente andreottiana, vertigini di verosimiglianza fisiognomica (io non sono lombrosiano; ma il cinema sì, direi). L'idea spaventosa che in Italia ci siano corpi e volti che somigliano a Sbardella, che somigliano a Ciarrapico, che somigliano a Cirino Pomicino. E persino a Riina, e lì la mimesi mostra persino lo sforzo (lo sforzo! c'è qualcuno che è pronto persino a soffrire per somigliare a Riina!): per avere quel faccione da bamboccio invecchiato senza rughe, una maschera di cera ottenuta attraverso liquefazione, il sospetto di un volto chirurgicamente ricostituito dopo ustioni tremende, tipo “homme sans visage” letteralmente sciolto in seguito a esplosione di bomboletta spray.
The worst: le scene con Fanny Ardant, insopportabile virago. Non mi piaceva neppure nei due Truffe, figurarsi ora. Lei invece somiglia sempre più a se stessa, un'icona insensata e fastidiosa (cozza inconsapevole che si atteggia a fatalona, imbarazzo garantito, almeno per me). Forse pure Degli Esposti è tirata via (e pure con Scalfari qualcosa non funziona, mi sembra).
Shakespeare sì, ma Shakespeare modesto. Uno Shakespeare dell'Italia non può che essere modesto, come modesti sono i suoi dirigenti. Infatti la tirata geniale su bene e male, con Servillo che improvvisamente si mette a sputacchiare idrofobo, è tirata modesta, è tirata per i capelli, tirata che si avvita su se stessa, saliva sprecata di un gobbetto che vorrebbe esser Richard ed è invece solo cosa nostra(na; e anche strana, e anche straniante): un ennesimo alibi, insomma.
E poi le passeggiate per Roma, certo: 4 passettini fra le nuvole.
Riina che si alza davanti ad Andreotti: quelle macchioline di piscio sulla patta dei calzoni. Odor di santità (che era proprio odor di piscio, appunto).
Nella scena dei suicidi, avrei ricordato il biglietto lasciato da Gardini (o è una leggenda metropolitana?). Una parola sola: “Grazie”.
The worst: le scene con Fanny Ardant, insopportabile virago. Non mi piaceva neppure nei due Truffe, figurarsi ora. Lei invece somiglia sempre più a se stessa, un'icona insensata e fastidiosa (cozza inconsapevole che si atteggia a fatalona, imbarazzo garantito, almeno per me). Forse pure Degli Esposti è tirata via (e pure con Scalfari qualcosa non funziona, mi sembra).
Shakespeare sì, ma Shakespeare modesto. Uno Shakespeare dell'Italia non può che essere modesto, come modesti sono i suoi dirigenti. Infatti la tirata geniale su bene e male, con Servillo che improvvisamente si mette a sputacchiare idrofobo, è tirata modesta, è tirata per i capelli, tirata che si avvita su se stessa, saliva sprecata di un gobbetto che vorrebbe esser Richard ed è invece solo cosa nostra(na; e anche strana, e anche straniante): un ennesimo alibi, insomma.
E poi le passeggiate per Roma, certo: 4 passettini fra le nuvole.
Riina che si alza davanti ad Andreotti: quelle macchioline di piscio sulla patta dei calzoni. Odor di santità (che era proprio odor di piscio, appunto).
Nella scena dei suicidi, avrei ricordato il biglietto lasciato da Gardini (o è una leggenda metropolitana?). Una parola sola: “Grazie”.
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