sabato 10 agosto 2019

Stenshots








giovedì 25 luglio 2019

lunedì 22 luglio 2019

Stranger Things S03 (The Duffer Brothers, 2019)

La terza stagione di Stranger Things è come ormai sanno tutti superiore alla seconda. Secondo me è anche migliore della prima, perché trova finalmente una sua verità nel raffazzonato, nel ritmo affannosamente reinventato tra una sequenza e l'altra e mai uguale a se stesso, nel suo sostanziale non andare a parare mai da nessuna parte, a tal punto che giunti oltre la metà della stagione, e forse fino alla fine, non si capisce di cosa si stia parlando, quale sia la posta in gioco, senza che questo abbia la minima importanza per garantire il moderato ma sicuro divertimento. Questo è il vero spirito degli "anni Ottanta", l'iceberg di cui la prima stagione mostrava solo la punta di Spielberg e dei suoi fortunati compari (nonché di Stephen King e di vari videogiochi di successo ma a rischio zero, da Life is Strange a Beyond). Vada invece per i neocormaniani che "non ce l'hanno fatta", da Tremors alla Troma, da Basket Case a Society, da Wes Craven al nostro amatissimo Romero (Day of the Dead era costato due dollari, contrariamente al precedente Dawn che ne era costati quattro e mezzo, splendida l'idea di proiettare il primo nel centro commerciale del secondo) a Terminator (idem, film a bassissimo costo, in attesa del noiosetto seguito, che sarà invece il primo film a costare cento milioni di dollari) a La cosa di Carpenter (che invece era caro, e la pagò il doppio). Vada per interni sfacciatamente di cartapesta, saloni con colonne bianco avorio in PVC, ruote di luna-park alte due metri come nel dimenticato The Funhouse (Il tunnel dell'orrore, 1981) di Tobe Hooper, trasparenti in auto che riescono a essere quasi altrettanto orrendi e quasi altrettanto sublimi dei migliori Hitchcock tra Cinquanta e Sessanta, vestitini fantasia da cui spuntano cosce non proprio d'alabastro e depilate alla bell'e meglio di ninfette mediamente smaliziate. Vada per i titoli di testa di cui non ricordavo graffi di pellicola nelle due precedenti edizioni, per i font decisamente "tv-movie" scelti per i titoli relativi a ciascun episodio, vada per questa tarantinata un po' tardiva, come appunto tardivo, raffazzonato, affannoso, sostanzialmente inutile ma in fondo simpatico era molto di quel cinema. Tarantino che ritrovi nel primo episodio prima della proiezione di Day of the Dead, con la sigla musicale di Grindhouse, nonché ovviamente nel riferimento alla Cosa carpenteriana, di cui The Hateful Eight è remake dichiarato, Cosa che fallì al botteghino perché più bella ma meno "perfetta" del precedente Alien (come Terminator era meno "molto molto profondo" ma più "molto molto gagliardo" di Blade Runner), Alien che a sua volta era la versione seria del primo film di Carpenter, Dark Star, raro caso di parodia à rebours, la Cosa di Carpenter di cui in Stranger Things si dice che è superiore a quella di Hawks, per una serie che sceglie invece – è la cosa che mi è piaciuta di più – di somigliare molto più a Hawks che a Carpenter, con i pischelli che parlano di cose sentimentali mentre sono inseguiti da una roba gigante e piena di denti fatta malissimo con un notebook, anche se sotto sotto pure questo Carpenter lo sapeva, anche senza un personaggio femminile in tutta la base artica quel che conta alla fine sono i tempi comici, quelli che decidi e imponi tu allo spettatore, non quelli che decide il "bel cinema", che è brutto, mentre è il brutto cinema che è bello, negli Ottanta come sempre: più o meno.

domenica 7 luglio 2019

mercoledì 26 giugno 2019

martedì 25 giugno 2019

sabato 15 giugno 2019

Us (Jordan Peele, 2019)

Il primo film di Peele, Get Out, elogiatissimo, era sorprendentemente mediocre, ma del resto se ci si diverte con Black Mirror non mi sorprendo più di nulla. Il suo secondo, essendo meno lodato, speravo fosse più interessante.
Ci ho azzeccato, il film è migliore del precedente, anche se forse oltre al frullare marpionescamente vari materiali non c'è molto altro. Ma rispetto a Get Out, Us ha sicuramente qualche punto in più. L'attesa metafora razziale che invece si rivela esclusivamente sociale non è un brutto spiazzamento, anche se rimane metafora pesantissima e di quello spiazzamento non viene combinato nulla. Nel primo la componente "politica" e le pretese di satira uccidevano tutto, qui si nota un certo gusto (post tutto, ma ormai è la norma) per il genere in sé, una progressione decente, anche se alla fine lo scherzo va per le lunghe. L'ho guardato insomma con indulgenza, chiedendomi spesso dove volesse andare a parare al di là del compitino ben fatto e non trovando risposte soddisfacenti.
La butto lì: di fatto siamo forse di fronte a un paradosso storico. Il cinema americano, principale produttore in termini quantitativi di film horror e similia, e noto per il suo andare "al sodo" rispetto ad altre cinematografie, europee e non solo ("se vuoi mandare un messaggio usa la posta" ecc. ecc.) si trova di fronte a due modelli del genere, Dawn of the Dead e The Shining, che ha visto sempre e solo nell'edizione in cui le componenti politica, sociale, satirica o anche semplicemente confusionaria o arraffatutto erano prevalenti rispetto ai montaggi europei di Argento o dello stesso Kubrick, in cui tutto veniva ricondotto alle esigenze (in teoria pur "americane", qui il paradosso) della spettacolarità immediata, come direzione e senso principali ma senza sminuire – anzi! – gli aspetti di cui sopra, che essendo sfoltiti colpiscono più direttamente, alleggeriti da inutili mediazioni volontaristiche. I Jordan Peele, ma anche il tizio di It Follows, e tanti altri, hanno visto i film giusti, ma nel montaggio sbagliato.

sabato 27 aprile 2019

Stenshots

venerdì 19 aprile 2019

Collision

Stamattina quando mi sono svegliato avevo la coscia che sanguinava copiosamente. Solo un attimo di sorpresa, poi ho capito che doveva essere legato a quando anni fa gli omofobi mi spararono alla gamba. Anche se io non sono mica gay.
Ricordo che era notte, vivevo solo perché in quel periodo avevo “problemi di coppia”. “Problemi di coppia”, insomma, ero stato mollato dalla ragazza, diciamocela tutta. Ma non rammento esattamente né quando mi avevano sparato, né dove, se nell’appartamento in cui vivevo più di dieci anni fa o in quello in cui vivo ora. È strano ricordare così poco, mi dico, non è che uno finisce sparato un giorno sì e l’altro no, è un evento importante nella vita di una persona, beccarsi una pallottola nella coscia così, per pura omofobia. Figurarsi poi se uno non è manco gay.
Dai e dai, sia pure in modo sconnesso, lo sconvolgente e insieme banalissimo passato, questo aneddoto della mia biografia si ricostruiscono. Stavo dormendo, o comunque ero a letto, con la finestra aperta. Lo sparo veniva da fuori – probabilmente un cecchino – accompagnato dall’urlo «Sale pédé!».
Io uscivo per strada con un grosso foro nella coscia zuppa di sangue, un cerchio rosso attorno e nerastro al centro, grumoso, uscivo in mutande; anzi no, in pantaloncini (perché era estate? perché non soffro il freddo? perché nella fretta non avevo trovato altro da mettermi?) e gridavo con un’isteria leggermente ottusa: «Mi hanno sparato, mi hanno sparato alla coscia!». Allora un passante mi diceva di andare a farmi curare al commissariato «del distretto», e io andavo in quel commissariato che era stranamente all’aperto, con la terra battuta al posto del pavimento o del selciato, più Armadillo di Red Dead Redemption che Parigi, e lì il capo della polizia mi diceva di chiedere del dottor Tizio (ho dimenticato il nome), uno bravo, «coscienzioso», e di evitare il dottor Caio, poco serio. Trovatomi davanti alla zona medica del commissariato ripetei esattamente le parole che mi aveva detto il capo della polizia: «Voglio vedere il dottor Tizio! Quello serio! Quello “coscienzioso”! No Caio!». Però di mio aggiungevo: «E deve darmi tutte le medicine buone! Tutte me le deve dare, le medicine buone!». Per “medicine buone” intendevo roba da bere, sciroppi, cose così. Perché all’epoca ero (sono?) alcolizzato fradicio, penso solo a bere, per ubriacarmi mi bevo qualsiasi cosa, pure gli sciroppi per la tosse, me li tracanno tutti d’un fiato, persino la coscia maciullata da un cecchino omofobo non deve privarmi dell’occasione di procacciarmi qualche bottiglietta, e se la paga il contribuente meglio mi sento, anzi non me ne frega assolutamente niente.
A quel punto mi rendo conto che la strana storia da me vissuta anni addietro l’avevo poi letta in un romanzo di Houellebecq, Collision. Houellebecq mi piace moltissimo, e tra tutti i suoi libri Collision è proprio quello che preferisco. Prendo il kindle e vado al cercaparole, ma non so bene che parola cercare. Non so se provo con il nome del capo della polizia o con quello (vero) del dottor Tizio, sta di fatto che trovo subito il passo in questione e lì c’è tutta la storia del mio incidente, come se l’avessi scritta io, paro paro copincollata: ma da cosa? forse l’avevo raccontata in passato? E dove? in rete? magari nel “mio blog”?
Che storia incredibile. O forse no, forse è normale. Si sa che Houellebecq attinge moltissimo dalle vite e dai racconti degli altri, e soprattutto dalla mia vita. Non solo dalla mia vita, ma soprattutto dalla mia vita. Però stavolta ho la prova, sta qua sul kindle, devo andare subito a mostrarla a Raffaele Alberto Ventura!
Manco a farlo apposta, Ventura è andato a vivere proprio nel palazzo in cui mi avevano sparato, quando vivevo al quinto e ultimo piano. Lui ora abita al quarto. Un grande finestrone interamente ricoperto di canne, sembra uno di quei film di Fuller anni Cinquanta, un rettangolo da La casa di bambù, e tutt’intorno il grigio triste un po’ celiniano da edificio popolare dell’undicesimo arrondissement. Ma in realtà non stona. Io mi metto a sbraitare da sotto: «Ventura!», e poi: «Raffaele! Rafè!», ma sbraito timidamente, perché temo la moglie di Ventura, peraltro bella ragazza e neppure antipatica, anzi, solo un tantino, come dire, austera, una di quelle che ci tiene a non fare scene, a evitare le napoletanate, tipo l’amico avvinazzato che urla il nome del marito dal cortile. Comunque si limita ad azionare dall’alto qualcosa che fa il rumore di una porta che si apre, sembra il portone, anche se non ha molto senso, dato che sono già in cortile, e poi io mica voglio salire, voglio che scenda Ventura. Bella ragazza, in ogni caso, e poi non mi ha sgridato, Ventura non ha chiaramente “problemi di coppia”, almeno per ora. Una ragazza, un figlio piccolo, nessun problema.
Poi Ventura scende, sorridente e gentile, e parliamo un po’ in cortile attorno a un tavolo con sopra varie cose un po’ in disordine che ora non saprei dire precisamente cosa fossero ma che evocano spensieratezza, disinvoltura e mite primavera. Gli dico che sto per rivelargli una cosa abbastanza pazzesca, tiro fuori il kindle, forse gli leggo pure il passo di «Collision», ma poco dopo Ventura si lava i denti e io rimango stupefatto dall’ennesima coincidenza, perché lo spazzolino che usa è un Oral-B elettrico, preciso il mio. Ventura e io usiamo lo stesso spazzolino! Cioè, non lo stesso, ciascuno il suo, ma è pur sempre lo stesso identico modello Oral-B! Incredibile! Sto per dirglielo, non riesco a trattenermi, sebbene sia sopraffatto dalla vergogna, perché Ventura è un intellettuale serio, e che figura ci faccio se mi metto a delirare sul fatto che usiamo lo stesso spazzolino, è ridicolo, assolutamente patetico, eppure è più forte di me, sento che devo farlo quando in extremis la buona sorte mi soccorre: in realtà quello di Ventura è uno spazzolino Colgate “a mano”, è solo che lui lo agita in modo talmente veloce e sicuro da farlo sembrare un Oral-B elettrico.
A quel punto torno a guardare il finestrone fulleriano del quarto piano. Pensa, un tempo lì ci viveva quella signora… quella pazza che non sopportava i… le… No, ecco, ora ricordo. Era una che cucinava SEMPRE. Cucinava ventiquattr’ore su ventiquattro, dall’alba al tramonto, dal tramonto all’alba, sempre lì a spignattare, compulsivamente ai fornelli. E cucinava piatti dall’odore pesante, spesso. Non dormiva mai?
No, non è vero. La cuoca matta abitava al terzo piano, non al quarto. Al quarto ci stava l’orrore. Quella famiglia di africani, numerosissima… I sacchi di riso da dieci chili… Blatte dappertutto… Quasi quasi glielo dico, al Ventura, chi ci abitava, lì, prima di lui. Così, per pura cattiveria. Così impara. Ma impara cosa? E perché, poi? È tutto senza senso. Infatti subito dopo penso ad altro: quanto sarà grande, quell’appartamento? Cinquantaquattro metri quadri. Nulla di miserabile, a Parigi le dimensioni non sono quelle italiane, ma prima o poi, con tutto che il figlio piccolo in qualche modo crescerà, magari Ventura cercherà qualcosa di appena più grande. Magari posso vendergli il mio nuovo appartamento. Glielo faccio notare, che male c’è, a provarci così, in modo informale, ma Ventura mi risponde: «Eh, sai, al momento non so ancora cosa mi succederà, c’è sempre aperta quella possibilità di tappaParma», lo ripete un’altra volta, «tappaParma», che è una chiara contrazione di «tappa a Parma», in confidenza noi ci parliamo così, perché ambedue sappiamo bene che prima o poi Ventura potrebbe (o vorrebbe? o dovrebbe?) tornare a Parma. Perché Ventura ci è nato, a Parma.