venerdì 31 dicembre 2021

Don't Look Up (Adam McKay, 2021)

Don’t Look Up conforta tutte le mie convinzioni e punta il dito su tutto ciò che detesto. Lo fa in modo preciso e al contempo metaforico: perché quel che dice valga non solo qui e ora, ma ovunque e domani. Non offende mai la mia intelligenza e ha sempre rispetto di me come persona.

Mi ha fatto abbastanza schifo.

martedì 21 dicembre 2021

Stenshots

domenica 19 dicembre 2021

Landscapers (Ed Sinclair e Will Sharpe, 2021)

Primo episodio visto ieri sera. Non è una serie cucita su misura per David Thewlis e Olivia Colman, semplicemente perché nessuna serie può essere costruita su una simile coppia d'attori: può solo esserne distrutta. Non a caso i personaggi da loro interpretati nell'ultimo decennio sono quasi tutti vampiri o cannibali, una stirpe che "farebbe della Terra un rottame e inghiottirebbe il mondo in uno sbadiglio" (Baudelaire, dicendo al Lettore della Noia). Mettili insieme e ottieni uno spin-off termonucleare di The League of Gentlemen.
Quindi come fanno gli autori e gli spettatori ad attraversare una devastazione annunciata? Aggirando, svicolando, rasentando i muri, giocando a nascondino e compiendo continue metamorfosi. I creatori (uno è Ed Sinclair, il marito di Colman; l'altro dirige tutti gli episodi e si chiama Will Sharpe, secondo me è l'elemento determinante; ambedue sono sicuramente famosissimi, io non li conoscevo neppure di nome) cambiano toni, punti di vista, scelte fotografiche, immaginari, generi, centri d'attenzione, punti di fuga: tutto, continuamente. Da una sequenza all'altra; da un'inquadratura all'altra (questo era già una caratteristica della prima stagione di Riget); addirittura all'interno della singola inquadratura.
Si ottiene un primo episodio la cui densità è impressionante, quasi sfiancante. È chiaro che questa serie vuole molte cose, quasi sicuramente troppe. Quello che colpisce è che tutto ciò che vuole, fa.

***

(Nota dopo il terzo episodio.)

La tassonomia frenetica, mozzafiato, sempre imprevedibile, del falso nella storia e nelle storie del cinema. Quindi degli artefatti, delle finzioni, delle menzogne, delle omissioni. Immagino De Palma perdere la testa per questa serie. Quindi non tanto il falso come costante ottusa ma come convulsa, compulsiva, malata sottrazione e soprattutto rimozione del reale prima e del vero poi. Dove però il punto sta nell'obbligare lo spettatore a non adagiarsi consolatoriamente di fronte a questa macchina celibe e totalizzante ma a chiedersi senza alcun "aiutino" se qualcosa di quel reale e di quel vero è sopravvissuto, e quando, e dove.

martedì 14 dicembre 2021

sabato 11 dicembre 2021

lunedì 6 dicembre 2021

domenica 5 dicembre 2021

Stenshots







venerdì 3 dicembre 2021

martedì 30 novembre 2021

Quite an experience to live in fear, isn't it?

Il video autoprodotto e diffuso online in cui l'intellettuale di ultradestra Eric Zemmour ha annunciato la sua candidatura alle prossime presidenziali francesi pertiene, non del tutto a caso, a quel sottogenere fantascientifico che chiamerei "ucronia inconsapevole" o "distopia senza alternative". Quel sottogenere non esiste, o esiste come truffa più o meno volontaria: a crearlo è lo scarto, da un canto, tra le attese del lettore o dello spettatore e, dall'altro canto, la progressiva indifferenza del racconto nei confronti di quelle attese. Per chi come me ha attraversato l'immaginario cyberpunk, retrofitting o semplicemente vintage con in mente l'opera di Philip K. Dick l'errore suonerà familiare: libri, ma soprattutto film e serie tv in cui abbondano le incongruenze, l'oggettistica desueta (qui la biblioteca, il microfono alla De Gaulle), sembrano invocare come diceva Borges "la promessa di una rivelazione" che però "non si produce". Solo che per Borges questa era la definizione del fatto estetico, mentre nel mio caso quell'assenza di un satori, magari imperfetto e collassante (il finale preparatissimo de L'uomo nell'alto castello, quello annunciato con qualche minuto d'anticipo in The Village di M. Night Shyamalan, l'urlo improvviso ma inevitabile e necessario di Laura Palmer alla fine di Twin Peaks – The Return) ha sempre prodotto una sensazione di noia sinistra. Un buon esempio: il reboot 2004-2009 della serie Battlestar Galactica, che mi piaceva ma che ho abbandonato in corso, quando ho capito che quella "Terra", quel vecchio telefono a rotelle nelle astronavi, non avrebbero trovato una soluzione anche solo parzialmente logica, che quel passato nel futuro era un dato, così come in rete lo sono quegli orrendi "stacce", quei ", punto.".
Zemmour punta su questo trucco da apprendista stregone, qui come in tutto una caricatura ("un Trump acquistato su Wish", lo ha definito il portavoce del governo Gabriel Attal, forse l'unica sua dichiarazione azzeccata da quando è in carica). Sembra averne una qualche consapevolezza, forse si sta divertendo, e certo la sua retorica della nostalgia, tutta un'estetica da paccottiglia (il Kitsch, ossia l'artefatto pensato in partenza per piacere a "tutti" in un momento dato, o per terrificare "tutti", è uguale e ci sono ambedue), attinge a piene mani al tutt'altro che favoloso, bensì terrificante, destino di Amélie Poulain, laddove il termine "destino" è da sempre in Francia monopolio della destra più retriva e sanguinaria. (1)
A un futuro mostruoso e virale (l'Islam dilagante, l'omosessualità, la svendita dei gioielli di famiglia allo straniero) rappresentato in forma di violenza folle e generalizzata, come nei prologhi dei film postapocalittici, si contrappone un passato altrettanto immaginario, appunto quello delle images d'Epinal, del Lagarde et Michard, di icone cinematografiche per me tanto adorate quanto oggettivamente compromesse fuori dallo schermo: Gabin, Delon, Bardot (anche se in realtà non ho mai perso la testa per lei). Il presente non esiste, c'è solo un conto alla rovescia che si avvicina alla fine del mondo, salvo portare le lancette del vecchio orologio a pendolo, quello che "dit oui, qui dit non, qui dit 'Je vous attends'", all'indietro, al momento inafferrabile e straziante in cui Zemmour ha deciso che tutto era "luxe, calme et volupté", e poi fermarlo: per sempre. Come in Underground di Emir Kusturica. Una variante di quel sogno è il futurismo anni Sessanta; e l'idea di una Francia che "takes back control" a colpi di eccellenza tecnologica, di aeronautica, non manca nel video: ma nel contesto generale suona come un omaggio (volontario?) a Iron Sky o ai Wolfenstein della Bethesda.
La reductio ad Hitlerum non è difficile, al punto che sembra in qualche modo presa in conto ed esposta (con candore? per provocazione? irresponsabilmente? o per "espièglerie", giocosità alla Gavroche, il bambino dei Misérables con cui Zemmour si identifica probabilmente da sempre e che viene menzionato nel video?). Come sfondo musicale, il secondo movimento della Settima sinfonia di Ludwig van Beethoven. Sotto il Terzo Reich era chiamata "La Sinfonia della Vittoria Nazista". Fu trasmessa per celebrare il compleanno del Führer dalla radio tedesca Il 20 aprile 1945, mentre Berlino era rasa al suolo dalle bombe sovietiche. Al mattino, Adolf Hitler usciva per l'ultima volta dal bunker per consegnare Croci di ferro a qualche bambino della Hitlerjugend (Gavroches teutonici?). Dieci giorni dopo si suicidava.


(1) DESTIN. — C'est au moment même où, l'Histoire témoignant une fois de plus de sa liberté, les peuples colonisés commencent à démentir la fatalité de leur condition, que le vocabulaire bourgeois fait le plus grand usage du mot Destin. Comme l'honneur, le destin est un mana où l'on collecte pudiquement les déterminismes les plus sinistres de la colonisation. Le Destin, c'est pour la bourgeoisie, le truc ou le machin de l'Histoire.
Naturellement, le Destin n'existe que sous une forme liée. Ce n'est pas la conquête militaire qui a soumis l'Algérie à la France, c'est une conjonction opérée par la Providence qui a uni deux destins. La liaison est déclarée indissoluble dans le temps même où elle se dissout avec un éclat qui ne peut être caché.
Phraséologie : "Nous entendons, quant à nous, donner aux peuples dont le destin est lié au nôtre, une indépendance vraie dans l'association volontaire." (M. Pinay à l'ONU.)
Roland Barthes, Mythologies ["Grammaire africaine"], 1957, ora in Roland Barthes, Œuvres complètes, Paris , 1993, p. 648.

domenica 28 novembre 2021