lunedì 2 giugno 2008

Crossover: Un ricordo della casa gialla

Nazista a me? Io sono nato il primo maggio, il giorno della festa dei lavoratori e al nonno di mia moglie, nel ventennio, i fascisti fecero chiudere la panetteria al Pigneto perché non aveva preso la tessera.
Un delinquente comune, ovvero un eroe dei nostri tempi, al quale il 29 maggio 2008 il quotidiano “la Repubblica” concede l’onore della prima pagina, lasciandolo parlare a ruota libera per più di dodicimila battute.

Pulendo la cucina ho notato che è inutile alzare certi vasi che stanno lì sempre fermi. Spolvera solo attorno al perimetro della base: sotto non c’è polvere.
In presenza degli avidi eredi, il notaio (Simon Kautzsch) apre il testamento e scopre che lo zio non ha scritto altro in Little Blues (Paul Gachet, 1978).

Al mio paese chiamavano casa gialla la casa dove si custodivano i detenuti. A volte, quando da bambini giocavamo per strada, lanciavamo sguardi furtivi attraverso le grandi finestre oscure e silenziose e con una stretta al cuore balbettavamo: “Poverini!…”.
Didascalia iniziale di Ricordi della casa gialla (João César Monteiro, 1989).



Mentre tu sei andata al cinema e io son rimasto qua come un fesso ad annoiarmi, tra i francesi che s’incazzano en attendant Bartali, a volte afferro un giornale che svolazza. Convinto di trovarvi, finalmente, la notizia vera, in caratteri cubitali:


O, quantomeno, un utile commento alla notizia:


Ma siccome considerano che le isotere e le isoterme fanno il proprio dovere, i giornali preferiscono tenere gli occhi chiusi, e diffondere opinioni. Se le opinioni finiscono in prima pagina, allora non sono più opinioni: sono “editoriali”.
Così, qualche giorno fa, in mancanza di vere notizie, ho letto un editoriale. Lo aveva scritto una firma autorevole, su un prestigioso quotidiano. L’autorevolezza e il prestigio erano ribaditi dal fatto che l’editoriale occupava lo spazio di una colonna e mezzo. Dunque era una volta e mezzo autorevole, e una volta e mezzo prestigioso. Non parlava di cadaveri redivivi (“Quando i morti camminano, señores, dobbiamo smettere di uccidere, o perderemo la guerra” diceva un prete portoricano in Zombi) e della conseguente fortuna di essere vivi, come ho già detto. Ragionava su certi delitti commessi al Pigneto, una periferia di Roma dove quasi mezzo secolo fa Vittorio Cataldi detto “Accattone” rifletteva: “Eppure che è la fame? Un vizio! È tutta un’impressione! Ah, se nun c’avessero abituati a magna’, da regazzini…”. Il protagonista di questi delitti è stato scoperto, e si è anche scoperto che aveva un tatuaggio di Che Guevara sul braccio. (Premetto che di Che Guevara non m’importa un fico secco, le quattro ore che Soderbergh gli ha dedicato me le perderò volentieri, anche perché avrei preferito che il film lo facesse Terrence Malick, come pare fosse inizialmente previsto.) Un tempo, neanche troppo remoto (o forse sì), il fatto che un delinquente sfoggiasse un tatuaggio del Che sarebbe finito seduta stante nella rubrica “ecchissenefrega” del giornale satirico “Cuore”. Ma fortunatamente oggi la satira non esiste praticamente più, così possiamo finalmente leggere giornali seri. E infatti nessun giornale ha resistito alla tentazione di commentare a iosa l’irrilevante aneddoto del tatuaggio. Perché son proprio gli aneddoti irrilevanti che permettono di cogliere lo Zeitgeist, o almeno così pare. E quindi l’editoriale incipitava:

Il tatuaggio che immortala il «Che» sul braccio dell’uomo che ha guidato la spedizione squadristica del Pigneto celebra a suo modo l’anniversario del ’68 e chiude un’epoca trasformando definitivamente la faccia del comandante Guevara in icona post-icona, come un adesivo, un marchio vuoto, un brand di moda, potrebbe essere l’aquilotto dell’emporio Armani o la virgola della Nike. È per questo che la lunga confessione consegnata dal picchiatore a Carlo Bonini di Repubblica dovrebbe segnare anche la fine dell’ossessione compulsiva di etichettare politicamente le emergenze sociali: la sicurezza è un sentimento di destra, le ronde sono fasciste, i raid sono nazisti.
Un impulso che risponde al bisogno rassicurante di tener viva la cornice ideologica del Novecento come chiave di interpretazione di tutto.
Un vizio italiano [come la fame? n.d.r.], ma non solo. Il Times di Londra ieri leggeva la faccenda romana in chiave di xenofobia denunciando il rischio razzismo in Italia; il Financial Times rilanciava l’allerta per i rom. Vero, certo. Ma pure questo è un automatismo, anch’esso a suo modo ideologico, che non basta a spiegare quel che bolle nel calderone italiano.


Negare la possibilità di interpretare la realtà attraverso “cornici ideologiche” vecchie non è un’idea nuova. È vecchia almeno quanto le stesse “cornici ideologiche” e più di cinquant'anni fa Roland Barthes l'aveva già inserita tra i Miti d'oggi (cfr. il capitolo intitolato "La critica né-né"). Ma almeno consola, per un po'. È un sollievo, ad esempio, sapere che il braccio tatuato che ti accoltella non è mosso da pregiudizi ideologici ammuffiti, che quando senti la lama entrarti nella gola partecipi in qualche modo del nuovo che avanza (“Come un cane!” disse, era come se la modernità dovesse sopravvivergli).
Ma non facciamo gli schizzinosi: tanto più che l’inizio dell’editoriale non suona solo come una campana a morto (logico, dato che the dead are walking), ma anche come una promessa, per chi trova sempre più difficile leggere la realtà, globale o aneddotica che sia. Dopo aver fatto tabula rasa di desueti preconcetti e griglie interpretative inefficaci (per capire lo spirito dei tempi non ci si può più fidare di nulla e di nessuno, cari amici: neppure dello spiritoso “Times”), si profila la speranza che l’editorialista proponga o comunque disegni i contorni di una nuova cornice di lettura, finalmente liberata da qualsiasi ideologia, ma quantomeno utile a capire come e dove sta andando il mondo (o, nel nostro piccolo, l’Italia).
Al centro dell’editoriale troneggiano, giustamente, i fatti, cioè le parole: brani dell’intervista al delinquente, dichiarazioni di capi della polizia, accenni di considerazioni varie su insicurezza reale e/o percepita. Alla fine, l’editoriale conclude, rompendo gli indugi, e noi leggiamo, sperando come accattoni di veder placata la nostra fame di capire:

La griglia destra-sinistra non tiene più. Nemmeno a Roma, dove da quando è sindaco Alemanno (salutato da non poche «braccia tese» al suo arrivo in Campidoglio), è come se fosse cresciuta un’equivoca attesa. L’ex sindaco Veltroni insiste sul clima di intolleranza. L’uomo del Pigneto, con o senza tatuaggio, racconta un’altra Italia che sembra sfuggire a tutti e due. E forse anche a noi.

Un supplizio di Tantalo, insomma. Tu credi di aver capito come stanno le cose, eh? Sì, ciao core: il tuo modo di pensare è vecchio. È per questo che la realtà ti sfugge. Ora ti dico io qual è lo Stand der Dinge — o almeno, dato che il mio mestiere è quello dell’opinion maker, te ne fornisco l’opinione (nel senso in cui la intendeva Karl Kraus: ragazzi, come mi sento mitteleuropeo e novecentesco, stamattina). Anzi no, ho cambiato idea: non te lo dico perché non lo so. Tiè.
Oppure la spiegazione è un’altra: l’editorialista un’opinione ce l’ha eccome, e se ce la comunicasse la salvezza sarebbe a portata di mano. Ma lui, geloso e birichino, se la tiene tutta per sé (magari l’ha consegnata al notaio, racchiusa in una busta sigillata con la ceralacca: forse neppure lui è immune da vezzi rétro). Un po’ come Nanni Moretti, quando in Bianca trova finalmente il coraggio di abbordare Laura Morante e, con un sacchetto di dolcetti in mano: “Ne vuoi uno?” per poi aggiungere subito, senza lasciarle il tempo di fiatare: “Eh, ma sono tutti per me: un etto sono solo dodici. Finiscono prestissimo…”.




Ci sono editoriali che lasciano imbambolati, come se ci si trovasse davanti a un quadrato magico di Dürer, ma con tutti i numeri buttati lì alla rinfusa da un seguace di Duchamp o da un Dio burlone. Tuttavia non disperare, malinconico amico: lassù qualcuno ti ama. Infatti, se la lettura dei giornali non rischiara la bile, dal cielo bas e lourd dei blog trapela un raggio di sole nero. Sì, il vero D.I.O. non ti ha abbandonato, egli pensa a te e ti invita a sperimentare una nuova linea di farmaci (a tuo rischio e pericolo, s’intende). Vale la pena provare, anche se non dovesse funzionare. Anzi, soprattutto se non dovesse funzionare: D.I.O. ha capito benissimo che dalla malinconia non si guarisce, che la letteratura, il cinema o lo studio non consolano (non è il loro scopo), che la bellezza non lenisce un bel nulla, perché la vera bellezza ci trafigge e a volte ci schiaccia. Nel tuo stato, e in questo Stato (il rapporto conflittuale con la polis è alla base del concetto classico di malinconia: cfr. il Democrito dello pseudo-Ippocrate) la malinconia puoi soltanto coltivarla (come si coltivano i fiori, e i vizi, anche quelli brutti come la fame), e di tanto in tanto farla uscire di casa (magari “downtown” con Frank Sinatra), così, giusto per farle prendere una boccata d’ossigeno, che respiri un po’, povera creatura. La classica “ora d’aria”, secondo la terminologia penitenziaria, da passare camminando sulle orme di João Cesar Monteiro (un altro G.O.D.: infatti nei suoi film migliori interpreta un personaggio chiamato João de Deus), quando in Ricordi della casa gialla parla di dar fiato alla dignità:
“La signorina Julieta è scappata con un fagottista dell’orchestra. Era fatale: quella è una famiglia piena di fiato. Doña Violeta, sua madre, si è rassegnata. Uno di questi giorni perdonerà loro con una scarica di peti. Un po’ di dignità non ha mai fatto male a nessuno.”
E quindi, amico atrabiliare, non restare sempre qui a leggere le mie farneticazioni! Esci dalla saudade, riscatta l’acedia, clicca altrove e prenditi un gachet! Studia con particolare attenzione le due tappe essenziali della terapia, ossia il “Perimetralismo” e la “Blackbox” e non tornare finché non le avrai assimilate. Tranquillo, io intanto son qua che ti aspetto, te e Bartali, non mi muovo: come un masso. (Però poi torna a trovarmi, eh? Non ho mica finito…)



Ma come, sei ancora qui? Evvai, ti dico!



Maltornato, quindi. Questa faccenda del perimetralismo meriterebbe una biblioteca di Babele, uno non sa bene da dove cominciare: forse girando intorno al concetto? Col rischio di perdere presto l’equilibrio, magari? In questo caso mi permetto di suggerire la terapia di mio nonno: si fece tutto il ventennio (quello della prima metà del secolo scorso, non quello in cui viviamo oggi) tra galera e villeggiatura nelle isole. In privato non se ne vantava mai, ma se stavi bene attento, quarant’anni dopo potevi ancora individuarne le tracce nei riflessi psico-motori. Quando sei in cella (ovvero, quando più o meno tuo malgrado dal perimetralismo della blackbox ci piombi dentro, nella stessa blackbox), tre metri per tre, uno dei problemi che ti tocca affrontare è il deperimento fisico per scarsità di moto. Se non vuoi ridurti allo stato vegetale (tipo l’attuale ministro delle pari opportunità), ti conviene camminare a lungo. Ma in tre metri per tre, se li fai girando sempre nello stesso senso, dopo due giri le vertigini ti fanno cascar per terra (qualsiasi riferimento ai girotondi è assolutamente deliberato) e la ginnastica si riduce a pochi inconcludenti secondi giornalieri. Allora si procede lungo la diagonale del quadrato (o ring, se buttiamo la blackbox sullo shadow-boxing di Jake La Motta o degli astronauti kubrickiani), compiendo una serie di otto. Quando appunto quarant’anni dopo mio nonno si infervorava durante una discussione, nel ricordo lo vedo ancora alzarsi dal tavolo e iniziare a camminare. E, continuando a parlare, inconsciamente i suoi passi si mettevano a disegnare una serie indefinita di otto. Il salone era abbastanza grande, ma se ti limitavi a misurare l’otto in questione come diagonale di un invisibile quadrato magico, il risultato che ottenevi era esattamente un’area di tre metri per tre.





P.S.: Dato che forse non mastichi il portoghese e non leggi il francese come io non parlo il tedesco, scusami pardòn:
Lívio (Luís Miguel Cintra): L'unica cosa che conta è che tu impari ad amministrare il tuo stato di semplicità.
João de Deus (João César Monteiro): E tu? Resti qui?
Lívio: Io ho buone speranze di guarigione. Sono un caso clinico, oltretutto benigno. Per te è diverso: non c'è nessuna speranza, vista la malattia che hai; e quello che è, è.
João de Deus: Dubito che mi lascino uscire così, di colpo.
Lívio: Hai già parlato col direttore?
João de Deus: Ci siamo scambiati vaghe impressioni. Non avevo niente da dirgli. E viceversa, suppongo.
Lívio: Per uscire di qui, non preoccuparti. Me ne occupo io. Il direttore è uno dei nostri…
João de Deus: Vado a pensarci su.
(João de Deus fa la sua corsetta, perimetrando il cortile della casa gialla)
João de Deus: È deciso. Spalanchiamo i battenti del sacro portone.

4 commenti:

Dust ha detto...

gran bel post. grazie a nome di tutti Gachet-addicted
p.s. ok i tags originali (ma manca "kafka"), però se ci metti in mezzo un generico "cinema" è più facile che il numero di lettori aumenti

alt ha detto...

Scusa Dust, ma chi ti ha detto che voglio vedere aumentare il numero dei lettori? "Per favore, mi lasci nell'ombra" diceva l'Ingegnere, che D.I.O. l'abbia sempre in gloria.
Alt
P.S.: Però mi piacerebbe un bel lettore né di destra né di sinistra, ma di certo orrendamente razzista. Me lo sogno la notte, il suo commento: "Sì, però scusi, ma quegli immigrati del Pigneto". E, io, pronto, witty e classy: "Ah, perché lei fa parte di quelli che credono ancora che Josef K. sia innocente...". (Insomma, me la conto e me la canto, un giorno mi comprerò una Palma d'Oro e me la consegnerò personalmente, ringraziandomi e salutandomi. And goodnight players of tubular bells.)

ilgaffeur ha detto...

Il tuo cappello è stupendo

alt ha detto...

Ragazzi, ecco a voi il Gaffeur, in tutto il suo maldestro splendore.
Cominci bene su questo blog, cioè malissimo: perché qui il cappello non lo metto mai, mi fa sanguinare la testa. In compenso, la prossima volta che te vedo non solo so' due, ma ti offro anche un martini.
Alt